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Che decennio è stato per la musica

I fenomeni musicali più pervasivi e gli artisti che hanno caratterizzato e incarnato lo spirito del tempo negli ultimi dieci anni.

25 Dicembre 2019

A guardarsi indietro per fare un bilancio della musica del decennio che sta per chiudersi ci si rende rapidamente conto di quanto sia stato ricco e rivoluzionario per diversi motivi. Il più sconvolgente è la modalità di fruizione della musica: i cd vanno in pensione, ma è lo streaming che spazza via il nostro vecchio modo di ascoltare. Spotify e YouTube sono ormai una, se non l’unica, modalità di accedere alla musica, a tutta la musica. I generi si sono contaminati grazie a questo nuovo tipo di ascolto fluido, senza confini. Scoprire nuovi artisti grazie ai suggerimenti automatici, passare da un genere all’altro, mischiare pop e underground, classifica mainstream e indie per giungere, finalmente, alla caduta dei muri, delle separazioni. Il pop è cresciuto in termini di qualità, intelligenza e soprattutto nei messaggi che si propone di comunicare. Si è espanso, ed è diventato ancora più pop, raggiungendo una nicchia che nel decennio precedente poteva ancora permettersi di snobbarlo. Di contro, un genere come il rap ha raggiunto numeri impensabili tempo fa. Di seguito abbiamo provato a elencare i fenomeni musicali più significativi e gli artisti che, con la loro personalità, oltre che con la loro musica, hanno caratterizzato e incarnato lo spirito del tempo di questi ultimi dieci anni.

Il decennio delle donne
Le siècle sera féminin, dicevano. Inizia tutto con Born This Way di Lady Gaga (2011), un inno alle differenze e all’importanza di accettare e amare se stessi. Da lì in poi, è tutto un fiorire di star, pop e meno pop: questo è di certo stato un decennio dove le artiste hanno imposto se stesse e la loro poetica in maniera pervasiva. Adele con l’incredibile successo del suo secondo album 21, uscito nel 2011, Miley Cyrus con la sua sconcertante trasformazione in “bad girl”, e l’ottimo disco Bangerz del 2013, Ariana Grande (anni importanti e difficilissimi per lei: l’attentato al concerto a Manchester, la morte dell’ex, il disco migliore realizzato finora, Sweetener), Taylor Swift (acclamata per 1989, uscito nel 2014, quest’anno si è confermata l’artista più premiata di sempre), Katy Perry, Selena Gomez, e una lunga serie di new entry, tra cui Dua Lipa, Lizzo e Rosalía. Senza contare le versioni più sofisticate: il rock di Angel Olsen e St Vincent, l’elettronica di FKA Twigs e Grimes (attesissimo il suo nuovo disco: Visions, del 2012, è stato incluso in molte liste dei migliori album del decennio). Direttamente dalla Nuova Zelanda, Lorde si è ritrovata ai party con David Bowie (a proposito, rip) e ci ha regalato due dischi perfetti (Pure Eroine, 2013 e Melodrama, 2017). Ha poi passato il testimone un’altra minorenne, Billie Eilish, oggi all’apice della gloria a 18 anni appena compiuti. Insieme a Billie, con il suo gusto per l’horror, i vestiti larghi, la voce celestiale e un genio della produzione al suo servizio (il fratello Finneas), è Lana del Rey con il suo pill-pop a interpretare al meglio le deviazioni e i simboli del sogno americano, tra Xanax e retromania, aprendo con Born to die (2012) e chiudendo con Norman Fucking Rockwell, uscito lo scorso agosto.

Lana Del Rey e Billie Eilish

Rihanna e Beyoncé
Si sono sfidate sfornando due dischi inclusi in tutte le classifiche dei migliori album del decennio: Anti e Lemonade, entrambi usciti nel 2016. Se Rihanna, che aveva inaugurato il decennio sfornando un album all’anno (Loud nel 2010, Talk That Talk nel 2011, Unapologetic nel 2012) sembra aver accantonato le sue aspirazioni musicali per dedicarsi a nuove conquiste nel mondo della moda e del beauty (molto bene per i suoi affari, molto male per i suoi fan, che sentono la mancanza di una delle più belle voci del mondo), Beyoncé non ha mai mollato l’osso, anzi. Ha aperto il decennio con Beyoncé (2013) definito da Timbaland «il migliore album del XXI secolo» e, incredibilmente, è riuscita a crescere ancora. La sua esibizione al Coachella del 2018 è già leggendaria, tanto che molti critici, presi dall’entusiasmo, si sono affrettati a definirla «la migliore artista vivente». Non solo Beyoncé è stata la prima afroamericana nella storia del Festival a esibirsi durante la serata principale, ma ha regalato al mondo una performance di virtuosismo estremo e uno spettacolo monumentale, «ricco di storia, potentemente politico e visivamente grandioso», diceva il New York Times. Lo show ha ripreso i temi del video-album Lemonade, un’ambiziosa riflessione sull’essere donna e di colore, ricca di citazioni, cameo e riferimenti culturali. Oltre all’inedita versione politicamente impegnata di Beyoncè, abbiamo assistito all’acclamato esordio mainstream di sua sorella Solange (per palati decisamente più artsy e raffinati). Molto probabilmente, negli anni a venire, le sorelle Knowles continueranno a sfornare ottima musica: ma noi continueremo a sentire la mancanza di Rihanna.

Jay-Z, Drake e Kanye West
Nel 2017 l’impeccabile Jay-Z, detto anche il marito di Beyoncé, si è accontentato di pubblicare uno dei migliori album del decennio, 4:44. Drake ha adottato una tecnica diversa e altrettanto efficace: ci ha accompagnato dal 2010, l’anno dell’uscita del suo primo album in studio, Thank Me Later, al 2018 (Scorpion), sfornando praticamente quasi un disco all’anno, tutti di grande qualità e successo, divertendosi a battere una serie di record (maggior numero di canzoni di un artista solista comparse in classifica, maggior numero di canzoni presenti contemporaneamente in una settimana nella Billboard Hot 100, il maggior tempo di presenza nella classifica con almeno una canzone, ecc.). Nel frattempo ha prodotto un bel po’ di hit e anche Euphoria, la bellissima serie che ha provato a raccontare la generazione Z. Il terzo re del decennio è Kanye West che ha aperto le danze nel 2010 con il suo capolavoro, My Beautiful Dark Twisted Fantasy. La sua passione per l’arte contemporanea (il sodalizio con Vanessa Beecroft, ad esempio, a cui si rivolse per il meraviglioso video “Runaway“), la sperimentazione musicale di Yeezus (2013), definito un “electro-dancehall beat poetry album”, e The Life of Pablo (2016), la moda e lo streetwear (l’enorme successo di Yeezy, l’amicizia con Virgil Abloh), le dichiarazioni pazzoidi, l’esaurimento, l’ammissione di soffrire di un disturbo bipolare (sulla copertina di Ye, 2018), il sostegno a Trump, e la recente riscoperta di un nuovo entusiasmo religioso con tanto di messe di gruppo cantate e ballate (c’è chi dice che i sunday service assomiglino ai ritrovi di una setta), sfociata nel disco Jesus is King: nel bene e nel male il marito di Kim Kardashian ha incarnato lo spirito del decennio, con tutte le sue contraddizioni.

Beyonce, Jay-Z, Kanye West e Kim Kardashian ai BET Awards il 1 luglio 2012, Los Angeles (foto di Christopher Polk/Getty Images per BET)

Il rap impegnato
Nel 2017, Kendrick Lamar pubblica Damn. L’album gli vale il premio Pulitzer 2018 per la musica: è primo rapper a ottenere il prestigioso riconoscimento. Già nel 2015 il suo terzo album, To Pimp a Butterfly, aveva debuttato al primo posto nelle classifiche statunitensi. I suoi testi (secondo Billboard carichi di lirismo «shakespeariano») parlano di razzismo e ingiustizia sociale e puntano all’empowerment della comunità di colore. Tra gli altri rapper diventati famosi in questi anni, anche Childish Gambino (vero nome: Donald Glover) ha lasciato il segno col suo rap impegnato (ricordate il potentissimo video di This is America?) e la premiatissima serie tv Atlanta (2016) da lui scritta, diretta e interpretata. Una nuova consapevolezza, sicuramente attivata dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, ha spaccato il decennio in due, arrivando a contaminare i testi di molti artisti fino a quel momento abbastanza spensierati, e dando ancora più forza e potenza al messaggio di quelli che, invece, riflettevano già da tempo sulle problematiche del loro presente.

L’esplosione della trap e del pop-rap
Ricorderemo la seconda parte di questo decennio come quella dei capelli colorati, dei tatuaggi in faccia e di un nuovo genere musicale che ha preso l’hip hop e l’ha trasformato in qualcosa di nuovo e diverso. La trap è diventata mainstream: un generatore di sfumature e contaminazioni potenzialmente infinite. A differenza del rap vecchio stile, più macho che mai, la trap e il nuovo pop-rap danno ampio spazio anche alle donne: Nicki Minaj, esplosa in questo decennio, è la quarta artista donna ad aver venduto più nella storia della musica e la rapper femminile che ha venduto più dischi di tutti i tempi, Cardi B è passata dai reality al pluripremiato Invasion of Privacy, anche lei battendo una lunga serie di record. Un’altra entusiasmante novità è il successo di artisti dichiaratemnte gay in una scena che per molti anni è stata caratterizzata da dinamiche legate al maschilismo e all’omofobia: dallo straordinario, inclassificabile Frank Ocean (Blonde, del 2016, è il migliore album del decennio secondo Pitchfork) al freschissimo Lil Nas X, con il suo singolo da record (“Old Town Road”), passando per il nostro Mahmood. Sad rap e trap sono esplosi in tutto il mondo come un’epidemia e come un’epidemia hanno mietuto le loro vittime: Lil Peep, XXXTentacion, Juice Wrld, Mac Miller sono l’evoluzione delle rockstar del club 27, solo che a ventisette anni non ci sono nemmeno arrivati. La trap ha dato voce a una nuova generazione, anche in Italia (Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang e tantissimi altri), creando uno star system che si è consolidato in pochi anni e anche un pubblico nuovo, estremamente variegato e trasversale, che va dai giovanissimi agli adulti. Si tratta forse dell’ondata musicale più innovativa e potente del decennio, tanto che in molti non l’hanno ancora capita.

La cover di Blond, il secondo album di Frank Ocean

Anima latina
Nel 2017 ben diciannove tracce in lingua spagnola sono entrate nella Billboard Hot 100. Tra queste, ovviamente, c’era “Despacito” di Luis Fonsi e Daddy Yankee, il video musicale più visto in assoluto, con 6 miliardi e mezzo di visualizzazion e uno dei singoli più ascoltati di sempre, anche grazie al remix con Justin Bieber (a proposito di Bieber: non bisogna dimenticarsi di citare Purpose, il suo ottimo disco del 2015). Il reggaeton e il latin pop hanno contaminato anche la musica italiana, dando una struttura stabile e ripetitiva ai tormentoni estivi, che da qualche anno ripropongono sonorità che avevamo già assaporato nel decennio precedente grazie a singoli come “Asereje”,”Papi Chulo”. Ora, però, l’eccezione si è trasformata in regola e in moltissimi album pop e R&B riecheggiano le sonorità calde e trascinanti della cumbia e della musica latina, quelle che fanno venire voglia di alzarsi e mettersi a ballare.

Gli ultimi giapponesi del rock
Sono anni che si sente dire in giro che il rock è morto, ma è forse soltanto in questi Dieci che il classico trio chitarra-basso-batteria sembra aver perso davvero la rilevanza che aveva iniziato ad avere negli anni Sessanta. Se la ribellione in questi anni passa per il rap, l’hip-hop e la trap, il rock prova a non morire e a ritagliarsi un suo spazio di sperimentazione. Bon Iver, Sufjan Stevens, Father John Misty e Kurt Vile resistono, mentre con High Violet (2010) e Trouble will find me (2014) i The National portano in scena un rock forse più classico, con una gran batteria, dei pezzi che diventano statement urlati e dolorosamente romantici, anche per merito del frontman Matt Berninger. Non si può però non nominare l’a sé stante King Krule, giovanissimo e talentuoso, per questo ancora non del tutto definito (salito alla ribalta anche grazie a Beyoncé) per cui i Venti non potranno che essere interessanti.

L’indie italiano entra in classifica
Gli anni Dieci in Italia iniziano in un fervore (anche) chiamato indie. Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Brunori Sas, Zen Circus fanno quello che molti definiscono il “nuovo cantautorato italiano”. Sono Il Sorprendente album d’esordio dei Cani (2011) con le basi da cameretta, l’anonimato e dei testi fulminanti prima e le tastierine e i gelati sciolti dei Thegiornalisti con Fuoricampo (2014) poi a cambiare le carte. Roma diventa centrale nella nuovissima, a questo punto, musica italiana che da indie tutta clubbini arriva a diventare pop e a riempire – ora – i palazzetti: Cosmo che in quei palazzetti ci organizza delle discoteche, Liberato che mischia elettronica e dialetto napoletano, Calcutta che rinconcilia puristi e singalongisti da stadio. Se i talent ce l’hanno messa tutta per rifornire il pop italiano di nuovi artisti da classifica (e ci sono riusciti), l’indie ha fatto la sua parte per garantire valide alternative a chi cerca, almeno nei testi, almeno un piccolo guizzo di creatività.

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