Nel ‘66 vendeva sfere specchianti ai giardini della Biennale a due dollari l'una: aveva già messo in scena la macchina che avrebbe divorato la sua arte. Ritratto di un'artista che ha passato settant'anni a smaterializzare il mondo, sesso compreso.
Il dibattito di questi giorni, le abiure, i distinguo, gli "io l'ho sempre detto", presuppone che qui ci sia stato qualcosa di cui pentirsi. Ma non c'è stato, ci siamo limitati a tradurre un discorso che riguardava altri e avveniva altrove. A tradurlo male, anche.
Il nuovo film del maestro giapponese parla di amore, famiglia, lutto, tempo, tecnologia. Ma è, soprattutto, una commovente difesa di ciò che ci rende umani: la capacità di creare, dal nulla, arte e vita.
Volete sapere dov'è che si trova il museo delle pompe di benzina, quello delle archeoplastiche o degli spazzacamini? Questo è lo strumento che fa per voi. E sì, questi musei esistono tutti e si trovano tutti in Italia.
Amore per se stessi, per il brutto, per l'ingenuità, per la gioventù, per la cultura pop, per le migliori intenzioni e le pessime esecuzioni. Tutto questo c'è nel nuovo film di Jane Schoenbrun. E poi anche sesso e tanto, tantissimo sangue.