Il Leone d'oro al film di Mayy al-Tukhi ha lasciato interdetti sia i critici che gli addetti ai lavori. In un'edizione della Mostra mai così ricca e sorprendente, nessuno aveva previsto la vittoria di un film tanto minore.
«Non capisco perché ci sia scritto ovunque che ho 31 anni, ne ho 38, sono un uomo anziano ormai!». Già, in rete il regista di Robin Hood – Il prezzo del sangue viene ringiovanito, non si sa bene perché. Ma conta poco, a 38 anni ha ancora tanto cinema davanti. Alle spalle tre film: il primo, Pig, un gioiellino, di scrittura, regia e reso ulteriormente prezioso da un Nicolas Cage in stato di grazia. Era, per chi non lo avesse visto, la storia di uno chef eccezionale che decide di ritirarsi a vita solitaria dopo la morte della moglie. Unica compagnia: una scrofa con un fiuto eccezionale per il tartufo, un po’ come Gianna. Quando la sua compagna di eremo sparisce, inizia il film. E anche l’idea di cinema di Sarnoski, cineasta che racconta storie di persone che non hanno più niente da chiedere alla vita, e quindi da perdere, solitari, avulsi dalla società, ma con un grande bagaglio.
Il suo secondo film, A Quiet Place – Day 1 è il prequel della bella saga horror sci-fi creata da John Krasinski. Sebbene entrato in corsa, per sostituire Jeff Nichols che non so prendeva molto con il marito di Emily Blunt, Sarnoski è riuscito a dare un’impronta molto personale a un film che necessita di un livello di spettacolarizzazione molto elevato. Ma chi lo ha detto che non si può fare un action intimista. In un certo senso lo è anche The Death of Robin Hood, per cui decide però di creare una cesura, passando da un’opera, nella prima parte, scura, brutale, crudele, sporca, a un’ambientazione e una fotografia solare, in cui spazi interni ed esterni si compenetrano, e per una ragione ben precisa, con una composizione delle immagini assai pittoriche, d’ispirazione soprattutto fiamminga.
La storia è quella che enuncia il titolo, la morte di quello che tutti pensano sia un eroe. Ma non lo è mai stato. Anzi. Il resto lo fanno Hugh Jackman e Jodie Comer, entrambi magnifici. Sarnoski è uno dei molti registi A24, con la differenza che non ha bisogno, come avrebbero molti suoi colleghi della stessa scuderia, di un produttore che lo freni. L’equilibrio e la misura li ha innati, lo dimostra l’asciuttezza della seconda parte di Robin Hood in particolare, che per atmosfere e ritmo ricorda un po’ il David Lowery di The Green Knight, ma senza mai spingersi fino a quell’estremo affascinante che fa però anche quasi bressoniano ma non posso. Robin Hood – Il prezzo del sangue è un film da vedere, in fretta, prima che arrivi l’ondata veneziana. E Michael Sarnoski è un regista da tenere d’occhio, perché ha una voce e delle idee, e non sono cose da poco entrambe. Avevo questo sospetto dopo avere visto i suoi film, incontrarlo e conversarci mi ha dato certezze.
ⓢ Un Robin Hood vecchio, sporco e cattivo. Da dove nasce l’idea di ribaltare il personaggio che tutto il mondo conosce come un eroe?
Sai, penso che l’idea della rappresentazione tradizionale che il folklore ha dato al personaggio sia interessante perché ogni versione è in qualche modo una interpretazione personale. Vale anche per me, che sono affascinato dalla leggenda della Morte di Robin Hood sn da bambino. Volevo esplorare più a fondo i personaggi, Robin naturalmente e la Priora. Nella leggenda lei è una sorta di suora malvagia, mentre lui l’eroe virtuoso, tutto semplice, bianco o nero. E mi sono detto: «No. C’è qualcosa di intimo in quel finale, volevo analizzarlo e capire quella relazione». Quindi tutto è nato dal desiderio di umanizzare quei personaggi, una priora medievale con i suoi pensieri e valori, e un bandito dalla vita violenta, invecchiato oltre le leggende raccontate sul suo conto di lei tanto da non sopportare più quelle menzogne che lo fanno apparire un eroe nobile. Questa era l’idea, e molte delle altre decisioni sono scaturite da qui.
ⓢ Non è la prima volta che incontriamo un Robin Hood anziano. Il precedente era Robin e Marion di Richard Lester. Quanto è stato interessante per te sviluppare un personaggio a tutti noto, ma che gli anni avrebbero dovuto rendere più saggio, invece che più crudele?
Mi piaceva l’idea che lui stesso si confrontasse con l’identità che il folklore gli ha costruito addosso e il significato che portava con sé, in un’età in cui le storie prendono il sopravvento e diventano più vere della tua stessa vita, influenzandone il percorso.
ⓢ L’idea di redenzione o perdono è centrale. Credi che tutto possa essere perdonato, o ci sono crimini impossibili da perdonare?
Dipende da quanto si ragiona in termini di bianco e nero quando si parla di perdono. Cerchiamo di dipingere tutti come eroi o cattivi e, in un certo senso, di raggruppare tutti in queste categorie che ci fanno sentire al sicuro e a nostro agio. Credo certamente che alcune cose non possano essere perdonate, ma penso che tutto possa essere compreso e in qualche modo integrato nella comprensione di noi stessi, indipendentemente dal fatto che, secondo i canoni del sistema giudiziario, le cose possano essere perdonate in modo adeguato, ma questo è un altro discorso. A un livello più profondo, qualsiasi cosa può essere perdonata entrando in empatia con essa e assorbirla, impegnandoci per accettare quel lato oscuro che è parte di noi. È quello che vive Robin: potrebbe semplicemente fingere che non fosse un violento, e avere una buona vita al priorato, ma non sarebbe una vera redenzione senza integrare i due lati della sua personalità.
ⓢ Cosa hai visto in Hugh Jackman?
Molte cose. Non scrivo mai copioni su misura per un attore, non l’ho mai fatto e spero di non farlo mai. Mi piace creare personaggi che sulla carta mi sembrino completi e vivi, per poi trovare qualcuno che li capisca e li possa arricchire ulteriormente. Questo mi sorprende. Ed è stato quello che è successo con Hugh. Ha letto la sceneggiatura in due giorni come solo gli attori sanno fare, ci siamo incontrati meno di una settimana dopo. Ha compreso la sceneggiatura e il personaggio a un livello profondo, era molto coinvolto sulle sue ambiguità e zone d’ombra. È una scelta audace per una star come lui interpretare un personaggio di questo tipo, ma era entusiasta proprio di quest’aspetto, desideroso di immergersi nella sua brutalità, ma anche di trovarvi profondità e tranquillità. E poi è attento e curioso nei confronti delle persone. Quando sei con lui ti senti davvero al 100 per cento al centro della sua attenzione, vuole capirti, in un certo senso l’opposto di ciò che volevo per Robin: un personaggio abituato a manipolare le persone, abituato a essere il più intelligente nella stanza e che osserva gli altri per controllarli. E questo contrasto mi ha entusiasmato.
ⓢ È stato lo stesso con Jodie Comer?
Jody era coinvolta a un livello altissimo. Discutevamo di questioni filosofiche, ha studiato, è entrata nella testa del personaggio. Si è dedicata allo studio della medicina medievale, dell’erboristeria e a una comprensione spirituale più profonda di queste discipline. È stato emozionante vedere quanto fosse presa, sia intellettualmente che spiritualmente, dalla Priora. Avevo conosciuto Jody subito dopo Pig. Avevamo avuto un incontro informale, eravamo entrambi fan l’uno dell’altra. C’era questa sensazione che avremmo dovuto assolutamente lavorare insieme un giorno. È una cosa che si dice spesso, ma sentivo davvero, a un livello profondo, che un giorno sarebbe successo. Quando ho scritto il personaggio della Priora, lei è stata una scelta ovvia. È un’attrice straordinaria, riesce a essere tante cose allo stesso tempo. Può essere dolce, infantile e innocente, oppure profonda, saggia e quasi senza età, al di là dei suoi anni. La Priora doveva incarnare questi strati silenziosi, rappresentati delicatamente, ma in cui si percepisce un fermento interiore, quindi avevo bisogno di un’attrice in grado di reggere il peso di quel Robin Hood e l’intensità della performance di Hugh. Sono entusiasta della sua interpretazione.
ⓢ Penso che il tuo film sia estremamente contemporaneo per i temi che tratta.
Sono d’accordo, soprattutto per l’esplorazione della narrativa. Al giorno d’oggi vi siamo immersi, è l’acqua in cui nuotiamo, tra social media e notizie, ma è così totalizzante che siamo meno capaci di valutarla, analizzarla e capire come le permettiamo di influenzarci e come la usiamo per influenzare il prossimo. Siamo circondati, ma meno capaci che mai di comprenderne la forza e la nostra responsabilità nei suoi confronti. È questo l’aspetto che mi sembra più attuale: l’esplorazione della narrativa, di come la semplicità degli eroi e dei cattivi non sia utile sotto molti aspetti. E dobbiamo assumerci la responsabilità delle storie che raccontiamo a noi stessi e che permettiamo che ci vengano raccontate.
ⓢ Questa è la seconda volta che racconti la storia di un uomo che vuole scomparire dal mondo. Perché?
Anche A Quiet Place – Day One parla di qualcuno che si è allontanato dal mondo. Mi affascina partire da una persona che, a un certo livello, si sente spiritualmente morta. Come se avesse vissuto la propria vita e questa fosse in qualche modo finita, e non creda che ci sia più spazio per crescere, che si dice: “Questo era il mio destino. Nel bene o nel male, per me è finita”. E poi, proprio da quella situazione di solitudine e vuoto, trova una connessione e un nuovo modo di esplorare l’empatia che gli porta la comprensione del mondo, di se stesso e del proprio passato, integrandone l’oscurità nel suo io presente. È qualcosa che tutti desideriamo e troviamo bello, ci sono momenti in cui ci sentiamo un po’ isolati e pensiamo: “Ecco, è tutto qui, immagino”. E sapere che, in realtà, no, se solo guardi più da vicino te stesso e le persone che ti circondano, c’è sempre qualcosa in più da scoprire. E ci sono modi per abbracciare l’oscurità della nostra vita, andando andare e ritrovando luce e quella speranza. Tutto fa parte della stessa cosa.
ⓢ Quanto è stato importante riflettere sull’idea che la concezione che abbiamo della verità o l’idea che si ha di un mito tradizionale possa essere qualcosa di diverso?
Moltissimo. È a questo a cui mi riferisco con l’idea che siamo immersi nelle narrazioni. Abbiamo bisogno di costruire miti e di definire i buoni e i cattivi. Ma è importante fare un passo indietro, perché dietro ci sono esseri umani, nel bene e nel male, che dobbiamo comprende raggruppare tutto in categorie semplicistiche. È un momento importante per affrontare la questione della creazione di miti perché credo che, a livello personale, sentiamo il bisogno di mitizzarci e di considerarci eroi della nostra stessa storia. Credo sia pericoloso, perché dobbiamo capire che siamo tutti eroi di una storia molto più grande, di cui si fa parte insieme. Bisogna rifletterci, perché invece di migliorarci in questo senso, siamo diventati terribili.
