La scommessa su Donald Antrim è ancora aperta

Dopo un silenzio lungo 26 anni, lo scrittore tornerà nel 2027 con un nuovo romanzo che forse darà finalmente la risposta alla domanda che lo segue dall'inizio della sua carriera: qual è il suo posto tra i grandi della letteratura americana?

02 Ottobre 2026

Sono passati ventisei anni da quando Donald Antrim ha scritto l’ultima frase del suo terzo libro, Il verificazionista (2000). Per questo, l’annuncio del suo ritorno al romanzo, in uscita per gennaio 2027, dal titolo My Eliot, genera un reale interesse e un senso di attesa, in un mondo editoriale sfiancato da continui hype costruiti sul vuoto. Antrim fa parte della generazione di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides, Rick Moody e Jonathan Lethem, autori che hanno provato a scrivere il grande romanzo americano, rispettivamente con: Infinite Jest, Le correzioni, Middlesex, Rosso americano e La fortezza della solitudine. Dopo i primi tre romanzi invece Antrim si è parzialmente dissolto, la sua voce narrativa ha preso la forma dei racconti, pubblicati per lo più sul New Yorker, e poi raccolti nell’attuale ultima prova letteraria, La luce smeraldo nell’aria (Einaudi, 2014). I suoi due altri importanti libri, imbevuti di dolore, sono due memoir, uno sulla morte della madre, La vita dopo (2006), e Un venerdì di aprile (2021) sulla sua altalenante tenuta psichica, con tanto di ricoveri e terapie non solo farmacologiche.

Se si dovesse descrivere la sua parabola letteraria bisognerebbe premettere che la scommessa fatta dal New Yorker, nel 1999, di inserirlo tra i venti scrittori per il nuovo secolo, non sia stata né vinta né completamente persa. Gli ostacoli della vita, la tragica scomparsa della madre alcolizzata, i periodi bui, devono aver sabotato l’impulso a proseguire nella forma romanzesca molto impegnativa dei suoi esordi. I primi libri, brillanti, labirintici, folli e grotteschi lo avevano accostato inizialmente a nomi come Thomas Pynchon e a Donald Barthelme, sebbene si avvertisse da subito l’intenzione di prendere una strada quasi solitaria verso una nuova forma di postmoderno, con una vena creativa dirompente, basti pensare all’invenzione di un romanzo in cui i protagonisti sono cento fratelli chiusi in una biblioteca alla ricerca dell’urna del padre (I cento fratelli) o l’idea che attraversa il suo primo libro, un uomo che decide di candidarsi a guidare la città dopo che il sindaco viene fatto a pezzi (Votate Robinson per un mondo migliore).

Il libro annunciato per il 2027 è un romanzo in cui il protagonista si chiama Donald Antrim e torna a vivere nella casa d’infanzia, dove si aggirano il fantasma della sorella e dei genitori. La donna che ha amato ora sfreccia in giro a bordo di un’auto sportiva con un nuovo compagno. Questa condizione spinge il protagonista a cercare di scrivere un libro sul padre, uomo che da autodidatta studiava il poeta T.S. Eliot, da cui il titolo My Eliot. Proprio al padre era dedicato il romanzo I cento fratelli, dove a poche pagine dalla fine il narratore diceva: «Ricordo, mi pare, il viso di nostro padre e la sua voce. Ricordo i suoi baffi. Ricordo nostro padre in mutande, la sera. Ricordo i peli che aveva sulle gambe. Ricordo l’odore nel bagno dopo che lui ne era uscito. Ricordo la sua infelicità e il timore che aveva della nostra felicità (…). Ricordo il piacere che provavo vedendolo entrare in una stanza». Antrim è uno scrittore che non si tira indietro davanti a nessuna emozione, dalla tenerezza alla disperazione più cupa, va dritto a prelevare ciò che si nasconde nel cuore dell’essere umano. Si sente palpitare autenticità in ogni frase che scrive, anche quando inventa mondi irreali sembra incapace di mentire. Nel libro sulla comparsa della madre, La vita dopo, il padre compare solo di sfuggita, ma sono paragrafi difficili da dimenticare. Lì chiedeva conto proprio al padre dei libri presenti in casa, poesie, epistolari, storie, e il padre rispondeva in modo evasivo ma Antrim immaginava che quei libri un giorno potessero «diventare le fondamenta di un’eredità intellettuale di cui avrei potuto andare fiero». Forse My Eliot approfondirà proprio quel lascito e quella eredità, chissà.

Antrim è nato nel 1958 a Sarasota, in Virginia, da piccolo con la sua famiglia si è spostato spesso, cambiando molte case, fino ad arrivare a New York e percepire ulteriore spaesamento. La sua scrittura è evocativa e molto precisa, le relazioni e le ferite della famiglia tornano sempre – se nella letteratura di Antrim compare un albero di Natale, cioè uno sprazzo di felicità, qualcuno ci cadrà sopra e gli addobbi andranno in pezzi – torna sempre la famiglia come origine di un disagio e di un disorientamento, come fonte di allucinazioni e di un rovello continuo che riguarda il passato: «Le vite dei nostri genitori prima che nascessimo hanno luogo in una sorta di dimensione mitica, una dimensione dell’immaginazione, e il potere che hanno le nostre madri e i nostri padri di forgiare e interpretare le nostre vite, di dirci chi siamo, anche una volta adulti, richiede da parte nostra la comprensione del fatto che, avendo abitato un tempo mitico, e poiché la loro esistenza ha originato la nostra, i genitori rimangono per noi immortali e onniveggenti, proprio come quando eravamo troppo piccoli per sopravvivere senza di loro», scriveva nella Vita dopo con un incedere degno dei più grandi scrittori della sua generazione (nei ringraziamenti del libro compaiono Franzen e Eugenides). La scommessa del New Yorker è ancora valida. Forse la riposta la avremo nell’anno che verrà.

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