La festa finita male che ha cambiato per sempre la notte di Milano

Le chiamavano "spaccafeste": bande di ragazzini della Milano bene che negli anni '90 entravano in casa altrui per rubare e devastare. Una vicenda che la città non ha mai dimenticato e che all'epoca si chiuse grazie alla denuncia di Roberto Vecchioni. E che è recentemente tornata d'attualità, sempre grazie a lui.

28 Settembre 2026

Il portacenere gli arrivò in faccia prima che riuscissi a capire cosa stesse succedendo. Avevo urtato un tipo uscendo dal privè dello Stage e gli avevo rovesciato addosso la caipiroska alla fragola che tenevo in mano. Non l’avevo fatto apposta, ero troppo sconvolto per accorgermi che quello aveva iniziato a urlarmi contro ma Albertone, che veniva subito dopo di me, se n’era accorto eccome. Al solito è stato tutto troppo veloce per ricordare i dettagli, ma nella testa mi risuona ancora l’eco di frammenti di suoni e immagini: l’urlo acuto di una ragazza, Albertone che si muove come una furia, un altro tipo per terra steso sulle scale del privè, il tizio della caipiroska piegato in due e sanguinante con le mani sul volto, gli sguardi impauriti di un gruppo di ragazzi della mia età, illuminati dalla luce intermittente della strobo, mentre noi corriamo via.

Fuori c’era ancora luce perché era uno di quei sabati pomeriggio, come tanti, che trascorrevamo allo Stage, un ex night club trasformato in discoteca minorile in Galleria Manzoni, di fronte al teatro. All’inaugurazione avevano regalato un pettine blu a tutti gli invitati. Ricordo che ci infilammo nello slargo dietro Via Manzoni, che mi tremavano le mani dall’agitazione e avevo assoluto bisogno di fumare. Così tirai fuori l’Alverman dal Barbour  e cominciai ad impastare un cilum di caramello mentre Albertone, intanto, si guardava la mano che cominciava a gonfiarsi. Dopo qualche minuto arrivò qualcuno con una boule di champagne piena di ghiaccio. Albertone ci infilò dentro la mano fino al polso. Accendemmo il cilum, ce lo passammo e finalmente il tremore cominciò a scendere. Poi tirò fuori la mano dal ghiaccio, la aprì e la richiuse un paio di volte, mi guardò e come nulla fosse mi chiese: «C’è una festa stasera vieni?». «No», gli risposi, soffiando fuori il fumo dalla bocca. «Stasera porto Nicole al Beau Geste». Quella sera ci dividemmo: io andai al Beau Geste con Nicole, Albertone andò alla festa. Avevo diciassette anni e lui sedici. Del Beau Geste non ricordo quasi nulla, della festa alla quale non andai, invece, avrei finito per sapere praticamente tutto.

Una festa, un raid

Era un periodo storico in cui in città andavano parecchio di moda le spedizioni, i raid, i saccheggi, le devastazioni. Bastava sapere che da qualche parte c’era una festa, l’indirizzo passava di bocca in bocca ed uno sciame di motorini si metteva in movimento. Uno suonava il citofono, il portone si apriva, si entrava abusivamente, si spaccava tutto, si razziava quello che si trovava e poi si scappava. Il punto era non fermarsi. Una spedizione poteva durare centottanta secondi: con la stessa velocità con cui tutto era cominciato, si usciva. Le piante venivano strappate dai vasi e lanciate giù per le scale, i portacenere volavano dalle finestre, i videoregistratori sparivano sotto il braccio di qualcuno. C’era gente che usciva dal portone con un tappeto arrotolato sulla spalla e cinquanta metri dopo lo abbandonava in mezzo alla strada perché in realtà non sapeva che farsene.

Rubare aveva poco a che fare con il valore delle cose, contava il gesto, il racconto che ne sarebbe rimasto, la reputazione che potevi guadagnarti facendo qualcosa che nessun altro aveva avuto il coraggio di fare. I soldi non ci mancavano, non era quello il problema. L’unica cosa che ci interessava era scatenare il panico. In quella disciplina Albertone era uno dei migliori. Lo chiamavano Lupin III. Un paio di settimane prima durante un’irruzione a casa della marchesina Sveva C.C. prese un Girard Perregaux scassinando un cassettino quasi blindato. La giornata era iniziata come tutte le altre, con una voce che girava dalla mattina a scuola e un messaggio scritto a pennarello sullo specchio del bagno dello Stage: «Stasera Sveva C.C. apre casa». Nessuno sapeva se fosse vero ma bastava quel nome, Sveva C.C., marchesina con la puzza sotto il naso e la villa da catalogo in stile provenzale a due passi dal Parco Sempione, per far scattare il tam-tam.

Alle nove eravamo già davanti al cancello: una ventina di ragazzi bene, tutti in Barbour e camicie Ralph Lauren, con bottiglie di Moët & Chandon sottobraccio e sguardi da guerra civile. Dieci minuti dopo saremmo diventati più di cento. Albertone era il primo. Aveva rubato un palanchino da casa sua e lo aveva usato come mazza per rompere la statua di un cane da giardino appena entrati. Aveva un Walkman acceso in tasca, ascoltava gli Articolo 31, e urlava «Sfasciamoli!», mentre indicava gli orologi da prendere, gli argenti da rubare, i quadri da staccare. Quando uno degli amici di Sveva provò a fermarlo, gli lanciò addosso una bottiglia piena, mancando di poco la tempia. Io ero entrato dieci minuti dopo ancora incerto sul da farsi. Osservavo tutto come in un sogno rallentato, dove  la vodka si mischiava al sangue e alla lacca dei mobili distrutti. Le stanze erano un campo di battaglia, la moquette imbevuta di alcol, un divano ribaltato nel camino acceso, qualcuno che limonava nel bagno di fronte a uno specchio in frantumi.

Albertone, come sempre, era il re. Seduto sul divano imperiale del salotto di Sveva, con indosso il suo cappotto da cavalleria, ordinava a due ragazzi del San Carlo di impacchettare le bottiglie della cantina in sacchetti della Rinascente. «Prendete solo i francesi», diceva. A un certo punto arrivò la polizia. Due volanti, forse tre. Ma la marchesina Sveva non fece alcuna  denuncia. Disse che la colpa era sua. Che ci aveva invitati tutti lei. Che la casa si era autodistrutta. Albertone rideva come un indemoniato mentre correvamo giù per via Rovani, pieni di tagli sulle mani, con un Girard Perregaux da 20 milioni infilato nella tasca interna del cappotto. «Era blindato il cassetto», urlava, «Ma io ho le mani di velluto».

Il lunedì

Poi arrivava il lunedì, la parte che non raccontava nessuno. Alle nove del mattino un’impresa di pulizie di Corso Magenta mandava quattro uomini in tuta grigia che non facevano domande e a mezzogiorno il parquet era tornato di nuovo del colore di prima. Il padre tornava da Zurigo il giovedì e trovava un lampadario “in restauro”, un tappeto Tabriz appena rientrato dalla tintoria, un cane di ceramica con la coda di un bianco leggermente diversa. Un Maralunga completamente rifoderato, un Beosystem B&O esattamente identico a quello andati in pezzi, un nuovo servizio da dodici di Baccarat. Noi, che sfasciavamo, eravamo i figli della stessa gente che chiamava le imprese di pulizia, con le madri con i Cartier al polso e i padri con lo studio in centro. Lo avessero fatto dei ragazzi di Quarto Oggiaro o della Barona si sarebbe parlato di irruzione, nel nostro caso era semplicemente una festa finita male.

Poi qualcosa cambiò, e a ribaltare completamente la situazione fu proprio la festa di cui Albertone mi aveva parlato quel pomeriggio dietro la Galleria Manzoni: il compleanno di Carolina Vecchioni, allora 14enne figlia di Roberto. Quella volta lo sfascio non rimase chiuso dentro l’appartamento e liquidato come l’ennesima marachella. Partirono le denunce, cominciarono le identificazioni, i ragazzi vennero convocati insieme ai genitori e una storia che fino a quel momento sarebbe potuta sopravvivere per qualche settimana nei corridoi delle scuole e nel chiacchiericcio delle piazze al pomeriggio cominciò invece a produrre verbali, nomi, fascicoli e articoli sui giornali.

Il 25 maggio del 1997 il Corriere della Sera mise la storia in prima pagina con un titolo che era già una sentenza: «Banda di ragazzi-bene terrorizza Milano». Dentro c’era una pagina intera di cronaca che aveva un titolo ancora più preciso: «È qui la festa? E devastano tutto». Il giornale parlava di centoventi ragazzi denunciati, quasi tutti minorenni, studenti dei migliori licei della città, tutti figli di avvocati, medici, politici, notai, alti dirigenti. Raccontava dei motorini che giravano il sabato sera alla ricerca di feste, degli ingressi a piccoli gruppi, degli amici degli amici, delle case individuate e poi svuotate in pochi minuti. E soprattutto spiegava che il cosiddetto “caso Vecchioni” non era nient’altro che uno degli episodi.

Il caso Vecchioni

C’erano state altre case, altre feste, altri gruppi entrati senza invito. Un mese dopo quel 15 marzo in via Scarpa un’altra abitazione era stata invasa da una folla di ragazzi, alcuni dei quali erano già comparsi nella storia precedente. E scavando indietro il giornale arrivava fino al 1991, a quella che definiva «la madre di tutte le spaccate», una festa dalle parti di Piazza Aspromonte con centinaia di casseur e decine di milioni di lire di danni. Anche Repubblica, pochi giorni dopo, scrisse che il fenomeno era tutt’altro che nuovo visto che già due anni prima al Parini se n’era discusso tra gli studenti confermando che l’abitudine di imbucarsi alle feste in branco era stata ereditata dai fratelli maggiori e dai cugini più grandi. Conferma che il cosiddetto “caso Vecchioni” non aveva quindi inventato niente, aveva soltanto fatto saltare il coperchio. «Non sono contento né scontento», commentò il cantautore, «ci sono dei giovani metropolitani che credono che tutto sia un gioco, una fiction, anche le cose degli altri, le case degli altri, la vita degli altri. Dei cialtroni che pensano sempre di farla franca qualsiasi cosa facciano: rubare, distruggere, offendere. Fermarli era un dovere civico».

E se i giornali avevano trovato un nome al fenomeno alla giustizia toccò qualcosa di ben più complicato, ovverosia cercare di capire cosa passasse per la testa di quei ragazzi che all’inizio del processo rischiavano fino a 4 anni per furto aggravato e 2 anni per danneggiamento. La vicenda giudiziaria si trascinò per anni e quando il Tribunale per i minorenni di Milano arrivò a pronunciarsi, nel settembre del 2002, i 16enni di quella notte avevano ormai più di 20 anni. Bisognava quindi stabilire quanto fossero maturi cinque anni prima, quando entrare in casa di uno sconosciuto, spaccare qualcosa e uscire con un oggetto in tasca poteva ancora essere raccontato come un gioco. Nel tentativo di giudicare i singoli il tribunale finì per descrivere l’ambiente: ragazzi intelligenti, spesso cresciuti in famiglie agiate dentro un mondo nel quale episodi del genere non erano considerati così gravi. Secondo i giudici in definitiva non erano arrivati a casa Vecchioni con un piano preparato per rubare, erano andati innanzitutto a fare i guastafeste: «come appunto si usava». Ed è probabilmente la frase più precisa che sia stata mai scritta sulle spedizioni. Cinque anni dopo lo sfascio, il processo finiva così con una sentenza che sembrava contenere una fotografia dell’intero fenomeno. Il risultato fu ancora più singolare, gli imputati vennero tutti assolti, non perché il tribunale ritenesse che quella notte non fosse successo nulla ma perché concluse, che all’epoca dei fatti, non fosse possibile considerarli pienamente imputabili: erano semplicemente immaturi. O incapaci di intendere e di volere, come si disse.

Quasi trent’anni dopo quella festa è tornata in tribunale. Nel settembre del 2026 Roberto Vecchioni è stato rinviato a giudizio a Firenze per diffamazione aggravata nei confronti di Geronimo La Russa, dopo aver ricordato pubblicamente la notte del 1997 e aver pronunciato il suo nome. Il processo entrerà nella fase dibattimentale nel febbraio del 2027. La Russa sostiene che quelle parole abbiano lasciato intendere una sua responsabilità nei furti, nonostante la sua posizione nell’indagine dell’epoca fosse stata archiviata. Ed è forse questa la dimensione di quanto quella sera abbia segnato la fine di un’epoca. Prima una spedizione poteva durare tre minuti e sparire entro il lunedì sotto uno strato di cera sul parquet. Casa Vecchioni invece non si chiuse mai del tutto. Rimase nei giornali, negli atti del Tribunale dei minori, nei dibattiti pubblici, nei ricordi di chi c’era e perfino in quelli di chi, come me, quella sera decise di andare da un’altra parte. Le altre spedizioni sono diventate racconti confusi, case che non saprei più ritrovare, oggetti che a forza di essere raccontati hanno cambiato forma e dimensione nel tempo, nomi che si sono persi. Quella no. Di quella ricordo persino il momento esatto in cui ne rimasi fuori.

Albertone aveva una mano immersa in una boule da champagne piena di ghiaccio nello slargo dietro la Galleria Manzoni. «C’è una festa stasera. Vieni?». Io dissi di no, ma solamente perché quella sera volevo andare al Beau Geste con Nicole.

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