Finché sarà più facile costringere le vittime a nascondersi che i carnefici a pagare, avremo sempre un altro caso Cornell 7, avremo sempre la violenza di genere

Sette ragazzi violentano in gruppo una studentessa nel campus della Cornell University, negli Stati Uniti. La risposta delle istituzioni è la prova di come la vergogna non abbia affatto cambiato lato. Anzi.

06 Ottobre 2026

Lo stupro non accade una sola volta. Accade di nuovo, ogni volta che la vittima prova a sentirsi al sicuro in una stanza, a fidarsi di una mano sulla spalla, a fidarsi del proprio stesso corpo perché non sussulti. Toglie qualcosa che non si può elencare né restituire, un’integrità, una libertà dal dover sempre essere in allerta, un modo di esistere nel mondo senza doversi preparare a difendersi. Lo toglie per sempre, non per una notte, non per un processo, non per il tempo che ci vuole a ottenere una sentenza di condanna, che forse arriverà o forse no.

Sette studenti di Cornell sono accusati di aver drogato e violentato in gruppo una compagna di università per ore, in una casa studentesca, nell’ottobre 2024. Qualunque cosa accada a loro, le loro vite probabilmente proseguiranno intatte. La sua, quella della ragazza violentata, è già stata divisa in un prima e un dopo, ed è lei che porterà quella divisione per tutto il resto della vita, non gli uomini accusati di averla causata. Ciò che è successo dopo questi fatti è la parte che dovrebbe far indignare chiunque presti attenzione, non solo la violenza in sé. Due dei sette aggressori sono stati espulsi dopo l’indagine interna di Cornell, agli altri cinque sarebbe stata data la possibilità di restare all’università presentando dei saggi scritti in cui si dimostravano pentiti e contriti (accusa che Cornell, naturalmente, contesta). La ragazza ha denunciato l’aggressione alla campus police circa tre settimane dopo che era avvenuta, e il suo avvocato afferma che dopo la prima denuncia non ha più parlato con nessun altro del dipartimento riguardo a quanto successo. Non sono state formulate accuse e il procuratore distrettuale locale ha sostenuto, con l’appoggio di alcuni legali degli accusati, che quanto accaduto potrebbe non raggiungere la soglia di reato prevista dalla legge dello Stato di New York.

L’auto-cancellazione come strategia di sicurezza

Questo è la regola, non l’eccezione. Il compito di un’istituzione, quando una delle sue persone è accusata di aver violato un’altra, dovrebbe essere proteggere la parte vulnerabile e ritenere responsabile quella più potente. Invece, ripetutamente, le istituzioni tendono a “ottimizzare” per diminuire la propria responsabilità legale, per tutelare la propria reputazione, i propri rapporti con donatori e finanziatori. E il modo più facile per farlo è trasformare la violazione in un problema che qualcun altro deve gestire. Di solito, quel qualcun altro è la vittima. E così abbiamo costruito un intero vocabolario culturale per gestire questo problema, prima ancora che accada. Non tornare a casa da soli. Controllare il proprio bicchiere. Non indossare quello, non indossare questo. Non andare a quella festa, quel bar, in quella casa. Imparare a identificare il pericolo in una stanza prima ancora di entrarci. Abbiamo trasformato l’auto-cancellazione in una strategia di sicurezza, trattandola come buon senso invece di chiamarla per quello che è davvero: un’ammissione silenziosa che chi ha il potere di fermare tutto questo (università, polizia, legislatori) ha deciso che è più semplice ed economico insegnare alle vittime a sparire piuttosto che rendere davvero terribili le conseguenze per chi commette la violenza.

Un sondaggio del 2025 condotto proprio alla Cornell ha rilevato che il 35 per cento delle studentesse e l’8 per cento degli studenti universitari hanno dichiarato di aver subito un’aggressione sessuale durante i loro anni nel college. Non è la storia di una sola confraternita, di un solo caso, di una sola università. È un’istituzione consapevole della portata del problema, che ha continuato ad offrire la scrittura di saggi come alternativa accettabile all’espulsione. Le parole contano, le parole dovrebbero contare, ma nessun dialogo ha senso se non esiste un senso di giustizia. C’è una particolare ironia nel fatto che tutto questo accada in una scuola della Ivy League. Il nome di Cornell dovrebbe segnalare eccellenza, selettività, il tipo di prestigio che apre le porte per tutta la vita. E forse è proprio così; forse il prestigio è reale, solo non nel modo in cui lo intendono le brochure. Il prestigio resta perfettamente intatto per chi viola gli altri ed è comunque protetto: le connessioni reggono, la laurea la si prende comunque, il profilo LinkedIn continua a dire Cornell. Il nome dell’istituzione resta dorato proprio perché ha perfezionato l’arte di rendere invisibili i propri fallimenti.

Due pesi e due misure. Tra aprile e settembre 2024, Cornell ha sospeso o espulso circa venti studenti per attività di protesta pro-palestinese non violenta: sei per un accampamento pacifico, quasi venti altri sanzionati grazie a filmati di sorveglianza dopo una manifestazione durante una fiera del lavoro, diversi banditi dal campus per anni. Confrontare questo con i “Cornell 7” ha dell’assurdo. Cornell ha trovato la volontà istituzionale di minacciare lo status del visto di uno studente internazionale per una protesta. Non ha trovato la stessa volontà per espellere cinque uomini accusati di stupro.

La vigilanza travestita da empowerment

L’ingiustizia qui non sta solo nel fatto che tutto ciò sia presumibilmente accaduto. Sta nel fatto che i sistemi pensati per rispondere sono stati costruiti con tanto spazio di manovra per l’accusato e così poco spazio per credere a chi accusa. Una vittima deve dimostrare, nei dettagli, sotto scrutinio, ripetutamente, che qualcosa è stato fatto al suo corpo. Un accusato deve completare un compito scritto. Non possiamo permetterci di trattare questo come uno scandalo isolato. Ogni volta che un’istituzione assorbe un’accusa simile e la trasforma in un piccolo inconveniente per l’accusato, rafforza la lezione per la prossima vittima sopravvissuta: non vale la pena farsi avanti, e se lo fai, sarai tu a fare la maggior parte del lavoro per sopravvivere a quello che viene dopo, non il sistema.

Lo stupro è la manifestazione di una sete mostruosa di potere, una sete che può essere saziata solo prendendosi tutto, tutta l’integrità e completezza che una persona possiede. Siamo stanche e stanchi di dover essere più cauti, più attenti, più prudenti, più guardinghi, più circospetti. Siamo stanche e stanchi di dover pensare che tutte le nostre sorelle, le nostre amiche, le persone che amiamo siano a rischio. Siamo stanche e stanchi di conoscere così tante persone che sono state vittime, persone a cui è stata rubata la propria integrità e completezza. Siamo stanche e stanchi di riconoscerci, noi stessi, come una di quelle vittime. Abbiamo tutto il diritto di muoverci nel mondo – alle feste del campus, nei bar, nei nostri stessi appartamenti – senza organizzare le nostre vite attorno alla minaccia di carnefici che molto probabilmente non subiranno alcuna vera conseguenza. Le nostre sorelle, amiche, madri, le sopravvissute delle nostre vite meritano di più di una cultura della vigilanza travestita da empowerment. Meritano istituzioni disposte a rischiare quantomeno il disagio per ritenere davvero qualcuno responsabile. Fino a quel momento, “stare attenti” continuerà a funzionare come ha sempre funzionato: non come protezione, ma come silenzioso trasferimento di responsabilità da chi potrebbe fermare tutto questo a chi può solo prepararsi a subirlo.

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