Tutte abbiamo sognato di essere donne Saint Laurent almeno per una notte

E il merito è stato di Anthony Vaccarello, che ieri ha presentato quella che molti credono sia la sua ultima collezione per il brand.

30 Settembre 2026

La storia di Ascensore per il patibolo, è una storia di camminamenti: nel primo film di Louis Malle, Jeanne Moreau cammina tutta la notte tra i bar di una Parigi in bianco e nero, i suoi hotel a pochi spicci dove si riparano gli amanti e gli assassini, alla ricerca di rifugio o di una morte indolore. Cerca il suo, di amante, convinta di essere stata abbandonata all’alba di una nuova vita insieme, ma nonostante tutto continua a chiedere di lui nei bar, alle fioraie, ai vicini, appigliata strenuamente a una speranza che è sottile come un filo, ma solida come il cavo al quale, nello stesso momento, il suo amante si sta tenendo, nel vano dell’ascensore.

E sullo sfondo della Tour Eiffel, sotto le luci di quella stessa città di notte, e dei giganteschi candelabri che illuminavano la passerella di luci cromaticamente uguali a quelle irradiate dal monumento simbolo della Cité des Lumières, camminavano le donne Saint Laurent. Un défilé dall’alta carica simbolica, che e è sembrato a tutti gli effetti l’addio di Anthony Vaccarello, da 10 anni ormai alla guida del brand, e di cui tra i corridoi della moda si è sussurrata insistentemente nelle ultime settimane la dipartita (professionale), il divorzio dalla maison che il creativo ha contribuito a rivivificare.

Se il trailer della sfilata riprendeva proprio alcune scene di Ascensore per il patibolo, contrapponendo il volto angosciato di Jeanne Moreau alla tromba di Miles Davis, che compose la colonna sonora definita dal critico Phil Johnson «la tromba più solitaria che sentirete mai. La senti e piangi», ciò che accade in passerella è ugualmente provante, a livello emotivo, per chi conosce la lunga storia di Vaccarello da Saint Laurent.

Il cammino di Vaccarello

Arrivato per sostituire Slimane, rimanendone in continuità per non provocare troppi terremoti e smarrimenti tra clienti già affezionati, in 10 anni Vaccarello ha tenuto fede a quel vocabolario, lo ha ampliato enormemente rispetto agli stringatissimi dettami di Slimane, che avevano iniettato in Saint Laurent un grande hype ma anche norme vestimentarie talmente stringenti da divenire limitanti, e poi infine, quando ha conquistato la fiducia del management e ha causato un nuovo innamoramento tra le clienti, lo ha fatto totalmente suo, guardando al creatore più che ai suoi predecessori.

Sfilate massimaliste, modelle cariche di ori e bijoux, il recupero sapiente delle stampe e dei volumi Anni 80, e il flirt con quel loro cattivo gusto, il cui alto potenziale “museo delle cere” ha sconfessato ogni volta bilanciando tutti gli altri ingredienti in gioco (styling, location, accessori, immagine, scelta di ambassador, mai gli influencer alle sue sfilate), e poi anche l’eros che pulsava attraverso ogni stiletto (immaginato da 10 anni dal pugliese Corrado De Biase), ogni cappotto in latex o vestito in nylon. La ripetizione ossessiva di un elemento, che diveniva centro di gravità permanente attorno al quale giravano intere collezioni, gli ha attirato critiche, ma gli ha concesso di coltivare la precisione millimetrica con la quale ha (ri)costruito la mitologia di Saint Laurent.

Immergersi nel brand, fino a sparire nell’ombra del suo fondatore

Una missione che per Vaccarello e i suoi accoliti era divenuta quasi un esercizio di fede, più di quanto sia mai successo con qualunque altro suo predecessore: certo, Vaccarello è rimasto più tempo di tutti gli altri nel suo ruolo di direttore creativo, ma per farlo è sembrato abbandonare ogni narcisismo, immergendosi fino a scomparire nell’ombra di Saint Laurent, che notoriamente fin quando era in vita non ha amato nessuno dei designer che lo avevano sostituito (mandava missive sprezzanti e cariche di rancore a Pilati, ma pure a Tom Ford, accusandoli di aver deturpato il suo decennale lavoro nel tempo di poche stagioni).

E laddove gli altri hanno tentato disperatamente di renderlo contemporaneo, prendendo i pezzi della sua eredità che più sentivano loro – di conseguenza, silenziando tutto il resto – Vaccarello non ha avuto paura dell’impresa, di flirtare con un lascito cinquantennale e multiforme, mastodontico e potente nella sua complessità – figlia del genio ma anche del dolore e delle dipendenze – rendendo Saint Laurent il brand “cool” per definizione. Cool come lo poteva essere Miles Davis mentre suonava con la tromba una colonna sonora frutto di una notte di registrazione e molti più whisky,  cool come era naturalmente Serge Gainsbourg, con i suoi blazer da donna. Sotto l’egida di Vaccarello e del brand, la casa di Gainsbourg è oggi un museo visitabile, dove si cammina – a Parigi si cammina moltissimo – guidati dalla voce di sua figlia, Charlotte, un giro che si conclude al Gainsbarre al civico accanto, dove affondare la nostalgia in un cocktail e in una stanza sensualmente illuminata, con un pianista in livrea. Cool, nel senso di algide e distaccate, come sono state le donne di Saint Laurent che hanno sfilato ieri sera – ma anche nei dieci anni che sono passati – in completi dorati, gonne a matita riccamente decorate e top gioiello, i capelli raccolti in severi chignon e poi i lobi appesantiti ancora una volta da gioielli monumentali. I vestiti e i trench e completi broccati con maniche in pelliccia, le sahariane e le gonne a portafoglio sono tutti figli della “Golden age” di SL, con i quali entrare nei sogni dei propri amanti e nella mitologia di un brand legatissimo alla sua città di provenienza. Un ulteriore omaggio al creatore, che amava profondamente tutto ciò che brillava di luce aurea: «Amo l’oro, è un colore magico. Quando si riflette su una donna, prende il colore del sole», cita il comunicato stampa, elencando poi le organze, i pizzi guipure, i broccati e i jacquard, i cotoni metallizzati e il latex rivestito di foglia d’oro che fanno da tela sulla quale costruire una collezione che è, ancora una volta, quintessenza di Saint Laurent.

Look della sfilata s/s 27 di Saint Laurent, courtesy press office

Ciò che non dicono le parole, lo fanno le canzoni

La colonna sonora, venata di una sensuale inquietudine, mette insieme “Io vengo” ballata dell’artista Piero, italiano da noi sconosciuto e invece molto noto in Argentina che canta “vengo da un quartiere povero, dal mio rione di case allargate” (e subito la mente va al designer belga figlio di un’impiegata e di un cartongessista di origini italiane), a delle sonate di Beethoven al piano, per poi concludersi nel finale, quando a salire sul palco è Charlotte Gainsbourg, da tempo iscritta nel Pantheon delle muse di Vaccarello.

Arriva sulla passerella avvolta in un tuxedo, uguale a quelli che già nel 1975 Helmut Newton fotografava indosso a modelle androgine, sorprese a fumare in qualche strada della città bagnata di pioggia, e intona, sussurrando (forse perché è emozionata forse perché è semplicemente Charlotte Gainsbourg) il brano originale «You’re so much Yves Saint Laurent».

Anthony raggiunge le sue modelle, abbraccia l’amica, si dirige verso il pubblico, scorgendo suo figlio, al quale consegna un portafortuna, mentre la melodia suadente rievoca memorie di paesi lontani, champagne ghiacciati e tormenti erotici. Un cerimoniale simbolico che ha rinforzato i sospetti di un suo prossimo addio: se nel pre-sfilata ha evitato di parlare con i giornalisti, una consuetudine interrotta perché «preferisco che a parlare siano i vestiti», l’esibizione di Gainsbourg ha riportato alla memoria quando più di 20 anni fa, esattamente nel 2002, fu Catherine Deneuve, altra donna legata a filo doppio alla maison, a salire su quella passerella, intonando Ma plus belle histoire d’amour, in occasione dell’ultima sfilata pensata dal suo fondatore, che apparve in passerella visibilmente emozionato, sistemandosi gli occhiali sul volto. Saint Laurent sarebbe poi scomparso sei anni dopo, senza esser mai veramente soddisfatto di chi era venuto dopo di lui fino a quel momento. Si può azzardare il pensiero che persino lui, feroce critico di se stesso e degli altri, non avrebbe trovato errori nel percorso di Vaccarello, che ha veicolato un guardaroba fedele, seppur aggiornato agli Anni 20, ma anche un modo di percepirsi nel mondo, sempre tenendo la barra alta.

Al di là di tutte le riflessioni correnti – tutte valide – sulla moda in quanto arte o sulla moda come forma d’espressione del sentire di un creatore, a cui delle donne e dei loro corpi e dei loro bisogni magari interessa in maniera tangenziale, guardando le sfilate di Vaccarello è inevitabile una certa piacevole alienazione, un déplacement spazio temporale. Ci si immagina camminare per le strade di una Parigi notturna e piovosa come la fotografava Doisneau, con quelle camicie corredate da sciarpe in seta i cui lembi sono trasportati dal vento, lasciando una scia al loro passaggio – e che i francesi infatti chiamano Suivez-moi jeune homme –  alla ricerca di un’emozione, di un amante, di una liason dangereuse nella quale dimenticarsi di se stesse e del proprio banale quotidiano, divenendo per una notte la Catherine Deneuve di Belle du Jour (che infatti da Yves Saint Laurent in quel film era vestita), o Betty Catroux sul divano in velluto di un fumoso club parigino, tra le mani l’ennesima coppa di champagne. 

Vaccarello si è immaginato per loro non solo un guardaroba, ma anche una vita nel quale indossarlo, e nel quale poi, convenientemente, toglierselo. Una vita che non rispondeva necessariamente alle sue esigenze artistiche, quanto ai loro desideri, che ha saputo decifrare, profilare, cesellandone l’immaginario, mettendosi sempre un passo affianco a loro. E infatti quando Vaccarello ieri ha camminato per quella passerella, non era da solo: come Saint Laurent nel 2002, era accompagnato dalle sue modelle e da una cara amica, un ristretto circolo che rappresentava simbolicamente un gruppo ben più ampio. Quello delle donne che il suo Saint Laurent l’hanno indossato, ci hanno vissuto, lo hanno portato nel mondo, e pure quello di tutte le altre, ben più numerose, che magari negli anni si sono potute concedere solo un accessorio, uno stiletto o un paio di orecchini, con i quali affrontare il mondo, gli uomini, la vita, dotate di un coraggio che quei talismani concedevano loro, che poi è la missione principale di chi realizza abiti: trasformare le sue clienti nelle donne che sognano di essere, quando nessuno guarda, affrancandosi dai moralismi, dai tabù, ma pure dai narcisismi intellettualoidi. Se fosse questa la sua ultima sfilata, non ci sarebbe stato epilogo migliore. Un epilogo che rende difficilissimo immaginarsi un successore, o anche solo un prossimo capitolo all’altezza: ma sarebbe un problema di domani, e soprattutto, non un problema di Anthony Vaccarello.

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