Conterrà tutti i suoi corti e lungometraggi in versione restaurata, più 25 ore di contenuti speciali, molti dei quali inediti e assai sfiziosi.
Pareti bianche, mobili minimal di legno chiaro e soffici piumini color pastello. Abat-jour di ferro col bulbo a vista, come quelle che si comprano da Leroy Merlin. Piantine sugli scaffali, ripiani da cucina in finto marmo e frasi motivazionali come “Live, Dream” su insegne dall’aspetto DIY appese alle pareti. L’abbonamento alla piattaforma streaming e la smart tv. Fuori, patio con ombrelloni, sdraio di plastica e jacuzzi; ma soprattutto a beautiful view, una bella vista sul deserto. È così che appaiono gli oltre 300 alloggi Airbnb presenti nei territori palestinesi occupati, insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. La maggior parte di questi annunci sono raccolti in Nice Rooms With Beautiful Views, la nuova pubblicazione di Federico Vespignani appena uscita per Debatable Publishing.
Dopo Short-term, But Long-Term – un archivio di profili Tinder di soldati israeliani a Gaza, di cui abbiamo scritto – Nice Rooms è il secondo capitolo di una ricerca iconografica che il fotografo porta avanti dal 2023 e che punta a raccontare i conflitti dal punto di vista delle piattaforme. Questa operazione, spiega l’autore, gli permette di mettere a fuoco gli aspetti meno raccontati, ma non meno rilevanti, dei contesti di guerra. In questo caso, Nice Rooms illumina il modo in cui architettura e urbanistica siano da sempre strumenti di propaganda e controllo nelle mani di Israele, fondamentali per far sembrare il processo di occupazione normale ed esteticamente piacevole.
Il linguaggio degli annunci è quello tipico del marketing turistico: le case sono presentate come «oasi di serenità nel deserto» oppure «cottage spaziosi per famiglie» e «rifugi di comfort e relax». Ma nelle fotografie, l’estetica conformista e rassicurante di Airbnb si lega a dettagli d’arredo inquietanti e posticci: i recinti metallici (o i più rustici steccati in canne di bambù) sono una costante, così come i prati sintetici e le bandiere israeliane che spuntano dai vasi di fiori—forse un riferimento all’ideale sionista di “far fiorire il deserto”, un’immagine che gli host richiamano spesso nelle descrizioni. La viste sul deserto circostante sembrano essere una delle caratteristiche più desiderate dagli ospiti. Gli affittuari lo sanno, e stanno attenti a menzionare sempre il panorama nei titoli. “Beautiful House with View on the Dead Sea.” O anche solo “With a View”; “View Suite; “Desert Overlook”. Rispetto agli “annunci convenzionali”, qui gli interni sono secondari rispetto ai tramonti, il panorama, e i cortili con piscina. «La prima cosa che ho notato è che prevalgono sempre le foto dell’esterno», fa notare Vespignani. «Lo trovo rivelatorio», continua. «Da una parte, i settler caricano il paesaggio di simbolismi religiosi: molti degli annunci che abbiamo selezionato vantano una Biblical view, un panorama biblico». Una mercificazione del concetto di Terra Santa.

Ma le caratteristiche di queste case – che di solito sorgono in altura, col living rivolto verso il paesaggio e la zona notte verso il centro cittadino – hanno anche una funzione tattica implicita e mostrano una volontà di controllo del territorio. «Come nel film La zona d’interesse, non vedi mai quello che c’è al di là del muro, lo percepisci solamente. In questi annunci, è come se i palestinesi non esistessero. Eppure, il paesaggio che i coloni amano tanto, con le coltivazioni e gli ulivi, è tale proprio grazie alla presenza dei palestinesi». L’esperienza di scrollare le case vacanza in “Cisgiordania” dall’app è estremamente straniante. A un primo sguardo sembrano destinazioni innocenti, non diverse da qualsiasi altra meta turistica, e a chi non ne conosce i nomi e le storie potrebbero sembrare posti qualunque. È proprio questo il punto. Secondo Vespignani, affittare le proprie abitazioni a scopo turistico è per i coloni un modo per normalizzare l’occupazione, “per far sembrare logico e normale ciò che non solo lo è, ma è addirittura illegale”. D’altra parte, ospitando e promuovendo questi annunci patinati, Airbnb trasforma il territorio palestinese in un prodotto immobiliare apolitico, “distaccato dalle condizioni giuridiche, militari e coloniali che ne consentono l’esistenza.”
La cronaca ci racconta infatti un lato molto diverso della West Bank su cui sorgono questi appartamenti. Qui la violenza dei coloni continua a intensificarsi e gli insediamenti ad espandersi, con la complicità dell’esercito. Negli ultimi due anni, oltre 4 mila persone sono state espulse dalle proprie case, e 52 mila chilometri quadrati di terreni sono stati confiscati. I coloni hanno bruciato ulivi, devastato le coltivazioni e massacrato il bestiame; rapito e aggredito abitanti locali, uccidendo oltre 1000 palestinesi di cui 200 bambini—in un processo di colonizzazione che è accelerato notevolmente dall’inizio della guerra su Gaza (solo ad aprile 2026, i palestinesi uccisi in Cisgiordania sono 122, di cui 22 bambini.)
Quindici degli annunci presenti in Nice Rooms sono a Tekoa, un insediamento a sud di Betlemme che confina col villaggio palestinese Tuqu’. Per circa 200 euro a notte (300 se si tratta di una “villa”), si può soggiornare in questa «cittadina di artisti affacciata sul deserto della Giudea». In un annuncio–descritto come “cozy nest” per coppie, dotato di letti “super-comfy: si vedono due bicchieri di vino rosso appoggiati a una jacuzzi, accanto a un cestino di fragole. «Non vediamo l’ora di coccolarvi», scrive l’host.
L’area di Tekoa ha registrato un’enorme espansione dall’inizio del genocidio. Oggi ha 4 mila abitanti, una piscina pubblica, gallerie d’arte, campi da tennis, e persino il suo festival della birra. È qui che le telecamere di sorveglianza di una fattoria palestinese avevano ripreso, un anno fa, alcuni coloni mascherati introdursi nel fienile e massacrare a sprangate gli agnelli, un video che era poi diventato virale. Sempre qui, nemmeno un mese fa, alcuni settler hanno ucciso un palestinese di 39 anni, Mohammed Faraj, davanti a suo padre, mentre si trovava nei terreni della sua famiglia. Sua moglie è incinta del loro sesto figlio. A differenza dei turisti israeliani e stranieri che hanno libero accesso a questi alloggi, i legittimi proprietari non possono mettere piede sui loro terreni. In una testimonianza raccolta nel 2024 dall’organizzazione per i diritti umani Al-Haq, un cittadino palestinese residente a Jalud racconta con stupore di aver riconosciuto su Airbnb i terreni della sua famiglia, a cui gli è proibito di accedere dal 2001. L’annuncio, “Vacation on Mount Keida”, è attivo dal 2016, e recita: «Casa mia è vicino ad arte, cultura, e vigneti; all’antica Shilo, e alla Valle del Giordano. Amerete i suoi spazi esterni, la vista, la pace circostante». A sud di Betlemme, dove la famiglia Sbeih un tempo coltivava il proprio cibo e allevava i propri animali, oggi sorge l’insediamento illegale Neve Daniel, con numerose proprietà in affitto su Booking. “A Peaceful and Lovely Designed Place”, si legge in uno degli annunci.
Casi di questo tipo non sono rari, al contrario. Le organizzazioni per i diritti umani portano avanti inchieste e azioni legali da anni. Nel 2024, European Legal Support Center, Al-Haq, ed altre ong avevano denunciato Booking.com alla corte penale olandese, dove ha sede l’azienda, ottenendo dalla Corte internazionale di giustizia la dichiarazione dell’illegalità degli insediamenti. In 400 pagine di immagini e inserzioni, Nice Rooms With Beautiful Rooms ci mostra infatti che le piattaforme che usiamo per prenotare le vacanze traggono sistematicamente profitto dalle occupazioni illegali di terre palestinesi. Permettendo agli host di affittare questi alloggi, poi, le aziende garantiscono un’entrata economica agli autori delle violenze. Come sostiene una causa tuttora aperta in Irlanda, questo le renderebbe potenzialmente complici di crimini contro l’umanità.

E nonostante Airbnb avesse inizialmente acconsentito a rimuovere gli annunci nella regione perché non rispettavano «gli standard in materia di sicurezza e responsabilità», aveva poi subito fatto marcia indietro, ripristinandoli su pressione del governo israeliano. Dopotutto, l’azienda non ha mai boicottato Israele, e si è sempre opposta al movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions). «Abbiamo sempre cercato di avvicinare le persone e continueremo a collaborare con la nostra comunità per raggiungere questo obiettivo», aveva dichiarato nel 2019. Eppure Airbnb ha dimostrato che, volendolo, può facilmente trovare strumenti per escludere alcune regioni dalla piattaforma. In seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022, ad esempio, l’azienda aveva sospeso tutte le sue attività in Russia e Belarus, impedendo ai residenti di questi paesi persino di prenotare vacanze come guest. Per qualche motivo, in quel caso i buoni propositi di “avvicinare le persone” sono venuti meno.
Nel loro insieme, gli annunci raccolti da Vespignani suscitano un senso di inquietudine. Secondo Ido Nahari e Ralph Tharayil, che hanno scritto la prefazione del libro, il motivo è che questi “spazi violenti dipendono dalla violenza per creare l’esperienza stessa del sentirsi a casa”. Gli autori paragonano i settlment ai sobborghi americani— le gated communties di serie tv come Desperate Housewives. Luoghi ordinati, controllati e fortificati, seppur da piacevoli steccati di bambù o siepi verdeggianti. Proprio come le controparti americane da cui prende ispirazione, questa suburbia israeliana “si presenta come luogo di sicurezza, della famiglia, della stabilità e della non violenza, mentre le condizioni soppresse della sua esistenza–segregazione razziale, espropriazione dei terreni, esclusione militarizzata–restano nascoste alla vista, affiorando solo sotto forma di ansia o disagio.”
Lavorare a questo progetto, spiega Vespignani, è stato un modo per «mettersi nei panni dei cosiddetti perpetrator», gli autori delle violenze. «Siamo portati a pensare che si tratti di psicopatici o invasati. Ma sono di persone che hanno fatto un determinato percorso di indottrinamento, in cui la propaganda e gli apparati statali hanno un ruolo centrale». In questa prospettiva, l’architettura e il design non sono innocenti, ma uno strumento per riscrivere la storia dei luoghi occupati, e fare finta che non sia successo nulla. Le “belle viste sul deserto” si aprono su terreni devastati dai bulldozer. Frasi come “Worry Less” e “There is nothing like a dream to create the future” stampate su morbidi cuscini nascondono le sofferenze dei palestinesi il cui futuro viene sistematicamente cancellato. Le villette dai tipici tetti rossi sono infestate dai fantasmi delle persone uccise per costruirle. Nice Rooms With Beautiful Views ci aiuta a vedere ciò che questi annunci nascondono. Come i migliori film horror insegnano, se qualcosa sembra normale, è probabile che non lo sia affatto.
