Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Questa non è una recensione di Digger, è un articolo su come la critica ha parlato di Digger, e sul fatto che se ormai la critica conta poco forse è anche colpa sua. Il punto di partenza è che l’ottavo film di Alejandro González Iñárritu aveva, sulla carta, tutte le caratteristiche per essere il film più osannato e premiato dell’anno: un regista amato dalla stampa, la più grande star di Hollywood che invece di buttarsi dagli aerei si cimenta in uno di quei ruoli che sembrano fatti apposta per vincere l’Oscar, un progetto ambizioso, un tema contemporaneo, e perfino il famoso messaggio. Qualcosa però è andato storto. O forse quasi tutto, almeno agli occhi di chi ha scritto del film per la stampa statunitense.
Un minimo di contesto: nel momento in cui scrivo, Metacritic segna un punteggio di 45 su 100, le recensioni pesantemente negative (valutate sotto il 4) sono tante quante quelle positive, e il livello di durezza il seguente: «Il suo ottavo lungometraggio è così meta che ti tocca guardarlo mentre si perde in un bicchier d’acqua, e poi ti accorgi, con sgomento, che devi guardare ancora un’ora di questo spettacolo spaccatimpani» (Hollywood Reporter); «Digger è quello che succede quando concedi al peggior sketch del Saturday Night Live un budget assurdamente grande e accetti tutte i suoi deliri d’onnipotenza» (The Wrap); «Questo film sta al divertimento come Exxon sta a Greepeace» (Wall Street Journal)»; «una baracconata senza cervello, un ammasso di cianfrusaglie, un milioni di pezzi che si muovono senza avere nulla da dire, nonostante ogni minuto cerchi disperatamente di sembrare profondo» (Time); «Iñárritu commette uno dei più gravi peccato che un regista può commettere: credere che i suoi film saranno sempre più intelligenti del suo pubblico» (Awards Watch). Non va meglio al botteghino: nel weekend dell’uscita, l’incasso è sui venti milioni di dollari – otto in patria; le stime parlano di un break even point a 300, 350; Variety prevede una perdita tra i 150 e i 200 milioni, prospettando «non soltanto uno dei maggiori flop dell’anno, ma potenzialmente uno dei più grandi flop di sempre».
Colpa del Bardo e di Tom Cruise
Il primo problema è che Iñárritu deve essere passato di moda. Forse è colpa di Bardo, forse del tempo che passa, forse che tutto, dopo un po’ di tempo, viene a noia, e quasi niente viene a noia con più veemenza degli innamoramenti: quelle stesse caratteristiche che ci hanno fatto innamorare di una persona, in questo caso della poetica di un artista, della sua unicità, sono ciò che, a innamoramento passato, più finiscono per irritarci. È un sottile crinale quello tra l’ambizioso genio visionario e il tronfio, insopportabile egomaniaco che con la sua smisurata vanagloria realizza film che ci risultano indigeribili. Se per Iñárritu questo è un meccanismo nuovo, a leggere i giornali Tom Cruise invece sembra non piacere nemmeno alla sua famiglia (in effetti la figlia pare averlo disconosciuto, ma questo è un altro discorso). Ovviamente solo a leggere i giornali, perché nel mondo reale Thomas Cruise Mapother IV è l’ultima grande stella di Hollywood, fino a oggi l’ultima garanzia (forse insieme a Leonardo Di Caprio, dal momento che la crisi ormai riguarda anche Clooney e Brad Pitt) di sbigliettare come nel tempo che fu.
A questo proposito, una caratteristica comune tra le (tante) recensioni negative di Digger è che hanno tutte, tutte, un sottotesto enorme e ineludibile, un cartello luminoso, un banner che continua a spuntare sulla pagina e recita: “Quanto mi sta sui coglioni Tom Cruise”. Qualcuno arriva a suggerire che, essendo un noto milionario, l’attore non sia la persona giusta per recitare in un film su tematiche sociali e ambientali; la recensione di Slant almeno lo dice chiaramente: «Non se ne può più di vedere assecondata, e fino a questo punto, questo portavoce di una setta religiosa violenta […] Per non parlare del fatto che, ironia delle ironie, è stato un convinto propagandista della fusione di due studios di Hollywood, un processo sconsideratamente distruttivo supervisionato da un miliardario la cui famiglia è tra i molti bersagli che Digger tenta maldestramente di colpire».
Ora, io sarò un cuore semplice, ma è un film: pur non essendo un estimatore di Scientology, mi godo questa divertente performance sopra le righe, e fine. Anche perché mi sembra che allora la conseguenza più ragionevole sarebbe direttamente quella di chiudere Hollywood, e tutta l’industria dell’intrattenimento, dal momento che ogni studio, ogni major discografica, ogni grande editore, è parte di un sistema di multinazionali che probabilmente, in un modo o nell’altro, non ha come prima preoccupazione lo stato di salute del pianeta.
Chi è senza ego scagli la prima pietra
Un’altra frase che mi ha lasciato sgomento è questa, letta su The Wrap: «È il tipo di film sui miliardari cattivi che ai miliardari cattivi piacerebbe molto, e questo lo rende il peggior tipo di film sui miliardari cattivi». L’autore forse dimentica che tutti gli evil billionaires degli ultimi decenni sembrano essere cresciuti nel culto di Philip Dick, James Ballard e William Gibson – quello che poi hanno deciso di farne è un altro problema. Viene in mente quella vignetta del New Yorker in cui uno startupper presenta un sistema per connettere vari device direttamente al cervello, e la didascalia recita: «Philip K. Dick. Ray Bradbury. Come molte altre persone che lavorano nell’industria tecnologica, la mia ispirazione viene dal fraintendere completamente questi autori». Se vi è sembrato un film “a favore dei petrolieri” forse siete usciti dal cinema prima della scena finale.
Venendo a Iñárritu: perché l’ego di un regista dovrebbe essere un problema? Tutto il canone dell’Occidente è basato su gente che ha scritto migliaia di pagine esprimendo la propria visione del mondo e della vita, spesso nascondendo appena dietro la trama infinite rimuginazioni sui fatti propri (a scanso di equivoci, è una cosa che mi piace): non è ego quello? Chiunque aggiunga, attraverso qualsiasi forma d’arte, un altro minuscolo tassello a tutto il rumore che già ci circonda lo fa perché pensa di avere qualcosa da dire: non è ego anche quello? Io e tutti i critici che stigmatizzano l’ego di Inarritu siamo gente che scrive per delle testate la propria opinione su un film, pensando che sia anche solo vagamente interessante: non è ego anche questo? Da Orson Welles a Paul Thomas Anderson, passando per Kubrick, quanti grandi registi non convivono anche con un ego ingombrante?
Il dubbio è che questa cosa dell’ego sia diventata per la critica l’equivalente del therapy speak, l’equivalente di parlare di red flag, narcisismo e dinamiche tossiche: formule pronte all’uso, che garantiscono di portare a casa una recensione, pensare di avere avuto un’idea originale e raccattare un po’ di commenti sui social. Siccome questa non è una recensione non starò a dilungarmi sulla maestria tecnica, visiva e sonora della messa in scena. Mi limiterò solo a dire che non si capisce perché il colpo di scena ora dovrebbe essere una tecnica facile, quasi un trucco scorretto. Si tratta della cosa più classica del mondo sin dai tempi del metateatro di Plauto, e il problema forse è che chi scrive di cinema oggi conosce a menadito il Marvel Universe e Game of Thrones ma pensa che Plauto sia un modello di automobile e Beckett un marchio di elettrodomestici.
Tutto troppo
Su queste stesse pagine mi è già capitato di scrivere positivamente di uno dei film più massacrati dalla critica degli ultimi anni. Ma no, non mi piace tutto (per fare un esempio recente, The Invite mi è sembrato uno spreco di tempo). Forse mi piace quando un artista si prende il rischio di sbagliare, quando decide di mettere tutto sul piatto. Se in Beau Is Afraid il problema era un eccessivo livello di weirdness, in Digger è sicuramente la grandeur. Però avercene di artisti che non hanno paura di buttarsi in progetti ambiziosi e sconsiderati, con il rischio di prendersi pernacchie da tutte le parti.
A cosa sarebbero riconducibili i problemi di Digger? Che è troppo sopra le righe, troppo meta, troppo ambiguo, troppo incasinato, per niente consolatorio, e troppo compiaciuto della sua intelligenza. (Questo lasciando perdere quelli, e sono tanti, che criticano il fatto che sia un film troppo parlato e troppo urlato, “all-caps TOM CRUISE IN LOONEY TUNES MODE” scrive Rolling Stone: forse da un film in cui Tom Cruise interpreta un grottesco petroliere texano si aspettavano minimalismo, lentezza e la regia di Béla Tarr). Mi sembrano critiche molto facili perché non sono altro che le premesse del film, è la sua natura. Non c’è una lettura particolare nell’evidenziare queste cose, è come dire che Proust è prolisso. (Certo che è prolisso. Ma cosa c’è dentro quella prolissità? Il senso della (sua) vita, se lo sai cogliere). Inoltre, in un’epoca in cui i film e le serie tv sono apertamente pensati per poter essere fruiti scrollando il telefono, mi pare che un film incasinato, cervellotico e presuntuoso, e con l’ambizione di risultare di continuo sorprendente, più che un grosso problema possa rappresentare una felice eccezione.
L’Hollywood Reporter menziona «il tetro futuro che queste due ore notevolmente sgradevoli ci scaricano addosso»: davvero è un difetto? Davvero, verrebbe da chiedere all’autore, preferite film che ci dicano che con una grande intelligenza emotiva e molta buona volontà potremmo salvare il mondo? Il problema è poi che è un film che non ha paura di mettere in discussione il pubblico stesso. Ancora da Slant: “Based on a sequence in which a character stops all the action to bloviate about the necessity of satire, the fangs appear to be contemptuously out for the audience. That’ll pack viewers in!”. E, di nuovo, viene da chiedersi: questo, in un prodotto artistico, sarebbe un difetto? (Notare anche come sia proprio chi sembra voler muovere le critiche più politicamente radicali a soccombere poi alla mentalità più biecamente economicista: “il film non incasserà!”). Certo, nessuno è mai diventato povero dando al pubblico precisamente quello che vuole, però forse potremmo anche apprezzare qualcosa di diverso, ogni tanto: vivaddio se ci vuole provocare, mettendoci di fronte alle nostre contraddizioni.
Nel momento in cui, poco prima del grande colpo di scena, le gag diventano davvero grottesche, ho riso, e con me tutta la sala. Ma ho anche pensato che la satira fosse un po’ di grana grossa. Trac: Iñárritu ha tirato fuori la mano dallo schermo e mi ha tirato un bello schiaffone per avere dubitato di lui (facendomi anche pensare che già tra la primissima inquadratura e il gatto in animatronic qualche indizio me l’aveva offerto, quel maledetto).
Lasciate ogni speranza
Spesso, almeno a parole, la critica si augura progetti originali, film coraggiosi, che parlino del presente dicendo qualcosa di non banale, che si prendano dei rischi. Quando qualcuno ci prova, però, non lo capiscono, e fanno partire il tiro a segno. Birdman, invece apprezzatissimo, era a mio modesto parere un film con minore sostanza effettiva , e sicuramente meno rischioso: a fronte del suo parimenti urlare da ogni inquadratura “sono un grande artista” ha una storia molto più lineare, tematiche più comuni, e non mette mai in discussione il suo pubblico. A ben vedere, il problema, per il pubblico e per una critica che sembra non riuscire ad avere uno sguardo appena più sofisticato di quello del proprio pubblico, risiede forse nel fatto che è un film senza speranza. È un film che ci dice che il capitalismo predatorio ha già vinto ed è troppo tardi per tornare indietro. Che ci mostra come e perché dormono la notte quelli che devastano il mondo, o quali sono le loro ragioni – il discorso di Digger al Parlamento Europeo è uguale a quello del 2022 in cui Mario Draghi chiedeva: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”.
Sono certo che tutti quelli che stanno leggendo questo articolo conducano un’esistenza completamente ecosostenibile, però è una domanda che chiama in causa tutti, soprattutto le masse: il miliardo di occidentali che non vuole rinunciare alle proprie inquinanti comodità, e i miliardi di persone che quelle comodità le vorrebbero. È una domanda alla quale è difficile rispondere con degli slogan, è una domanda per adulti, impopolare per un pubblico che vuole rassicurazioni e certificati di bontà.
Il problema, infine, è che è un film che ci dice che nessun film salverà il mondo. Ci dice, attraverso il personaggio di Jesse Plemons (è buono? È cattivo? Non si sa, si sa solo che è estremamente ricco), che sarà tutto in mano ai ricchi. E che gli altri al limite potranno indignarsi, come stanno facendo per questo film. Infatti, in un ennesimo, ultimo, ribaltamento metafilmico – questo però inatteso e probabilmente indesiderato – nel film gli spettatori del futuro escono dal teatro, in un mondo devastato, dopo avere sfogato il loro odio contro il capro espiatorio Digger Rockwell; allo stesso modo, gli spettatori del 2026 possono invece uscire dal cinema, in un mondo un po’ meno devastato, sfogandosi contro il capro espiatorio Digger, diretto da Alejandro González Iñárritu, interpretato dal multimilionario Tom Cruise.
