Alle donne della Fashion Week non importa nulla di essere considerate “affidabili”

Anche se avrebbero il guardaroba perfetto per essere considerate tali.

28 Settembre 2026

Cosa vuol dire “affidabilità” in un momento storico come quello che stiamo vivendo? Un guardaroba può essere il codice di decriptazione adeguato a trasformare un aggettivo in un’immagine precisa e monolitica, sul cui significato tutti convengono? Ma poi, alle donne del 2026, interessa veramente qualcosa essere riconosciute come affidabili? Ma poi, agli occhi di chi? (Per inciso, si spera non a quelli di uomini come Tony Effe, che si è pavoneggiato online, mentre si dirigeva alla sfilata di Diesel, di indossare una taglia 26, irridendo tutti gli altri, schiavi “dei zuccheri” e dei carboidrati, per poi ritrattare malamente dopo la comprensibile shitstorm che ne è seguita, e dalla quale né lui né il brand che indossava hanno tratto giovamento alcuno).

Domande alle quali, con un tempismo che appare oggi dotato di una sua fulminante ironia, la Milano Fashion week dedicata alle collezioni della prossima primavera/estate, ha provato a rispondere, mettendosi casualmente – o forse no considerato che, quando esercitata con coscienza, la moda è riflesso dei tempi che viviamo – in conversazione con le dichiarazioni improbabili del nostro Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani. La prima a rispondere, e nella maniera più incisiva possibile è stata la premiata coppia Miuccia Prada/Raf Simons, che ha mandato in scena una collezione intitolata The Skirt, dove il capo classicamente simbolo della narrazione pradesca, e insieme di una certa borghesia milanese intellò, è protagonista di ogni uscita. A pieghe piatte bon ton (Prada in purezza), ma poi tradotta su tessuti industriali come il nylon riciclato; in cotone ma trattata per assomigliare al camoscio; con lunghezze al ginocchio rispettabili, se non proprio affidabili, ma con spacchi profondi evidenziati da svolazzi di pizzo guipure in cristallo; corte ma corredate da stampe floreali dall’innocenza virginale; indossate con un maglioncino a collo alto (Tajani approved) ma poi con lo spacco sotto il quale si intravede un pantaloncino in cotone che ricorda la biancheria di inizio secolo scorso (a Tajani non piace questo elemento).

Essere o non essere (affidabile)

Queste donne indossano una facciata che potrebbe essere considerata rispettabile, ma il dettaglio sbagliato confonde, porta in equivoco: più che un’elegia della rispettabilità, è un ritratto incongruente (ma assai più condivisibile) di contraddizioni, le stesse che le donne di ogni latitudine vivono nell’Anno del signore 2026, e che risolvono fregandosene della messa in piega, uscendo di casa come se avessero appena infilato le dita nella presa elettrica, con reggiseni dai ganci metallici ai quali sono appesi micro borse, utili a contenere la pazienza che è loro rimasta rispetto a una classe politica che le usa quando utili (o quando c’è da modificare con l’AI le loro scollature, come ha fatto quell’altro che invece ci ha fatto sapere, senza che nessuno glielo abbia davvero chiesto, che lui le donne le preferisce proprio senza gonne), e le dimentica per il resto del tempo. Un concetto rinforzato da una colonna sonora carica di inquietudine, che mischia la techno belga dei Lords of Acid con l’orchestra Sinfonica di Milano che esegue brani tratti da Carrie – Lo sguardo di Satana. Un film, quello di Brian De Palma (e un precedente libro di Stephen King) che trasforma un’ordinaria e crudele storia di reiterato bullismo ai danni della innocente protagonista in un horror cruento: una scelta che, nel contesto, appare assai simbolica.

Prada, primavera estate 2027, courtesy press office

Di contraddizioni, pieghe e infiniti turbamenti è fatta anche la collezione di Jil Sander firmata da Simone Bellotti, autore capace di ricordarci che il minimalismo, quello di cui il brand è divenuto sinonimo sin dagli Anni Settanta, non ha necessariamente a che fare con una categoria valoriale, quanto con un modus operandi: la silhouette ambisce sempre a divenire un’uniforme, ma nel farlo prende strade inaspettate, indagando le vulnerabilità del femminile. Gli abiti da jeune fille en fleur sono arricciati e increspati, le gonne hanno un punto vita che sale da una parte e scende dall’altra, oppure prendono strade e volumi inaspettati, con strascichi e rigonfiamenti rigorosi e monumentali. Persino le stampe più pacificate, ispirate a idealizzati paesaggi giapponesi, si schiacciano fino a divenire una reminiscenza astratta e acidificata del suo significato originale, ricordandoci che la scala verso l’inferno dell’affidabilità e della rispettabilità sociale è lastricata di buone intenzioni che hanno preso una deviazione inaspettata, e non per questo meno interessante.

Appare più incerto – nel senso di meno direzionato – il percorso di Meryll Rogge da Marni, altro brand parte come Jil Sander del gruppo OTB. Dopo un debutto alla guida del brand nel quale, comprensibilmente, si omaggiava la fondatrice Consuelo Castiglioni, questa seconda esplorazione dei molteplici significati di Marni (un altro brand che con il perturbamento borghese ha molto a che fare) appare meno centrata.  L’idea, da comunicato stampa, è quella di “raccontare il cambiamento lavorando tramite un processo di sottrazione” su una passerella pensata dai FormaFantasma, duo dai molteplici talenti e dalle ancora più variegate commissioni (l’ultima, da poco annunciata, è quella della direzione creativa della storica Officina Profumo Farmaceutica Santa Maria Novella).

Al di là dei riusciti abiti dritti con linee geometriche, il cui rigore è contrastato da oblò sormontati da cinture – dettaglio che poi ritornerà, con una potenza evocativa molto più erotica, pure sulle passerelle di Ferragamo – o di bottoni e asole su giacche e blazer che diventano elemento ludico, capace di rievocare l’ironia connaturata al brand – ci si augura che il cambiamento non debba colorarsi di tinte anemiche, o mortificare i corpi con delle culotte in duchesse di seta rosa indossati sopra pantaloni da calzamaglia verde più adatti a un romanzo di formazione dickensiano ambientato nelle periferie degradate di una Londra consumata nella sua umanità dalla rivoluzione industriale. Essendo solo agli inizi, non si dubita che ci sarà modo di aggiustare il tiro, rendendolo più preciso e ficcante.

Rivivificare la mitologia del femminile: due strade

Chi invece, con tutt’altri mezzi, riesce a essere incisivo ed imprimersi bene nella memoria collettiva, è il giovane Galib Gassanoff, fondatore di Institution, brand con il quale è arrivato in finale dell’ultimo LVMH Prize, convincendo persino il New York Times e Le Figaro a sedersi in front row. La poetica monumentale del georgiano a Milano è ormai divenuta cosa nota e apprezzata, ma in questa stagione riesce ad espanderne i significati e le possibilità, utilizzando pelle per le cappe, foulard di seta tradizionali delle donne azere, i kelaghayi (kəlağayı) per costruire abiti, facendosi ancora una volta cantore silenzioso di una tradizione artigianale lontana dalla nostra, ma non per questo meno titolata a presidiare le passerelle (sia la realizzazione che il modo specifico di indossare i kelaghay sono inseriti dall’UNESCO nella lista del patrimonio culturale immateriale.

Gassanoff racconta la tradizione tessile delle sue origini, vivificandola costantemente attraverso silhouette scultoree e poi tagli inattesi, come quelli sul dorso dei vestiti che lasciano la pelle nuda: la sua bravura è nel concedere al corpo di svelarsi, senza mai negargli la sacralità che gli appartiene. Le sue donne sono vulnerabili e ieratiche allo stesso tempo, ispirano rispetto e devozione anche quando le gonne sono in sete impalpabili e quindi trasparenti, con buona pace di Tajani.

Institution by Galib Gassanoff, spring/summer 2027, courtesy press office

Se per Gassanoff l’atto di reinventare e trovare nuovi significati passa per l’atto della creazione, per un brand già dotato di una sua mitologia come Emporio Armani, può significare, in questa stagione carica di attesa per l’arrivo di Dario Vitale (il cui debutto è programmato per il prossimo febbraio) lasciare quel campo di significati a maggese, farlo riposare, con una presentazione statica, permettendo a chi guarda di toccare e valutare da vicino il vocabolario di significati dei quali il brand si è fatto portatore. Nei corridoi di via Bergognone 59 progettati da Tadao Ando si espone il guardaroba uomo e donna pensato da Leo Dell’Orco e Silvana Armani: il retrogusto è sapido, marino e sfuggente, per via delle organze che sovrappongono trasparenze e riflessi o forse dei cristalli di sale che sono trattamento e ricamo, capaci di regalare ai capi una liquidità affascinante perché solo all’apparenza impenetrabile. Per codificarne nuovi significati e possibili interpretazioni bisognerà aspettare febbraio, ma l’entusiasmo che si respirava tra quei corridoi era autentico, e carico di speranze per il futuro.

In bilico precario tra Eros e Thanatos: Gucci e Ferragamo

Chi di entusiasmo al momento sembra sprovvisto – con tutte le giustificazioni del caso, dovute all’infelice momento storico – è Demna da Gucci. Lo show (The store show) è ambientato in un negozio Gucci, ricreato all’interno dell’Allianz MiCo, ed è quasi fin troppo pleonastico il riferimento alla necessità del brand e del conglomerato di tornare a generare traffico e far suonare i registratori di cassa, dopo la spirale negativa nella quale Gucci (insieme, va detto, alla quasi totalità delle maison di moda) è incorso negli ultimi anni. Demna popola lo store di personaggi che fanno parte della personale Comédie humaine del brand (nella sua visione): la ragazza popolare della scuola cattolica privata dove convengono tutti gli eredi delle famiglie rispettabili, che passa dal negozio appena finita la lezione di equitazione, con indosso ancora la giacca fittata, i pantaloni bianchi aderenti da cavallerizza, gli stivali al ginocchio, la coda alta e la spocchia correlata alla RAL; la ex modella oggi “trophy wife” con l’abito con gli oblò sui fianchi pronta per mettersi in mostra al prossimo evento di gala, dove tutte le altre invidiose spargeranno veleno sulla differenza anagrafica tra lei e il coniuge; eredi old money che si ribellano all’estetica prescritta e sfoggiano bomber over con dettaglio morsetto ben visibile sulla tasca e jeans tenuti miracolosamente indosso da una cintura Horsebit che per l’occasione si triplica (e di fatti Demna chiama tutti questi comprimari “rebellious aristocrat”); la sciura in pelliccia – incarnata da una superba Isabella Ferrari, che qui sembra calarsi di nuovo nei panni  dell’Orietta de La Grande Bellezza, con la sua fulminante battuta in risposta alla domanda di Jep Gambardella “Cosa fai?” “Io? Sono ricca”.

Il risultato sembra più un pastiche AI-Generated (come nel primo trailer della prossima serie sui Gucci girata da Gabriele Muccino) che un’analisi sociale graffiante, quelle a cui Demna negli anni ci ha abituato, sulla clientela e sulla mitologia del brand fiorentino. I personaggi più riusciti sono infatti gli innesti di natura dichiaratamente losangelina – dove Demna si situa ora –  come gli atleti della squadra del liceo con le polo corredate dalla banda rossa e verde e il baseball cap portato al contrario o gli adolescenti tormentati con completi sartoriali affilati, e occhiali capaci di schermare lo sguardo e nascondere le occhiaie figlie di notti consumate finche ce n’è,  che fanno venire alla mente i protagonisti del Meno di zero di Bret Easton Ellis.

Il problema è che, proprio come i personaggi dei romanzi di Ellis, questi abiti – tanti, per tutti i gusti e le personalità, chiunque può trovare qualcosa a suo gusto in questo negozio – non sembrano comunicare la pulsione alla vita e all’eros che ha fatto le fortune del brand nell’era di Tom Ford (semidio della grammatica gucciana evocato in diverse uscite) quanto una vacuità mortifera, una vocazione all’autodistruzione più in quota Thanatos che Eros, che può essere forse specchio fedele dei tempi che viviamo, ma non per questo è meno inquietante. Conoscendo il modus operandi di Demna e la sua attitudine cinica (in alcuni casi assai ispirata) al “trolling”, potrebbe anche essere una trovata warholiana per mettere quel mondo di fronte a se stesso, adulandolo e dileggiandolo nello stesso momento, ma tra le tante novità di questo guardaroba che spinge l’acceleratore su prodotti e loghi e morsetti, ingigantendoli e piazzandoli più o meno ovunque, non sembra esserci in fondo nulla di nuovo in quanto a significati.

Dove l’Eros invece si ritrova a suo agio, è tra i cappotti in gomma traslucida, i minidress con le maxi tasche di ispirazione utility, e le gonne al ginocchio (Tajani approved) di Ferragamo. Dopo diverse stagioni di incertezze, Maximilian Davis confeziona una collezione ispirata al rigore degli Anni 40.

«Era un’epoca in cui l’abbigliamento e la sua struttura definivano postura e decoro: la posizione di una tasca poteva influenzare sia il modo di stare in piedi sia quello di comportarsi», spiega Davis. «Volevo riprendere alcuni elementi di quella silhouette e attualizzarli». Se le premesse incontrerebbero i favori del Ministro degli Esteri alla ricerca di moglie per suo figlio, la realizzazione è tutta un’altra storia. Il punto vita è esaltato da doppie cinture; le camicie e i vestiti si arricchiscono di lembi di seta annodati al collo e che fluttuano sulla passerella, a sottendere la scia di seduzione e mistero che questi abiti, e queste donne, posseggono; i blazer rigorosi con spalle importanti, militaresche, e cinture che strizzano la vita, sono controbilanciati da minigonne a cui l’ulteriore velo in seta che arriva poi al ginocchio, non regala ulteriore rispettabilità ricordando nel complesso i deliqui erotici di Charlotte Rampling ne Il portiere di notte, che proprio negli Anni 40 si ambientava. Per la prima volta dall’inizio del suo mandato da Ferragamo, Davis sembra muoversi a suo agio tra una grammatica in equilibrio tra un’eredità pesante (e nata con le scarpe e con gli accessori, prima che con l’abbigliamento) e la ricerca di un suo vocabolario personale che ha l’incoscienza della sua giovane età e pare più adatto alle necessità del contemporaneo.

Ferragamo, spring/summer 2027, courtesy press office

Il metodo di Moschino e quello di Bottega Veneta

Un compito diverso, ma non meno pesante, avevano Simone Rizzo e Loris Messina, fondatori di Sunnei, alla loro prima prova da Moschino. Sul tetto del parcheggio dell’Unipol Dome vanno in scena gli abiti pensati dal duo creativo, e si immergono in una fiumana umana, circa 450 figuranti e addetti ai lavori del sistema, che indossano invece i loro vestiti, a ricreare la vita quotidiana che si muove tra le strade di Milano, andando incontro a una moda fatta per essere indossata nella vita vera. La trovata è di certo d’impatto, ma causa confusione: la tentazione costante di ricercare tra quei figuranti delle facce conosciute (“Hai visto Leila?”, “Oddio c’è anche Gloria” “Ehi, fotografa Noemi, è quella che porta una pianta” sono i commenti che si inseguono tra le file degli astanti) porta lo sguardo lontano dagli abiti Moschino, che si muovono nel senso opposto. Non è però una trovata pensata ad uso e consumo dei social – anche perché questo show non è passato attraverso il live streaming – quanto un tributo alla community che la moda la fa, nella pratica silenziosa del dietro le quinte, tutti i giorni.

I vestiti li si va a vedere da vicino il giorno dopo, nello storico show-room di Moschino in San Gregorio: le minigonne a palloncino a tinte acide si portano con le polo in tessuto tecnico e luccicante, i vestiti in seta sostituiscono i pois con delle sfere 3D assai più grafiche; i bomber sagomati riportano stampe geometriche in quota Mondrian; le gonne a matita hanno sul fondo listini di tessuto che si muovono con l’entusiasmo frenetico di pompon sventolati da cheerleader durante una partita di football; le giacche a vento bicolor Anni 80 si indossano con i pantaloni in pelle con i fianchi decorati. Non tutto è riuscito, soprattutto la parte delle protuberanze anatomiche sui fianchi delle gonne a pieghe – da chi è appena uscita, pentendosi molto, dalla sala di un chirurgo generoso con i filler ai glutei – o i vestiti a pannello, ma va dato loro atto di esser riusciti a creare, in soli 3 mesi, una visione completa e coerente, corredata di molteplici borse (alcune retaggio del passato, altre totalmente nuove), scarpe e soprattutto gioielli, gli stessi che poi hanno fatto le loro fortune da Sunnei.

Da comunicato, il brand aspira a “costruire un’architettura fluida del presente, utilizzando a questo scopo la moda, creando nuovi riferimenti e parlando a persone reali che vivono per (e di, ndr) arte, musica e bellezza, tramutando Moschino in un ripetitore e amplificatore di cultura”. Nel processo, a giudicare da questa prima uscita, si elide tutta la parte più politica e graffiante del fondatore, capace negli Anni ’90 di infilarsi nel fianco di ogni discorso culturale, preferendovi un’analisi più sociologica: e forse, per quanto dolorosa, quell’amputazione è l’unico modo tramite il quale il brand ha una possibilità di esistere nel presente, come piattaforma culturale e soprattutto come azienda con il proposito comprensibile del profitto. 

Moschino spring/summer 2027 courtesy press office

Anche le donne di Bottega Veneta immaginate da Louise Trotter si muovono per Milano, in quella fase meteorologica felice che è il passaggio tra primavera ed estate, tra continui svelamenti e rivestizioni: i look sono sovrapposizioni di più versioni dell’intrecciato, che ritorna nelle gonne ma pure nelle sciarpe allacciate in vita come cinture, nelle borse in paglia con le frange che sfiorano il pavimento. Si sovrappongono le stampe (le camicie a righe con foulard dai motivi grafici), i colori (con una combine leggera di zabaione, rosa confetto e baby blue, la stessa che indossa pure in front row Tyler The Creator, ambassador del brand), le lavorazioni, come quelle complicatissime che riproducono motivi pittorici su abiti a frange. Per la legge del contrappasso, ne risulta deficitaria la leggerezza: la forza del brand è sempre stata quella di veicolare la complessità della donna che lo indossava, e del suo stesso vocabolario artigianale, in capi dotati di una leggiadria pacificata, che non ha necessità di elencare visivamente le sue qualità per essere presa sul serio o considerata affidabile (e di fatti Bottega Veneta storicamente non ha avuto bisogno di un logo per farsi riconoscibile agli occhi degli appassionati). Qui quella ricerca ossessiva è visibile, a volte vira verso i territori pericolosi dell’avanguardismo giapponese, e per questo perde potenza evocativa pur rimanendo artigianalmente superba. 

Dimostrando che l’affidabilità non è mai stata una questione di lunghezze e centimetri, quanto di personalità, e di capacità di esercitarla – sbagliando, esagerando, ma almeno provando –  anche in tempi incerti come questi.

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