Sette ragazzi violentano in gruppo una studentessa nel campus della Cornell University, negli Stati Uniti. La risposta delle istituzioni è la prova di come la vergogna non abbia affatto cambiato lato. Anzi.
Persino i petrolieri ammettono apertamente che con le scorte di petrolio siamo messi malissimo
Lo ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco. Che ha definito le attuali scorte «spaventosamente scarse».
Quando sono cominciati gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, nel mondo c’erano scorte per quasi dieci miliardi di barili di petrolio. Da allora ne sono stati utilizzati quasi tre. Lo ha detto lunedì Amin Nasser, amministratore delegato della compagnia petrolifera saudita Aramco (tra le più importanti del mondo, nonché primo finanziatore del governo saudita), intervenendo all’Energy Intelligence Forum di Londra. Secondo Nasser è andato perso circa il 30 per cento delle scorte mondiali e ora il cuscinetto che protegge l’offerta globale di petrolio è «spaventosamente risicate». Attingere alle riserve, ha aggiunto, può dare sollievo temporaneo, ma non risolve i problemi di approvvigionamento.
Il problema è lo Stretto di Hormuz. L’Iran lo ha bloccato in risposta agli attacchi e, nonostante sia stato dichiarato aperto o parzialmente aperto a più riprese che ricalcano i tempi delle trattative, resta chiuso a tempo indeterminato. Come scrive Politico, prima della guerra ci passava circa il 20 per cento del petrolio e del gas naturale del mondo, e la chiusura sta facendo salire i prezzi di entrambi mentre le scorte si consumano. «Finché lo stretto non riaprirà del tutto e non tornerà la fiducia – ha detto Nasser – la pressione non potrà che aumentare, e anche dopo la riapertura serviranno fino a due anni per ricostituire le scorte». Quelle d’emergenza, intanto, si stanno già svuotando. A marzo, poco dopo l’inizio della guerra, i trentadue Paesi che fanno parte dell’Agenzia internazionale dell’energia avevano deciso di mettere sul mercato quattrocento milioni di barili, il rilascio più grande della loro storia (il record precedente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, era di 182,7 milioni). Le regole europee obbligano ogni paese dell’Unione a tenere da parte scorte pari ad almeno novanta giorni di importazioni nette o sessantuno di consumi, e attingerci adesso, avverte la CNN, rischia di lasciare l’Europa scoperta se le guerre in Medio Oriente e in Ucraina continueranno a interrompere le forniture.
Il punto più delicato è il gasolio. Gli Stati Uniti sono il primo esportatore al mondo, e la settimana scorsa Donald Trump ha detto di stare pensando di vietarne del tutto le esportazioni, per far scendere i prezzi interni prima delle elezioni di midterm di novembre. Un divieto toglierebbe dal mercato quasi un terzo del gasolio che viaggia via mare. A pagarlo per prima sarebbe l’Europa, che lo importa, proprio mentre la Russia ne blocca le esportazioni dall’8 luglio e ha appena prolungato il divieto fino alla fine di ottobre. Venerdì l’Europa ha ceduto. Dopo una videoconferenza presieduta da Emmanuel Macron, il G7 ha annunciato che metterà sul mercato fino a cento milioni di barili di gasolio e greggio in quattro mesi, con una parte consistente di gasolio già nei primi venti giorni. Lunedì (5 ottobre), a un comizio in Nebraska, Donald Trump ha poi firmato un ordine esecutivo che fino alla fine dell’anno permette di usare su strada il red diesel, il gasolio agricolo americano. Una sostanza chimicamente identica a quello normale, ma che non paga l’accisa federale di circa 24 centesimi al gallone (che equivale a 3,785 litri di benzina). Cento milioni di barili, intanto, sono circa un trentesimo di quelli che, secondo Nasser, sono già venuti a mancare.