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19:57 venerdì 14 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

St. Vincent, l’unica rockstar

Il suo Masseduction è stato uno dei migliori album del 2017: mercoledì 27 giugno Annie Clark suona al Magnolia di Milano.

27 Giugno 2018

Se sei musicalmente molto capace ma in più bella, beneducata, alla moda come si conviene, poco sorridente alla Victoria Beckham (i sorrisi in foto fanno sembrare sciocchina), frequentatrice dei giri giusti e della gente giusta, alcuni noterebbero pure magra (in epoca di spauracchi da fat shaming non si può più dire tranquillamente, pena la forca). Insomma se sei tutte queste cose insieme, la strada per te sarà incredibilmente in salita. Quando si nomina St. Vincent ancora in tanti storcono il naso, St. Vincent che noia, St. Vincent che modaiola, St. Vincent che furba, St. Vincent che precisina, St. Vincent che fredda, St. Vincent che palincula (si dice fuori Milano?). Lei è molto brava, ma possedere anche tutte le qualità sopradette aggrava la sua situazione, per quella sindrome per cui nelle musiciste (al femminile, sì) il pubblico preferisce immedesimarsi quando sono giustamente imperfette, preferibilmente sfatte. Amy Winehouse piaceva a tutti anche perché era una tossica, Madonna fa meno paura adesso che ha sessant’anni e si può dire che sul palco sfigura (saliteci voi), Lady Gaga ha il nasone (chirurgicamente aggiustato, ma il pubblico non lo freghi: sempre nasona resta), la magnifica Rihanna è meglio quando è grassa così non mette in soggezione, va bene anche Giusy Ferreri perché almeno faceva la cassiera all’Esselunga, e continuate voi l’elenco. Il pubblico vuole l’effetto “una di noi”, vero o bluff che sia. Il pubblico è cattivo. St. Vincent è bella e brava, come avrebbe detto un qualsiasi Pippo Baudo, anzi lui in un’altra epoca una come lei avrebbe potuto persino inventarla. E allora, se è bella e brava, a chi può stare simpatica, a chi può mai piacere davvero?

Che abbia fatto un ultimo grande disco, Masseduction, sembra un dettaglio di poco conto, un incidente venuto bene come tutto quello che le capita: che vuoi, è bella, beneducata, alla moda, mica le può andare male qualcosa. Il 27 giugno lo suona a Milano (al Magnolia, c’è ancora posto, accorrete), insieme a tutti i dischi passati che – ne convengono pure i detrattori – sono bravi e belli anche loro, da Marry Me ad Actor, e poi Strange Mercy, e quello appena precedente all’ultimo che per titolo ha il suo nome, e Love This Giant scritto e cantato col sommo David Byrne (i giri giusti, la gente giusta). Alla data italiana ci saranno tanti di quegli ascoltatori che puntano il dito, che noia che fredda che modaiola, perché ormai St. Vincent è una cosa grossa: bisogna comunque essere presenti, anche solo per lamentarsi. Variety definisce il tour «un progetto pop-art» e si pone una domanda retorica che farà irritare molti: «Che St. Vincent sia davvero l’unica rockstar donna del nostro tempo?».

Il titolo assegnato dal giornale non viene per caso. I più fini osservatori sanno che Anne Erin Clark detta Annie – almeno all’anagrafe ha un nome del tutto insignificante: una macchia sul pedigree – è nipote di Tuck Andress e Patti Cathcart, vale a dire Tuck & Patti, duo jazz-folk noto alle masse radiofoniche soprattutto per la cover di Time After Time di Cyndi Lauper. Quindi pure i natali della nostra sono compromessi, non ha mica penato, la genetica anche musicale era dalla sua parte. Quella è la tradizione di famiglia, quella dunque è la strada. Il primo gruppo in cui entra Annie ha come frontman Sufjan Stevens, altro ex indie quest’anno certificato presso bolle più ampie per via delle due canzoni scritte per Call Me by Your Name di Luca Guadagnino. St. Vincent l’ha accompagnato al basso sul palco degli Oscar su Mystery of Love, candidata alla statuetta: i palinculi si sono presi tutto, anche la prima serata Abc!

Poi è venuto l’amore a incasinare tutto. Annie – che si definisce «gender fluid», mica poteva fare le cose semplici, rimproverano i soliti storcitori di naso – ha nel curriculum sentimentale un paio di fidanzate belle e come lei poco simpatiche ai più, prima la top Cara Delevingne, poi la diva Kristen Stewart. Annie finisce nei rotocalchi senza manco volerlo, o forse sì, questo è ciò che sospettano i critici: è una strategia bella e buona! Secondo alcuni, Masseduction non ha avuto il successo meritato in quanto uno dei migliori album del 2017, ma per via del posizionamento della sua autrice sul mercato dei media pettegoli. Oggi St. Vincent sarebbe famosa soprattutto per altri motivi, mica per la musica. “Seduzione delle masse”, recita il titolo. Il pubblico non lo freghi.

Questo giugno potrebbe finire per diventare il momento che cambia tutto. L’ultimo video di St. Vincent, girato per il remix di Fast Slow Disco, esce in pieno Pride Month ed è espressamente dedicato alla causa LGBTQ. C’è lei tutta sudata in un gay club, in mezzo a uomini s-vestiti di pelle e di borchie. Una spumeggiante orgia arcobaleno che potrebbe definitivamente collocarla dentro un mondo che non aveva cavalcato così tanto fino ad ora: quello omosessuale, appunto. St. Vincent neopaladina della causa, peccato che si sentano già i primi gnègnè di bandiera: lei che si elegge madrina del Gay Pride? Ma per favore! Non è abbastanza baraccona! E sempre lì si torna. Bella e brava, e tutto quello che viene dopo. Essere St. Vincent è davvero una faticaccia, signora mia.

Foto Getty
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