Di fantasmi, pollo fritto, Canto di Natale, intelligenza artificiale e Čechov, con George Saunders

E anche del suo nuovo romanzo, Veglia, appena uscito in Italia per Feltrinelli. Ambientato, come ci ha raccontato, in parte a Mantova, uno dei suoi posti preferiti al mondo.

28 Settembre 2026

È uscito in Italia Veglia (Feltrinelli, traduzione di Cristiana Mennella), il secondo romanzo di George Saunders, 67 anni, americano, premiatissimo giornalista gonzo, saggista e scrittore di racconti post-moderni, considerato nella stessa classe di Vonnegut e Barthelme. Saunders ha pubblicato il suo primo romanzo, Lincoln nel Bardo, lo scorso decennio, vincendo il Booker Prize nel 2017. Ha una newsletter su Substack con 300 mila iscritti dove parla di tecniche di scrittura. Con Veglia, come nel primo romanzo (dove Lincoln viaggia in una specie di aldilà alla ricerca dell’anima di suo figlio undicenne appena morto), Saunders torna a parlare di fantasmi: c’è un vecchio ammalato, cattivissimo dirigente in pensione di una compagnia petrolifera, che viene visitato sul letto di morte da due spettri, uno buono (una giovane donna del Midwest) e uno cattivo (un inventore francese). Sarà l’ultima l’occasione per redimersi, e pentirsi del male commesso? O il progresso è inevitabile, e il successo annulla le colpe di cui ci si macchia per raggiungerlo? La pubblicazione di Veglia è un’ottima scusa per fare qualche domanda in videochiamata a George Saunders. Ci risponde dal suo ufficio in casa, nella campagna a nord di New York, dove insegna da tantissimi anni scrittura creativa all’Università di Syracuse. È in uno stanzone lungo e basso con il tetto spiovente, legno bianco, una finestra luminosa sul verde, libri, carte, riviste, una chitarra. 

ⓢ Come in Lincon nel Bardo, di nuovo un limbo a metà fra la morte e il riposo eterno. I fantasmi sono la tua passione?
Un po’ sì, sono affascinato dai fantasmi, lo sono sempre stato. Tu no? Sono fighissimi. Per esempio, ora ti sto parlando dalla mia stanza, sembra una casa normalissima, a me non è mai successo nulla di traumatico qua dentro. Eppure, chissà quante persone sono morte qui prima che ci abitassi io. E se le loro anime stessero svolazzando intorno a me, mentre parliamo? Un fantasma rende subito le cose più interessanti in una storia: pam, arriva un fantasma. È divertente. Ti concede un sacco di libertà, e di deviazioni dal prevedibile. Sono anche delle figure consolatorie, in un certo senso: è bello pensare alle persone amate come dei fantasmi che si muovono intorno a noi.

ⓢ Sei partito dai fantasmi, quando hai iniziato a pensare a Veglia?
No. Ho iniziato a scrivere Veglia quando un amico mi ha fatto leggere un vecchio discorso del capo di una multinazionale petrolifera, forse il peggior discorso che un americano abbia mai pronunciato, e la concorrenza è spietata. Mi è sembrato assurdo che qualcuno potesse manipolare a tal punto la realtà, negare così tanto i fatti. C’erano parecchi negazionisti del cambiamento climatico venticinque anni fa, e ce ne sono molti anche oggi. Come si può essere così senza scrupoli? Che cosa pensa davvero, questo genere di persone? Credono davvero a quello che dicono? Che cosa penseranno subito prima di morire? Mi sono messo lì a scribacchiare, senza un vero piano, vedendo dove mi avrebbe portato la storia. E alla fine, mi sono accorto che volevo scrivere un romanzo. La morte e il riscaldamento globale sono due temi che mi interessano molto, logicamente, considerando la mia età e le notizie che leggo.

ⓢ Pensi riusciremo, tutti noi essere umani, a cooperare per fermare il cambiamento climatico?
Eh, che cosa vuoi che ti dica… Mi piacerebbe dirti di sì, ma temo di no. Purtroppo, per scrivere questo libro ho dovuto fare un sacco di ricerca sull’argomento, con il risultato che ora mi sento abbastanza scoraggiato. Qualche anno fa, i politici mi sembravano più ragionevoli. Se guardi le interviste degli anni di Bush, di McCain, i Repubblicani non sembravano completamente fuori di testa. Non come oggi, almeno. Sembrerebbe che stiamo diventando sempre più stupidi, credo non ci sia dubbio che la stupidità stia crescendo di anno in anno. Guarda che cosa sta succedendo con l’AI.

ⓢ Nel corso di scrittura creativa che tieni, hai mai pizzicato qualche studente a usare l’intelligenza artificiale?
Nah, non credo proprio che i miei studenti usino le AI. Sai, noi selezioniamo solo sei studenti ogni anno, su migliaia di richieste. Sono abbastanza la crema degli aspiranti scrittori. Non ne hanno bisogno, non è nelle loro corde, sarebbe troppo stupido. Da quel punto di vista, è un ambiente protetto.

ⓢ Tu leggi le prove d’ammissione? Si capisce subito quando uno è bravo?
Non più, da un paio d’anni, è stata una scelta dei piani alti dell’università. È una grossa istituzione, le regole cambiano spesso. Comunque, sì, vedi subito quando un ragazzo sa scrivere.  È ancora più facile se li incontri di persona. Di solito, quando vogliono imitare David Foster Wallace, o mostrarsi per qualcosa che non sono, non sono i più bravi a scrivere. I migliori sono quelli sinceri, capisci subito quando hanno qualcosa da dire, quando c’è una vera persona dietro allo scrittore. Io da giovane volevo imitare Hemingway, ho ancora qua nel mio studio delle cose ridicole che ho scritto, te le farei leggere ma mi vergogno troppo. Poi, per fortuna, ho capito che dovevo trovare la mia voce.

ⓢ Hai sempre saputo di voler diventare uno scrittore?
Dove sono cresciuto io, nei sobborghi di Chicago, in un ambiente puritano, non c’erano corsi di scrittura creativa nei paraggi. Non conoscevo nessuno scrittore. Non conoscevo nessun artista, conoscevo solo gente che lavorava sodo, con le mani, senza troppe velleità.

ⓢ Ho letto su Wikipedia che tuo padre aveva un negozio che vendeva pollo fritto, è vero?
Sì, certo. Aspetta, guarda qua (si alza dalla sedia davanti al pc e va in fondo alla stanza a prendere un quadro incorniciato con sei vecchie foto in bianco e nero, ndr), questa è l’insegna del negozio, e questo è mio padre dietro al bancone. Questo bambino in pantaloncini che mangia sono io. All’epoca, era un sogno. Avevo tutto il pollo fritto gratis che volevo. È stata anche una palestra di scrittura, perché ho imparato a osservare con curiosità. Facevo le consegne a domicilio per mio papà. Quando suonavo alla porta delle persone, spesso mi dicevano “vieni dentro che prendo i soldi”. Così entravo, e li beccavo con la guardia abbassata. Non aspettavano visite: indossavano abiti da casa, c’era la sorella sul divano che guardava la televisione, la cucina in disordine. Io osservavo tutto, affascinatissimo. Comunque, ho fatto tutta una serie di lavori a vent’anni, per mantenermi, prima di diventare uno scrittore di professione. Ho anche lavorato in un mattatoio, poi mi sono laureato in ingegneria geofisica e ho iniziato a redarre testi tecnici per industrie private. Ho girato un po’ il mondo. Sono anche stato in Indonesia, per ricerche petrolifere.

ⓢ Attività molto pratiche, lontanissime dal lavoro editoriale.
Già. Finché un bel giorno, mentre mi avvicinavo pericolosamente ai trent’anni, stavo per entrare in Afghanistan e ho sentito una vocina dentro di me che mi diceva “cosa stai facendo? Pensa cosa farebbe tua madre se tu morissi!”, e io le ho risposto: ma anche Hemingway è andato in guerra! “Sì”, ha continuato la voce della mia coscienza, “ma non tutti i tizi che sono andati in guerra sono diventati famosi. Hemingway è diventato qualcuno perché sapeva scrivere un buon paragrafo, idiota!”. Così ho deciso di non andare in Afghanistan, tornare a casa e mettermi a scrivere a tempo pieno.

ⓢ Una vocina nella testa? Una specie di fantasma, quindi…?
Non le sento spesso. L’unico altro episodio in cui ho sentito questa voce è stato quando avevo conosciuto da poco mia moglie, qua a Syracuse, tornato in America dai mei viaggi. Abbiamo deciso di sposarci quasi subito, e abbiamo fatto il giro delle rispettive famiglie per presentarci. Le cose non stavano andando benissimo, e questa voce dentro di me mi ha detto “senti un po’, idiota. Cerca di non mandare tutto a puttane. Quella è la donna della tua vita”. Per fortuna le ho dato retta, io e mia moglie stiamo ancora insieme e abbiamo due figlie meravigliose. Una viene a trovarci oggi, atterra a mezzanotte all’aeroporto di Albany, la vado a prendere.

ⓢ Torniamo a Veglia, sbaglio o ci sono parecchi richiami al Canto di Natale di Dickens?
Sì, è vero. Quando ero piccolo c’era questa versione del Canto di Natale a cartoni, voi ce l’avevate in Italia?

ⓢ Quella della Disney con Paperon de’ Paperoni protagonista?
Anche quella mi piaceva, però no, io sto parlando di quella con Mister Magoo, degli anni Sessanta. Bellissima. Vengo da una famiglia della working class, ho conosciuto Dickens così. Ma non mi sono accorto delle similitudini con il Canto di Natale fino a… non lo so, metà della stesura di Veglia. Sono stato ispirato moltissimo anche da La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj e da Un brav’uomo è difficile da trovare di Flannery O’Connor. Quando ero giovane mi vergognavo di ammettere le mie influenze letterarie. È tutta farina del mio sacco!, mi ripetevo. Che stupido.

ⓢ La tua fede buddista ti influenza quando scrivi?
Forse sì, come in moltissimi altri aspetti della mia vita. Ma non mi va di parlarne troppo approfonditamente, o di darmi delle arie da esperto. Io sono un buddista molto pigro. Conosco le pratiche di meditazione, faccio del mio meglio, credo nella metempsicosi, ma non direi di essere un praticante assiduo.

ⓢ C’è una domanda che viene da farsi, leggendo Veglia: le persone sono destinate a essere in un certo modo fin dalla nascita, o abbiamo il potere di cambiare le cose?
Qualsiasi persona sensata ti risponderebbe che entrambe le risposte sono giuste. Io vengo da una famiglia e un’istruzione cattolica, figurati, quindi sono colpevole fin da prima della nascita. Sono vere entrambe le cose, infatti nel mio libro ho cercato di descrivere i vari punti di vista, senza un giudizio definitivo. Il mondo è più grande della mia abilità di capirlo, e quando scrivo cerco proprio di dimenticarmi della mia impotenza, e di divertirmi un po’.

ⓢ Qual è la differenza principale fra scrivere storie brevi e romanzi?
Per molti anni, non ho mai pensato che avrei scritto un romanzo. L’ho fatto quando ho trovato una storia adeguata, ma senza programmarlo. La differenza, secondo me, è che una storia breve va un po’ per la sua strada, non sai mai dove ti sta portando, forse è più divertente, saltelli di qua e di là, ti lasci trascinare dai personaggi, a volte ti stupisci persino tu. In un romanzo, di solito, hai chiaro il punto di arrivo, sai dove vuoi arrivare, o almeno dovresti. Sono due lavori molto diversi.

ⓢ Se potessi scegliere il fantasma di qualcuno per confortarti negli ultimi momenti della tua vita, chi sceglieresti? Non vale rispondere un parente o un amico.
Vado con Cechov, senza dubbio. Vorrei assolutamente farmi quattro chiacchiere con lui. Tra l’altro è stato un tipo spiritoso, due risate nelle ultime ore non mi dispiacerebbero.

ⓢ È possibile insegnare la scrittura umoristica?
No, credo sia qualcosa che uno abbia già dentro. Ci nasci. E non c’entra con l’essere il più simpatico alle feste, si può essere una persona noiosa e uno scrittore divertente. Per riallacciarmi a Veglia, credo che la scrittura umoristica sia una predestinazione.

ⓢ Quando hai seguito i rally di Trump nel 2016, immaginavi che sarebbe successo quello che poi è successo?
Assolutamente no. Anche adesso, non riesco a capacitarmene. Vivo in uno stato di negazione, esco di casa, faccio la mia vita normale cercando di non pensare che le persone intorno a me, mentre faccio la spesa, hanno eletto di nuovo Trump. Mi sembra assurdo. Com’è possibile che il 40% degli americani approvino le azioni di quell’uomo? Non lo so. Sembra un romanzo di fantascienza. Continuo a essere innamorato degli Stati Uniti, la patria di Duke Ellington. Non posso negare che conosco anche delle brave persone che hanno votato Trump, anche se sembra incredibile pure a me mentre lo dico.

ⓢ Qual è stato il momento più bello della tua carriera?
Eh, difficile dirlo. Ho vinto tanti premi, sono stato molto fortunato. Quando ho iniziato a scrivere, per me era impensabile anche solo immaginare che i miei libri sarebbero stati letti vent’anni dopo. Ti dirò, la verità è che il momento più bello è ogni volta che riesco a sbrogliare un passaggio difficile, e scrivere mi viene naturale. Tutte le volte che la scrittura scorre senza pensarci troppo, e mi piace quello che sto scrivendo. Alla fine, è quello che conta: il lavoro che riesco a fare mentre sono a questo tavolo, da dove ora sto parlando con te.

ⓢ Com’è la tua routine di scrittura?
Idealmente, arrivo qua in ufficio alle 9 del mattino, e scrivo fino all’una. Quando sono vicino a una consegna o sono nelle fasi finali di un lavoro, posso scrivere anche per dieci o dodici ore al giorno. Faccio centomila riscritture, guarda un po’ qua (gira la telecamera del computer e mi mostra una pila di gigantesca di fogli, alta almeno mezzo metro), queste sono le bozze di un articolo che ho venduto al New Yorker. Sarà lungo circa venti pagine, ci lavoro da mesi, uscirà fra poco e no, preferisco non dirti di che cosa parlerà.

ⓢ Hai in programma un viaggio in Italia per promuovere il tuo libro?
Preferisco non andare in giro troppo spesso, perché non mi fa bene ricevere troppi complimenti. Tutti mi riempiono di attenzioni, mi portano a cena, mi dicono che sono bravo. Non fa benissimo, alla lunga. Preferisco tornarmene qui, alle prese con quello (gira di nuovo la telecamera, per mostrare la pila di bozze, ndr). Mi piace molto Mantova, è uno dei miei posti preferiti al mondo. Il matrimonio in Veglia è ambientato in realtà nella mia testa in un palazzo di Mantova. Ero lì che mi trovavo impelagato a scrivere un paragrafo sui fantasmi e sulla morte, e mi sono detto “oh, sai che c’è? Mi faccio un saltino a Mantova”. E ci sono andato, sulle pagine. Questo è il bello di scrivere libri.

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