Per Alberto Barbera il cinema non morirà mai, a patto che sia pronto a rivoluzionarsi sempre

Abbiamo incontrato il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, prontissimo per l'apertura dell'83esima edizione. Ci ha parlato di film hollywoodiani, film "al margine", del suo primo, surreale viaggio in Kazakistan e dell'attesissimo ritorno veneziano di Nanni Moretti.

02 Settembre 2026

La prima volta che Alberto Barbera è andato al cinema aveva cinque anni. Suo zio faceva il cassiere e il custode di una sala; la stanza dei suoi cugini era praticamente attaccata alla platea, ricavata dalla galleria: potevano sentire tutti i dialoghi che venivano pronunciati. Era un altro mondo: l’Italia del dopoguerra, nel biellese, dove le prime visioni si contavano sulle dita di una mano e la domenica era un giorno santo anche per andare in sala. Barbera non ricorda con precisione che film fosse, quella volta; ricorda però la paura, l’enorme emozione, che lo travolse. Da allora il suo rapporto con il cinema, inteso sia come linguaggio che come luogo, non ha fatto che crescere. Oggi, più di settant’anni dopo, è il direttore della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia: uno degli eventi più importanti al mondo dedicati alla settima arte.

Dice che dopo il COVID il lavoro è aumentato esponenzialmente, che ora è tutto più difficile, anche mantenere i contatti diplomatici. L’edizione di quest’anno, la numero 83, inizia oggi, 2 settembre, e andrà avanti fino al 12. Barbera spiega che è solo un’impressione che ci siano più film italiani e che quest’anno, a parte Digger di Alejandro González Iñárritu, non c’erano altri grossi film hollywoodiani: lo sanno anche i suoi colleghi. Segno dei tempi e della crisi. Parlando di crisi, Barbera affronta anche quella della critica, con questo dualismo crescente tra tifoserie e una mancanza sempre più profonda di dialogo. E ancora: il primo viaggio in Kazakistan, i due camei come attore in Call my agent – Italia e nella seconda stagione di The Studio; la famiglia, che è la cosa più importante, anche più del cinema, e ciò che rende un film un buon film. In mezzo le critiche, la responsabilità di prendere una decisione, il ritorno a Venezia di Nanni Moretti con il suo nuovo film, Succederà questa notte.

Quest’anno, alla Mostra, ci sono pochi americani e molti italiani. È una novità rispetto alle ultime edizioni?
L’unico grosso film americano di quest’anno, di questo periodo, è Digger di Alejandro González Iñárritu e la Warner Bros. ha deciso di non portarlo in nessun festival. E il fatto che ora ci sia solo questo film conferma un po’ quella che è la crisi che stanno attraversando le major hollywoodiane. Quindi film non ce n’erano, non è stata una scelta della Mostra: è una conseguenza obbligata. E non ci sono nemmeno più film italiani: rispetto allo scorso anno, ce n’è uno in meno nelle varie sezioni.

Che cos’è che fa la differenza nella percezione generale, secondo te?
L’assenza dei grandi film hollywoodiani dà una possibilità a quelli più piccoli di essere notati e di avere più spazio. Il film hollywoodiano, volenti o nolenti, si nota. E a questo proposito ci sono due considerazioni da fare. La prima: negli anni passati i film dei grandi studios americani erano due, al massimo tre, non di più. Riuscivano, però, a mettere in ombra tutte le altre scelte del festival, che invece si impegna da sempre nell’esplorare i margini del cinema, nello scoprire i nuovi talenti, nel valorizzare voci differenti e nel prestare attenzione alle cinematografie emergenti.

Qual è la seconda considerazione?
Se vuoi, abbiamo preso qualche rischio in più. Nel concorso principale, che è quello su cui si focalizza l’attenzione dei più, ci sono dieci film di registi che o non erano mai stati in competizione a Venezia o non sono ancora così noti o affermati a livello internazionale. Segno che il festival non ha paura di scegliere un film sulla base della sua qualità. Non cerchiamo banalmente i grandi nomi. Non è un caso che si sia parlato molto della non partecipazione al concorso principale di Gianni Amelio e Mario Martone. E poi c’è Nanni Moretti, che torna a Venezia, in concorso, dopo trentasette anni.

È stato difficile averlo?
Non voleva più venire a Venezia dal 1989, da quando il festival aveva rifiutato di invitarlo in competizione con Palombella rossa, che tra l’altro è uno dei suoi film più belli in assoluto. Fu una scelta imbarazzante e incomprensibile. Lui, chiaramente, se la prese molto. A Venezia venne comunque, perché il film venne proiettato in apertura della Settimana Internazionale della Critica. Però se l’è legata al dito, sì. E poi è andato sempre a Cannes, dove ha vinto premi e ricevuto riconoscimenti. Mi sembra una decisione più che comprensibile. Dopodiché non ho dovuto faticare per convincerlo.

In che senso?
Nel senso che nessuno riesce a convincere Nanni a fare una cosa che non ha già deciso di fare lui stesso. È stato lui a chiamarmi all’inizio dell’anno per dirmi che avrebbe voluto venire a Venezia, che voleva rallentare, non voleva correre, che non ce l’avrebbe fatta a chiudere il film per maggio. E poi voleva cambiare l’uscita del film. Lui di solito esce intorno ad aprile, ma visto il cambiamento climatico e le nuove abitudini del pubblico gli è sembrato più giusto spostare la data in autunno. E Venezia, a questo punto, era ideale. Mi ha detto: se vuoi ti faccio vedere il film quando sarà pronto così potrai decidere. Ed eccoci qua.

Faccio un salto all’indietro piuttosto grande. La prima volta che sei entrato in una sala cinematografica avevi 5 anni, e hai avuto paura.
Sì. (ride, ndr) In sala sono le emozioni quelle che caratterizzano di più l’esperienza cinematografica, e questo vale per tutti: per gli adulti e per i bambini. Quindi la paura, la gioia, il riso, la commozione. La prima volta io ho avuto paura, sì, ed è stata una sensazione molto forte. Ma questa paura ha scatenato dentro di me anche la curiosità. La seconda volta che sono andato al cinema, non ricordo per quale film, mi sono ritrovato profondamente coinvolto. E non ho più smesso di andare in sala. Ci andavo, ricordo, con una regolarità assoluta. E quando magari una domenica non potevo, perché i miei genitori erano impegnati, diventavo furibondo. È stata una passione travolgente. Così travolgente che fin dall’inizio ho pensato di voler lavorare nel cinema. Prima, come tutti i bambini, volevo fare l’attore. Poi, crescendo, il regista. Alla fine ho trovato un altro posto, che è il mio posto. Ho iniziato a scrivere, a lavorare nell’organizzazione. E quando è nato il Torino Film Festival, sono andato lì.

Però qualche volta ti è capitato di fare l’attore: penso a Call my agent – Italia.
Ma guarda… Ho fatto un paio di camei. Uno lì, in Call my agent, e l’altro nella seconda stagione di The Studio. Però ho fatto sempre la stessa cosa: il direttore di Venezia, me stesso.

È stato facile?
Noooo! Non è facile, non è facile per niente. Io non so proprio recitare. Dovevo dire due battute in due minuti, non ho dovuto dimostrare niente. Ho dovuto metterci giusto la faccia. Ma io non sono proprio capace, e non sarei capace nemmeno di dirigere un film. Purtroppo c’è già una quantità considerevole di pessimi registi. Non vorrei mettermici anche io. (ride, ndr) Quelli bravi li riconosci subito: hanno un talento chiaro, evidente.

Per diversi anni, e lo hai detto anche tu prima, hai scritto collaborando con la Gazzetta del Popolo. Ti manca quella dimensione critica, la possibilità di ritagliarti il tuo spazio e mettere giù i tuoi pensieri?
Fare il critico per un quotidiano è una cosa fantastica per diversi motivi. Uno è sicuramente il tempo che spendi andando al cinema. A me costa un po’ di fatica scrivere, ti dico la verità. Non ho quella capacità che aveva Tullio Kezich che, finita una proiezione, si metteva subito a scrivere e riusciva a fare recensioni fantastiche, scritte benissimo, con una profondità di analisi incredibile. Io ho sempre faticato un po’, lo ripeto. Quel lavoro lì mi manca perché ti permette di fare la cosa più bella: lo spettatore. E solo dopo il commentatore. Non mi manca per la responsabilità che comporta. Oggi i critici non vengono più letti, se non da una minoranza assoluta. Però una volta avevano la possibilità di fare la fortuna di un film, stroncandolo o elogiandolo.

Ogni tanto pensi mai di tornare a fare anche il critico?
Il punto è che faccio già un lavoro straordinario, ed è un lavoro che si sta facendo sempre più impegnativo. Io non riesco a fare altro. Comincio a lavorare al festival a gennaio, con le prime selezioni. Dedico le mie giornate, dalla mattina alla sera tardi, a vedere film, rispondere alle e-mail e alle telefonate. Finisco per trascurare tutto il resto: non ho il tempo di leggere libri o di ascoltare musica, o di uscire con gli amici o di stare di più con mia moglie e i miei figli. Una volta non era così impegnativo. È cambiato tutto dopo il COVID. Prima lavoravo di meno. Cominciavamo a marzo, con calma. Poi a maggio si interrompeva tutto, e si riprendeva tra giugno e luglio. Ora è tutto l’anno così. Non c’è un attimo di tregua. È un lavoro impegnativo, te lo ripeto. E le condizioni sono diventate complicate per tutti. Il cinema ha attraversato e sta attraversando momenti difficili. I produttori hanno molte più incertezze e dubbi, e quindi anche il lavoro diplomatico, di gestire i rapporti con i sales agent, i registi e gli stessi produttori, richiede più dedizione e fatica. Sia fisica che mentale.

Parallelamente alla crisi del cinema, mi pare che ci sia anche una crisi della critica: non c’è più un momento di sintesi, di confronto.
Ed è questa, forse, una delle più grandi perdite. Io me li ricordo i dibattiti alla fine dei film, ma mi ricordo anche le ore che passavo con gli amici, fino a notte inoltrata, a parlare di questo o quel film che avevamo visto insieme. Quello che pesa al cinema, ma anche agli spettatori, è l’assenza pressoché totale di una discussione culturale intorno ai film. Una volta, si parlava a lungo, per mesi interi, delle opere di Fellini, Antonioni e Rossellini, e tutti intervenivano: i critici, gli scrittori, gli intellettuali, gli artisti. I film potevano rimanere per mesi in sala, grazie proprio a questa discussione. Oggi i film restano pochissimo al cinema. Va tutto veloce. La critica è ridotta all’osso, e i giornali danno sempre meno spazio al cinema.

Ci sono le tifoserie: o è tutto bellissimo o è tutto tremendo.
O sei pro o sei contro, e tutto è ridotto a mi piace/non mi piace. Se vedi un film bello, è facile: ne riconosci subito il valore. E la stessa cosa vale per i film brutti: a volte basta veramente poco per capire se vale la pena o meno di vederli. Il problema, diciamo così, sono i film più originali, quelli più provocatori, che vanno oltre una certa idea o una certa visione. Io dico sempre una cosa alle persone che mi aiutano a fare la selezione dei film: quando non hanno un’idea chiara, quando non è immediatamente evidente il valore del film, è importante prendersi del tempo, lasciare crescere la storia dentro di noi, e tornarci dopo due o tre giorni. E nel frattempo il film si fa largo tra i pensieri, e capisci l’intenzione del regista e il senso stesso del racconto. È una cosa che, oggi, i critici non si possono permettere: vedi il film la mattina, la sera il pezzo deve essere pronto e pubblicato. È tutto un mordi e fuggi, sia per quanto riguarda la fruizione in sala sia dal punto di vista della capacità di discussione e valutazione. I giornali, poi, pagano pochissimo i critici, per non dire una miseria. Chi si può permettere di farlo? Una volta gli stipendi erano altri, erano importanti. Oggi no. Oggi se vuoi fare il critico devi fare anche altre cose. C’è un impoverimento della professione che incide su tutto, a ogni livello.

Che cos’è che fa di un film un buon film, secondo te?
In termini generali, un buon film ti deve coinvolgere emotivamente e provocare intellettualmente. Dopodiché la qualità del film, in quanto tale, anche dal punto di vista tecnico, è fatta di una serie di elementi difficili da spiegare. Quando un critico o un addetto ai lavori vede un film percepisce immediatamente se il modo di inquadrare, di montare la sequenza, di costruire il personaggio e di raccontare la storia è opera di qualcuno che ha il controllo di ciò che sta facendo o se invece si tratta di una persona che procede per tentativi o senza la reale capacità di proporre un punto di vista effettivo ed efficace su quello che vuole dire. Questo secondo aspetto lo capisci grazie all’esperienza, ai film che hai visto, allo studio e alla frequentazione con i grandi autori. Il primo aspetto, invece, lo percepisci a pelle, quasi istintivamente. Un buon film riesce a farti emozionare e, allo stesso tempo, ti costringe a rimettere in discussione ogni cosa, ogni idea, e ad affidarti a quello che stai vedendo. Un buon film ti invita a prendere una posizione differente e a rivedere i tuoi pregiudizi rispetto a un determinato tema.

Al di là dei film scelti per Venezia, quali e quanti film buoni hai visto quest’anno?
Per fortuna sono stati tanti. Non è vero che il cinema, come dice qualcuno, è morto o è privo di interesse. Il cinema, oggi, è cambiato enormemente. Ed è un cinema che continua a sorprenderci. Se penso all’ultima stagione, mi vengono in mente Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho e Un semplice incidente di Jafar Panahi. Se poi penso agli ultimi mesi, non posso non citare l’Odissea. Nolan è un regista che apprezzo tantissimo: tutti i suoi film, o quasi tutti, mi sembrano dei grandi film. Con l’Odissea, è riuscito in un’impresa imprevista, coinvolgendo un pubblico enorme con una delle storie più citate di sempre e forse meno lette. E questo significa avere la capacità di emozionare e provocare gli spettatori. Io sono assolutamente ottimista per quanto riguarda il futuro del cinema.

Che cosa ricordi del primo viaggio in Kazakistan?
Il primo e, aggiungo, ultimo. Era il 1991, ci andai con Marco Müller. Viaggiavamo tantissimo insieme. Siamo stati i primi due direttori di festival occidentali ad andare in Kazakistan. Siamo stati accolti come degli ambasciatori, con lo stesso protocollo. Ci hanno messo in questo albergo, dove andavano i capi di stato in visita ufficiale. Ci trattarono veramente bene. Siamo stati lì tre, quattro giorni. Ci hanno proposto di tutto: sauna, terme, anche le ragazze… Noi abbiamo rifiutato chiaramente. È stata un’accoglienza a tratti surreale. Si mangiava una quantità di cibo e si beveva una quantità di alcol impressionanti. Ricordo che scelsi un paio di film per il Festival di Torino.

Da ragazzo hai fatto una classifica dei tuoi interessi, mettendo in ordine: il cinema, le donne e la politica. Ti chiedo: il cinema continua a essere al primo posto?
(ride, ndr) Preciso una cosa: in quel caso, quando parlavo di politica, parlavo di politica attiva. All’epoca venivano tutti dal movimento studentesco, c’era un’idea di militanza molto forte, che è venuta meno quando c’è stata la deriva del terrorismo. E per me era una strada impercorribile. Adesso, probabilmente, non metterei più il cinema al primo posto, anche se rimane la grande passione della mia vita. Adesso, al primo posto, ci sono mia moglie e i miei figli. Il cinema, forse, è al secondo. Io ho avuto una storia sentimentale molto travagliata. Mi sono sposato tre volte. Ti lascio immaginare… Durante i primi matrimoni il cinema continuava a essere in testa ai miei interessi. Con l’età, uno si rende conto che il cinema è una cosa straordinaria e per me imprescindibile, ma la famiglia è ancora più importante.

Quest’anno ci sono state due polemiche dopo gli annunci dei film alla Mostra: una riguarda la presenza di Dau, il film del regista russo Ilya Khrzhanovsky, l’altra, invece, la quasi assenza di donne nel concorso principale.
Guarda, la prima polemica si è risolta quasi da sola, quando è stato chiaro che era solo una questione pretenziosa, che partiva da presupposti sbagliati e da menzogne. Per quanto riguarda, invece, la questione sulle registe, è una questione comprensibilissima. Mi sono preoccupato anche io della scarsità dei film diretti da donne. Ho detto e lo ribadisco che questo non è assolutamente il segno di un sentimento antifemminista del festival. Negli ultimi dieci anni, Venezia ha premiato tantissime donne, molto più di altri festival europei, e si è impegnata per discutere dello spazio che viene effettivamente dato alle donne con la parità di genere. Senza considerare le tante registe e attrici che si sono susseguite alla presidenza della giuria. Quest’anno c’erano molti meno film di donne, ed è una cosa che hanno notato anche i miei colleghi. Io sono assolutamente contrario alle quote rosa, che non hanno senso in questo contesto. Ma sono contrario anche a essere condiscendente, perché non si fa un favore a nessuno. Né ai film né alle autrici né al festival. Mi viene detto: la qualità è un dato soggettivo. Certo, e mi assumo la responsabilità di quello che dico. Dopo quarant’anni di carriera, sono più che pronto a farlo. Posso sbagliare, e le persone mi possono criticare. Ma dopo aver visto i film.

Di che cosa ha bisogno oggi la Mostra?
Dal 2012 in poi la Mostra è cresciuta tantissimo ed è cambiata enormemente. Abbiamo aumentato le sale, rinnovato quelle già esistenti, rivisto il sistema di accoglienza e di gestione degli autori. È stata investita una quantità di risorse e di energie importante. Il pubblico continua a crescere: anche quest’anno siamo a +10 per cento di biglietti venduti. Abbiamo rivisto i criteri di selezione, allargandoli, perché il cinema è cambiato. Abbiamo cercato di seguire le trasformazioni che caratterizzano e hanno caratterizzato l’audiovisivo. Abbiamo lanciato progetti come la Biennale College Cinema e la sezione dedicata alla realtà virtuale. La Mostra, oggi, ha bisogno di mantenere questa capacità e questa agilità nel cogliere e nell’interpretare le trasformazioni continue che il cinema sta attraversando. Non può rimanere ancorata a un’idea tradizionale e assoluta, è fondamentale essere pronti a cambiare.

Di quella grande emozione di cui parlavamo all’inizio, quella che hai provato la prima volta che sei entrato in una sala, che cosa rimane oggi?
Io continuo a emozionarmi tantissimo al cinema. Sono ancora capace di commuovermi e di piangere se il film è capace di coinvolgermi. Faccio fatica a rivedere i vecchi film per una questione di tempo, ma quando mi capita, quando per esempio rivedo Il mucchio selvaggio, arrivo sempre alla fine emozionato. E mi emoziono nonostante conosca benissimo il film. Per fortuna questa capacità di mantenere un rapporto fatto di emozioni con il cinema non è mai venuta meno.

Mai?
Mai. Anzi, se è possibile, con il tempo è cresciuta ancora di più. Viene costantemente rinnovata grazie all’incontro con nuovi film.

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