È già passato da Avignone, città del processo, da New York, da Londra e altri 12 Paesi. A New York, tra il pubblico c'era anche Pelicot.
L’uomo potrà andare su Marte, e, anche se sarà così intelligente da estinguersi con un conflitto nucleare o da farsi soppiantare dalle macchine, non troverà una soluzione al problema che lo assilla dall’inizio della specie: la fine di un amore. Tutti, di tutte le classi sociali, generi, etnie, abbiamo sofferto per una storia andata male. Qual è la mia ipotesi? Che a causa di ciò siamo diventati tutti più stupidi. Abbiamo passato mesi a guardare repliche di Seinfeld o di Sex and the City o anche, per gli amanti del brividio, L’ispettore Coliandro, abbiamo condiviso e messo talmente like a meme su casi clinici e prolungato così a lungo la visione su reel customizzati come “ioeteidinuovoinsieme”, ci siamo informati sull’importanza di riattivare la dopamina, che ormai il nostro algoritmo si è trasformato in un’apocalisse kitsch di pseudopsicologia pecoreccia. Se tutte le persone si ristupidiscono, per un cuore spezzato, regrediscono a livello di liceali pustolosi, è normale che l’alta finanza e la politica abbiano facile gioco di noi. Per una semplice questione statistica: quasi nessuno è immune dall’essere stato un cretino, e non si riprenderà da quell’esperienza. Siamo spacciati. Insomma, che l’intelligenza artificiale riesca in questa lotta specista e si liberi di noi: non serviamo a niente.
Fortunatamente le cose non stanno proprio così, così come le vedo io, e ce lo spiega Federica Gregoratto, filosofa morale all’Università di Lucerna e già autrice di Loves Troubles: A Philosophy of Eros, in un nuovo saggio edito da nottetempo, Le ragioni del disamore. Nonostante nell’introduzione annunci un procedimento schematico in quattro punti (che il disamore sia causato da un torto o una violazione morale; dalla fine del desiderio; dall’incapacità costitutiva dell’essere umano di stare nella gioia e, infine, dalla scelta di non amare), il libro ha un progredire ondulatorio, fatto di richiami da un capitolo all’altro, e, soprattutto, non ha l’ardire di dire nulla di definitivo intorno a un discorso per sua natura torbido e inintelligibile.
È un’opera che, tramite storie e citazioni e analisi di romanzi e film, riflette. Non ha una tesi forte di fondo, e la sua decostruzione dell’amore romantico si trasforma in una difesa parziale dello stesso. Il punto di partenza è piuttosto lampante, ed è una critica alla ragione neoliberista che sta trasformando anche le relazioni infraumane. Tra le numerose fonti teoriche, la preferita di Gregoratto sembra essere la sociologa Eva Illouz, secondo la quale «la facilità con cui da qualche tempo riusciamo a chiudere storie d’amore, o stroncare sul nascere la possibilità di amori duraturi e impegnati, si spiega con il trionfo di un certo tipo di sistema economico-sociale, e sull’ideologia che gli sta alla base, centrata sulla libertà individuale e negativa. I bisogni, gli interessi, o le idiosincrasie personalizzate e singolari devono stare al centro». Per libertà “negativa” si intende una libertà dell’io che può darsi solo nell’assenza e nello svincolamento, nella negazione di coercizioni e pressioni esterne: nella mancanza di compromessi che possono essere generati da coloro da cui dipendiamo a livello affettivo.
Fa abbastanza impressione notare come le conclusioni di Illouz siano già state anticipate da Marx nei Manoscritti economici-filosofici del 1844, un libro che, a rileggerlo, ci sorprende quanto parli di amore (e di quanto lo stesso Marx ci parli della sua infelicità amorosa). Se Illouz scrive, in La fine dell’amore, che è il capitalismo a incoraggiare donne e uomini «a pensare a se stessi come a un insieme di attributi emotivi da massimizzare», Marx rifletteva, quasi due secoli prima, di come l’imperativo del profitto individuale doveva poter passare sopra l’altro come un carro armato, e colonizzare anche le relazioni amorose. Più controverse sono invece le posizioni di Adorno, il quale, in un passaggio di Minima moralia, scrive che l’amore può «rappresentare, entro la società, una società migliore», non «come oasi pacifica, ma come resistenza consapevole. […] Non ama se non chi ha la forza di tener fermo l’amore». Dove per «tener fermo l’amore» si intende rinunciare alla logica del profitto e dello scambio, alla realizzazione di bisogni egoistici. Non sacrificarsi, ma anzi, aggiungere alla propria vita un surplus di attenzione e generosità. In un altro appunto dello stesso libro però, il filosofo appare più negativo e sbilanciato sulla linea Illouz-Marx: il capitalismo ha paralizzato l’eros, il calore delle relazioni intime è congelato: la razionalità economica ha trionfato (Hannah Arendt: «L’utilità posta come significato genera l’assenza di significato»).
Ma cos’è l’amore? Gregoratto si rifiuta di offrire una teoria dell’amore, sia romantica, materialistica, o mistica. Quello che registro, leggendo decine di libri sull’argomento, è una sorta di sospensione del giudizio nei riguardi del tema, di contornare cosa è amore o cosa no (che mi sembra invece quanto fa bell hooks in Tutto sull’amore). Non siamo andati molto oltre lo stilnovismo, e quindi a una visione dell’amore come qualcosa di refrattario alle parole. Da questo punto di vista, pure se centrato su tutt’altro, mi sembra fondamentale un pensiero di Wittgenstein: «L’inesprimibile (ciò che mi appare pieno di mistero e non sono in grado di esprimere) costituisce forse lo sfondo sul quale ciò che ho potuto esprimere acquista significato». Ad ogni modo, ad un amore visto barthesianamente come discorso, Gregoratto sembra preferire un’idea di amore come costruzione di un mondo (scriveva un poeta italiano: «se non c’è amore nel mondo/ faremo un mondo nuovo»).
Più che modificare il nostro sguardo sulla realtà (cosa che avviene, la realtà, nell’utopia amorosa, subisce un reincanto), l’amore ne crea una diversa, un micromodello di società. Le geometrie mobili dei corpi degli amanti contribuiscono a creare spazi abituali che sono soltanto loro. I quali li sollecitano, per quanto indecifrabili, ad autorizzare la speranza. L’amore non ha nulla a che vedere con un cantiere edilizio, non costruisce, ma crea, genera mondi, eterocosmi, quelli sì, da abitare con manutenzione costante, per non sbilanciare l’asse attorno cui girano. Ciò non significa che sia una pratica pura, non esente dal conflitto, dall’esercizio del potere e dalla violenza, come in qualsiasi attività umana o naturale. Ma questi mondi sono sempre più fragili e temporanei, in quanto sono visti come luoghi di armonia assoluta in cui non c’è spazio per il negativo. «Ti desidero esattamente per quello che sei», scrive l’autrice, «anche per ciò che di te mi inquieta, mi delude, mi frustra». Questa scarsa capacità di reggere il negativo è forse una delle cause principali del disamore di cui si parla.
Ma per quanto analizzi ed enuclei le varie possibili ragioni della fine di una relazione amorosa, Gregoratto non sembra convinta da nessuna. Un tradimento, la rottura della fiducia, la fine del desiderio, a tutto c’è, in qualche modo, un argine, una possibilità di mutamento e trasformazione costante, che è l’unica dolorosa strategia per rendere un amore sostenibile. Gregoratto non crede, come Hegel nella Fenomenologia dello spirito, che l’amore sia costretto a soccombere alla “prosa della vita”, anzi, di quella deve nutrirsi. «Quando siamo innamorati […] l’impossibile, e quello che ancora non si dà, è già presente». Molto più acutamente, l’autrice al massimo accetta tra le cause del disamore delle ragioni sociali: «Le ragioni del disamore non stanno solo in quello che fa l’altro, in quello che facciamo e non riusciamo a fare in due, ma in ciò che ci fa fare, e non fare, l’intero ambiente che ci troviamo ad abitare. La fine dell’amore potrebbe allora dipendere da una forma sformata di vita nel mondo, dai modi in cui il mondo non ci permette di vivere le nostre relazioni».
Il narcisismo è nell’amare se stessi nell’atto di amare l’amato, ma anche nella convinzione di un’imprescindibilità, nell’essere stato selezionato da qualcuno come oggetto speciale (e in parte, all’occorrenza, più o meno salvifico). Questo disconoscimento può portare conseguenze gravi, a uno stato quasi primitivo, di sbiadimento dell’esserci, al dubitare della nostra stessa presenza (trasformando la filosofia magistica demartiniana in una filosofia dell’amore). Per Barthes è appunto l’interdizione di un discorso, frammentato in versi, racconti, teorie, immagini, artefatti, note musicali, che piano piano si dissolvono. Se l’amore, oltre a essere parola, è mondo, l’amante in cerca dell’amata disamorata è come l’ultimo abitante di una civiltà precolombiana (scrive Bachmann a Frisch «non sei tu che ho perso/ ma il mondo»).
La mia convinzione è che l’amore, nonostante la trasformazione delle relazioni, la crisi della coppia e l’equipaggiamento rizomatico di cui si sta dotando, mostra una notevole resistenza alla forma neoliberista, nella quale comunque sovente, come abbiamo visto, bagna i panni. L’amore rifiuta la nietzschiana antinomia di credito/debito e sovverte i valori d’uso e di scambio. Almeno l’amore di cui parlo io (ho un sacco di amici che stanno con il proprio/la propria partner per cercare una stabilità che non hanno da soli, dando l’impressione che la persona amata sia connotata da una certa interscambiabilità, un vettore di inoffensività, non la scelta di un essere umano basata sulle sue qualità intrinseche o relazionali, ma sull’effetto, sulla spendibilità regolativa che è in grado di attuare: insettini che trovano nell’amore una funzione, e non la più alta, la più solenne forma conoscitiva, capace sì, di sgretolarti come di sgretolare, far perdere la vita: la domanda a “lo/la vuoi salvare?” ha una sola risposta: “voglio scendere nell’abisso con lui/lei”. San Giorgio che uccide il drago è un Orfeo che non ce l’ha fatta).
Per questi motivi sono molto d’accordo con le parole di Gregoratto quando, commentando le fotografie di Nan Goldin, si oppone al proliferare dell’aggettivo “tossico” in riferimento all’amore: «Paradossalmente, questa tensione verso l’indipendenza ci porta anche a desiderare qualcosa o qualcuno da cui non possiamo o vogliamo più staccarci. Nel desiderare la dipendenza ci indeboliamo, certo, ma allo stesso tempo esercitiamo una qualche indipendenza. Non è solo una reazione chimica dei nostri cervelli e corpi, l’attivazione o il blocco di certi circuiti cerebrali […], non è solo un meccanismo cui cediamo inermi e che finisce di avere la meglio sul buonsenso. Abbandonarci a un piacere sessuale o comunque intimo, a una promessa di senso o di trascendenza che coinvolge altre persone, permette proprio di sentirci un soggetto attivo. Se si tratta di una nostra scelta, la sofferenza e il disagio in cui l’estasi può sfociare non annullano la nostra capacità di azione». Bisognerebbe tornare allo stadio dello specchio lacaniano, o alla rilettura della dinamica servo-padrone riconfigurata da Kojève (a tal proposito, illuminante la lettura di Gregoratto di Queer di Guadagnino), per capire che l’agency si genera dall’attaccamento.
In definitiva, le ragioni di un disamore non esistono. L’amante è continuamente in cerca di un’origine assente (Wittgenstein: «È così difficile trovare l’inizio. O meglio: è difficile cominciare dall’inizio. E non tentare di andare ancora più dietro»), che possa motivare questa prostrazione della scomparsa dell’amata. Quest’interpretazione infinita, questa ricerca di una giustizia ermeneutica in grado di risarcirlo, lo trasformerà in storico, urbanista, architetto, psicagogo, demarcherà i tiraggi della sua dannazione. Lo trasformerà soprattutto in narratore. La letteratura moderna, del resto, nasce proprio con questi intenti: di cartografare gli effetti dell’assente sul sensibile. Queste tracce ematiche, sfortunatamente, non costituiscono un disegno. Un disamore è, più di un innamoramento, forse l’unica vestigia di irrazionale in un mondo dominato dalla ragione strumentale. Ma proprio per questo occorre svincolarsi dalla domanda di una colpa originaria che ci assilla. Ciò che possiamo fare, come soggetti innamorati di altri soggetti, è staccarci dall’interrogativo della colpa primordiale.
Scrive Maggie Nelson in Bluets: «Voglio che tu sappia, se mi leggerai, che c’è stato un tempo in cui avrei preferito avere te al mio fianco rispetto a una qualsiasi di queste parole; avrei preferito avere te al mio fianco rispetto a tutto il blu del mondo».
