Pedro Pedro Pedro Pedro Pe’

Da quando è arrivato ai vertici della politica spagnola, Pedro Sánchez è assurto a simbolo della sinistra mondiale grazie a una semplice ma geniale intuizione: non c'è più nessuna differenza tra l'essere di lotta e l'essere di governo.

07 Ottobre 2026

Pedro, Pedro, Pedro. Per tre volte in otto anni il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di interrompere anticipatamente la legislatura e chiamare gli spagnoli alle urne. L’ultima, è stata lunedì mattina con un discorso pronunciato alla Moncloa, con cui li ha invitati a mobilitarsi per ottenere «una maggioranza progressista molto più ampia, con cui piegare le élite, conquistare nuovi progressi sociali e continuare a trasformare la Spagna”.

Lo aveva già fatto nel 2019 quando, dopo la bocciatura della Legge di bilancio, sciolse le Cortes; o nel 2023, quando reagì alla disfatta delle amministrative anticipando le politiche. In entrambi i casi, il Psoe non arrivò primo alle elezioni che seguirono. Ma entrambe le volte fu una coalizione a guida socialista, la sua, a governare. Per Sánchez, l’ipotesi di perdere il potere non è che una tappa quasi obbligata nel percorso verso la sua  conservazione. Rovesciando l’adagio andreottiano secondo cui “il potere logora chi non ce l’ha”, la storia politica del primo ministro spagnolo sembra suggerire che questo si conserva solo se si accetta, ogni tanto, il rischio concreto di perderlo. Ogni azzardo riuscito ha contribuito a farne, fuori dalla Spagna, qualcosa di più di un eterno redivivo: per sinistre europee sempre più abituate a contenere le sconfitte, Sánchez è diventato la dimostrazione che non solo si può provare a governare, ma che per farlo non si può prescindere dall imporre un’agenda e delle parole d’ordine che vadano oltre quelle della resistenza: «Non basta resistere. Dobbiamo proporre. Dobbiamo guidare», aveva detto lo scorso aprile durante un vertice con alcuni dei principali leader progressisti mondiali. 

Le prossime elezioni spagnole saranno dunque il 29 novembre. Questa volta la scommessa riguarda anche il campo di battaglia politico della campagna elettorale. Dopo un’estate dominata da Ceuta, immigrazione e sicurezza, Sánchez ha sciolto le Cortes sulla scia della bocciatura dei suoi decreti per la casa, provando a spostare quella stessa domanda di sicurezza dalle frontiere alla emergenze sociali più acute: poter pagare un affitto, non essere sfrattati, continuare a vivere nella città in cui si lavora. Mentre molta politica europea sembra procedere dentro una storia già scritta – confini, ordine, avanzata dell’estrema destra – Sánchez prova ancora una volta a cambiare il terreno. Più che mettersi dall’altra parte della Storia, tenta di scrivere una controstoria.

L’icona del progressismo internazionale 

Lo scorso aprile, a Barcellona, Pedro Sánchez era al centro di una fotografia che raccontava meglio di molti sondaggi il posto che si è ritagliato nella sinistra internazionale. Attorno a lui c’erano Lula, Claudia Sheinbaum, Gustavo Petro, Cyril Ramaphosa e altri leader riuniti per un vertice “in difesa della democrazia” che aveva Donald Trump come convitato di pietra. è un’immagine che ben rappresenta una certa distanza che rimane fra il Sánchez visto da fuori e quello visto da Madrid: da una parte uno degli ultimi capi di governo socialisti rimasti in Europa, con i colleghi che paiono arrancare dietro all’insorgere dell’estrema destra; dall’altra, il presidente di una maggioranza sempre più difficile da tenere insieme, con le inchieste che ormai hanno abbondantemente varcato la sua soglia di casa. L’immagine di Barcellona aveva però una sua logica. Sánchez presiede l’Internazionale socialista dal 2022 e negli ultimi anni ha cercato per la Spagna un ruolo internazionale insolitamente esposto: il riconoscimento dello Stato palestinese, lo scontro con Benjamin Netanyahu, il rifiuto di portare al cinque per cento del Pil la spesa militare richiesta da Trump, la critica agli attacchi contro l’Iran. Jeremy Cliffe aveva già scritto sul New Statesman, nel 2023, che Sánchez aveva trasformato Madrid in una sorta di “pivot state” europeo, capace di muoversi tra nord e sud del continente con un peso superiore a quello abitualmente attribuito alla Spagna. Tre anni dopo, con molte socialdemocrazie europee ridimensionate o fuori dal governo, quello spazio si è allargato quasi da solo. 

Nel settembre del 2025 questa condizione produsse una delle immagini più riuscite della sua presidenza. Dopo che la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza era stata attaccata da droni in acque internazionali, Sánchez annunciò dall’Assemblea generale dell’Onu che una nave militare sarebbe partita da Cartagena per assistere gli attivisti in caso di necessità. José Manuel Albares precisò che la missione aveva compiti esclusivamente umanitari e non rappresentava una minaccia per Israele. Sul piano militare era un gesto circoscritto. Politicamente restava la Marina spagnola che usciva da un porto del Mediterraneo per seguire una cinquantina di imbarcazioni civili dirette verso Gaza. La politica estera di Sánchez funziona spesso così: la Spagna dispone di mezzi limitati rispetto alle grandi potenze europee, ma sceglie dossier nei quali la visibilità di una decisione può sovvertire gli equilibri in campo fino a dargli ragione. 

È regolare

Anche sull’immigrazione Sánchez ha voluto rendere visibile una differenza. La regolarizzazione straordinaria avviata nel 2026 ha ricevuto più di un milione di domande ed è stata rivendicata come una scelta insieme economica e civile. Michele Barbero ha osservato su Foreign Policy che altri governi europei, compreso quello italiano, hanno aperto canali molto ampi all’immigrazione da lavoro cercando però di separare quelle decisioni dal proprio racconto politico. Sánchez ha fatto l’opposto: editoriali, interviste e discorsi per sostenere che una Spagna che invecchia ha bisogno di nuovi lavoratori e che persone già presenti nel Paese, spesso da anni, devono uscire dall’invisibilità amministrativa. A giugno, presentando il Piano per l’integrazione e la cittadinanza, ha però messo accanto alla regolarizzazione un’altra parola: ordine. Distinse esplicitamente fra “come arriva la gente nel nostro Paese” e “come trattiamo le persone che sono già tra noi”, promettendo vie legali d’ingresso, una nuova agenzia statale per la mobilità e il mantenimento dei controlli di sicurezza alla frontiera. La formula scelta dalla Moncloa era quasi un programma: “più ordine per lo Stato, meno incertezza per le persone”. 

Un mese dopo, a Ceuta, quella distinzione dovette reggere alla prova di una frontiera vera. Tra il 30 e il 31 luglio più di 72 mila persone attraversarono dal Marocco il confine dell’enclave spagnola; almeno un centinaio morirono nel tentativo. Madrid accelerò i rimpatri, installò nuove barriere in mare e cominciò a studiare procedure eccezionali per rendere più rapide alcune decisioni sull’asilo, abbastanza dure da provocare l’opposizione di tredici organizzazioni umanitarie. 

A Ceuta, però, la politica migratoria spagnola finisce inevitabilmente per essere anche politica marocchina. Nel 2021 Madrid aveva accolto in ospedale Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario che contesta al Marocco il controllo del Sahara occidentale. Rabat reagì richiamando l’ambasciatrice e allentando i controlli alla frontiera: circa ottomila persone riuscirono a entrare nell’enclave in poche ore. Un ministro marocchino rivendicò pubblicamente il diritto di Rabat a “rilassarsi” sui controlli; la ministra della Difesa spagnola parlò di ricatto. Sánchez mandò l’esercito. Meno di un anno dopo il suo governo compì una delle svolte più controverse della politica estera spagnola, giudicando il piano di autonomia marocchino per il Sahara occidentale la base più seria e realistica per risolvere il conflitto e ricucendo così i rapporti con Mohammed VI. Nel 2026 la scena è stata diversa e dice qualcosa del rapporto ricostruito negli anni precedenti. Il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas accusò inizialmente Rabat di avere “incoraggiato e permesso” l’ingresso di massa; il governo marocchino negò. Sánchez, settimane dopo, escluse pubblicamente che esistessero prove di un coinvolgimento delle autorità marocchine e Rabat collaborò sia alle riammissioni sia al rafforzamento dei controlli contro nuovi tentativi di attraversamento. La differenza rispetto al 2021 è importante. Per Madrid il Marocco è contemporaneamente il vicino con cui disputa Ceuta e Melilla, la potenza da cui dipende buona parte del controllo della frontiera meridionale e l’interlocutore senza il quale decine di migliaia di rimpatri diventano materialmente impossibili. L’apertura migratoria di Sánchez vive dentro questa dipendenza geopolitica. 

Una millimetrica maggioranza

Questa capacità di mettere politiche riconoscibilmente progressiste dentro strutture molto tradizionali di amministrazione del potere si ritrova nell’economia. Dal tardo 2021 il Pil spagnolo è cresciuto di circa il 15 per cento e nel 2026 continua a espandersi più rapidamente di gran parte dell’Eurozona. Sánchez ha costruito le proprie squadre economiche pescando sistematicamente nell’ortodossia istituzionale: Nadia Calviño dalla Commissione europea, José Luis Escrivá dalla Bce, dal BBVA e dall’Autorità fiscale, Teresa Ribera, poi Carlos Cuerpo. Quando nel 2020 nacque il primo governo di coalizione con Unidas Podemos, El País parlò di una combinazione “apparentemente paradossale” fra tecnocrati e ministri apertamente progressisti. Era meno un paradosso di quanto sembrasse. Calviño ed Escrivá consentivano a Sánchez di alzare il salario minimo, modificare il mercato del lavoro e governare con Podemos continuando a parlare una lingua perfettamente comprensibile a Bruxelles e Francoforte.

Otto anni di governo hanno però logorato anche il racconto con cui era arrivato alla Moncloa. Il 10 giugno, racconta Piquer, Sánchez era davanti alla Sagrada Família illuminata insieme a papa Leone XIV, re Felipe, la regina Letizia e Begoña Gómez, vestita di nero secondo il protocollo. Cinque giorni dopo Gómez doveva tornare davanti alla giustizia. Il procedimento riguarda lei, non il premier, e Gómez contesta le accuse. Ma la sequenza è politicamente difficile da ignorare. Nel 2018 Sánchez aveva conquistato il governo attraverso la mozione di sfiducia seguita alla sentenza Gürtel, promettendo una rigenerazione dopo la corruzione del Partido Popular. Oggi la parola corruzione ricorre attorno al Psoe e ad alcune delle persone che gli sono state più vicine. José Luis Ábalos, ministro dei Trasporti e a lungo uomo di fiducia del presidente, è stato condannato a ventiquattro anni complessivi per reati legati anche ai contratti sulle mascherine durante la pandemia. Sánchez non è stato coinvolto penalmente né in quel caso né nel procedimento che riguarda sua moglie; il costo, per lui, è soprattutto politico, perché incrina uno dei racconti fondativi della sua ascesa.

La sua responsabilità è invece molto più diretta nella costruzione della maggioranza che lo ha tenuto alla Moncloa. i progressisti di Sumar; gli indipendentisti catalani di Erc e Junts; quelli baschi del Pnvu e Bildu: forze che non compongono un campo politico omogeneo e che spesso condividono poco oltre alla possibilità di impedire un governo delle destre. Cliffe vedeva già nella Spagna del 2023 un’anticipazione del futuro europeo: la fine del bipartitismo, l’estrema destra ormai integrata nel sistema delle alleanze e una sinistra che può governare soltanto costruendo coalizioni “ampie e astute”. Sánchez ha portato questa logica molto lontano. Ha accettato l’amnistia per i protagonisti del procés dopo averla esclusa, ha negoziato con Carles Puigdemont e con la sinistra indipendentista catalana, cercato di volta in volta Pnvu e Bildu, costruito maggioranze diverse quasi provvedimento per provvedimento. Visto dalla politica spagnola quotidiana, significa negoziati interminabili, concessioni, retromarce e una quantità enorme di potere affidata a partiti piccoli. Visto dalle socialdemocrazie europee che perdono elezioni o governano al centro fino a diventare irriconoscibili, il risultato finale appare diverso: Sánchez trova i voti e conserva una direzione politica riconoscibile. L’accusa di opportunismo e l’ammirazione per il suo tatticismo derivano dalle stesse premesse. 

Tutti a casa

Proprio quel meccanismo parlamentare si è inceppato sulla questione che, negli ultimi mesi, ha finito per sovrastare tutte le altre. Il 23 settembre Maricarmen Abascal, 87 anni, è stata portata fuori in barella dall’appartamento di Madrid dove viveva da settantuno anni. Suo padre aveva firmato il primo contratto nel 1956. Sul marciapiede c’erano attivisti, polizia e giornalisti; nei giorni successivi il suo nome era già sui cartelli delle manifestazioni per la casa. La fotografia è arrivata in un Paese in cui i prezzi delle abitazioni sono cresciuti del 26 per cento in due anni, l’edilizia sociale rappresenta appena l’1,7 per cento dello stock e oltre metà dei giovani adulti vive ancora con i genitori. Reuters calcola che tra il 2021 e il 2025 siano mancate circa 750 mila nuove abitazioni rispetto alla crescita dei nuclei familiari.

Dentro quei numeri riappare anche uno dei motori del successo economico spagnolo. Dal 2020 il Paese ha guadagnato circa due milioni di residenti e un milione di nuovi nuclei familiari: nuova forza lavoro, nuovi consumi, ma anche nuova domanda in un mercato che costruisce troppo poco. Maricarmen ha dato a questa tensione un indirizzo e un corpo, mostrando il punto in cui la prosperità spagnola smette di essere un dato macroeconomico e diventa la domanda molto concreta di chi riesca ancora a permettersi di viverci. Sánchez ha provato a trasformare quella crisi in occasione politica. Il governo ha portato in Parlamento due decreti con nuove protezioni contro gli sfratti, limiti agli acquisti immobiliari delle società e misure sugli affitti. Junts li ha bocciati insieme a Pp e Vox; il Pnv si è opposto al provvedimento più incisivo. La maggioranza costruita nel 2023 si è spezzata così proprio sul tema che da anni gli spagnoli indicano fra le proprie principali preoccupazioni. Poi, Sánchez ha sciolto le Cortes.

Anche questa decisione contiene una scommessa. Durante l’estate Ceuta aveva riportato immigrazione, frontiere e sicurezza al centro del confronto pubblico, il terreno sul quale Pp e soprattutto Vox cercano da tempo di spostare la politica spagnola. Sánchez ha scelto invece di andare al voto dopo una sconfitta parlamentare sulla casa, provando a fare di affitti, sfratti e accesso all’abitazione il conflitto attorno al quale organizzare la campagna. Non può decidere da solo quali saranno le priorità degli elettori, ma può tentare di cambiare la domanda.

È forse un altro pezzo della sua eccezione europea. Mentre buona parte del continente sembra muoversi dentro una storia già scritta – sicurezza, confini, immigrazione, avanzata della destra radicale – Sánchez prova a opporle una controstoria, nella quale un’elezione del 2026 possa ancora giocarsi sul costo di una casa e sulla distribuzione dei benefici della crescita. Che riesca a imporla è ancora da vedere. Aver scelto di combattere su quel terreno dice già molto del tipo di politica che continua a rappresentare.

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