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In Brasile, il tiktok di un lavoratore arrabbiato ha dato inizio a un movimento per la riduzione della settimana lavorativa Rick Azevedo voleva soltanto sfogarsi sui social per l'ennesima richiesta assurda del suo capo. Ha dato il via a una protesta nazionale e a un processo di riforma.
Thurston Moore dei Sonic Youth ha fatto un nuovo album che ha definito «un requiem per i bambini di Gaza» Il disco s'intitola They Came Like Swallows - Seven Requiems for the Children of Gaza e lo ha realizzato in collaborazione con il musicista, produttore e discografico Bonner Kramer.
Il prezzo dei cetrioli è diventato il principale indicatore della crisi economica in Russia È raddoppiato rispetto a un anno fa, raggiungendo una media al chilo di circa 4 euro. I cittadini russi non la stanno prendendo affatto bene.
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Per i 400 anni dalla consacrazione di San Pietro una delle iniziative del Vaticano è ingrandire il bar per i turisti che c’è sulla terrazza della Basilica La metratura del bar verrà raddoppiata, nonostante le polemiche secondo le quali servire panini e gazzose in un luogo così sacro sia quasi peccato.
Una ricerca ha scoperto che negli uffici in cui i dipendenti usano parecchio l’AI non si lavora di meno ma molto di più E la colpa è dei dipendenti, che usano il tempo risparmiato usando l'AI per lavorare a più cose, più di prima.
Su Ebay sono state messe in vendita le foto di 200 greci uccisi dai nazisti nel ’44 e adesso il governo greco sta facendo di tutto per recuperarle La scoperta ha sorpreso lo stesso governo, perché finora si pensava che della strage di Kaisariani non fossero rimaste testimonianze fotografiche.

Euphoria è la serie perfetta per la Gen Z

Sesso, droga, violenza, pornografia: abbiamo visto le prime 3 puntate della serie Hbo prodotta da Drake.

02 Luglio 2019

Ci sono tanti motivi per parlare di Euphoria, la serie creata da Sam Levinson per Hbo, andata in onda a partire dal 16 giugno negli Stati Uniti (siamo alla terza puntata) e prodotta, tra gli altri, da Drake. L’Hollywood Reporter ha deciso di concentrarsi sulla quantità di peni visibili nel secondo episodio. A quanto pare, più di 30. Grandi e piccoli, fermi o in movimento, in video o fotografati con il cellulare. Non solo: la terza puntata di quella che da molti è stata salutata come la serie per teenager più “estrema” di sempre, contiene una scena comica e intelligente, in cui Zendaya – idolo delle ragazzine dai tempi di Disney Channel, che qui interpreta il ruolo di una tossicodipendente di 17 anni (eccola sulla cover story di Vogue, bella anche quella di Paper) – tiene una lezione sulle dick pic (le foto del pene che gli uomini dovrebbero inviare su richiesta durante il sexting e che spesso, invece, impongono senza aspettare il consenso) e che possono essere raggruppate in tre categorie: terrificanti, orribili e accettabili. La scena è scritta così bene che funziona anche senza immagini: si può leggere qui.

Oltre all’incredibile quantità di peni presenti sullo schermo – forse un record nella storia della televisione (The Ringer ha indagato) –  un altro motivo per cui ha molto senso parlare di questa serie è l’ottima scrittura. Niente a che vedere con la comicità involontaria di un prodotto come Baby, in cui le protagoniste dicevano cose assurde («shottino: mode on», ad esempio, prima di iniziare a bere: confidiamo in un miglioramento nella seconda stagione): i dialoghi di Euphoria sono finalmente plausibili e in generale la rappresentazione degli adolescenti e del loro modo di parlare, chattare, drogarsi e fare sesso (e della musica che ascoltano: basta dare un’occhiata alla colonna sonora su Spotify) può dirsi riuscita: la Generazione Z conferma (e gli ex tossici pure). Se è stata giudicata “too much” è proprio perché non fa niente per addolcire la pillola e raccontare la tossicodipendenza così com’è: vomito, spacciatori con le pistole in tasca, test dell’urina manomessi (chiedendo alle amiche di pisciare per te), genitori che si sentono morire e invece trovano l’energia per andare avanti (giusto in tempo per prendersi un altro colpo, e ritrovarsi di nuovo a spiare, frugare, supplicare, raccogliere, pagare, accudire, perdonare e sperare). Ma anche raccontare soltanto i lati negativi della la tossicodipendenza sarebbe un modo irreale di dipingerla: Euphoria mostra come drogarsi sia anche bellissimo, entusiasmante. Dal piacere di sentirsi liberi, cool, coraggiosi ed eroici, al rappresentare, per certe menti fragili, l’unico punto d’accesso per una serie di sensazioni impossibili da raggiungere in uno stato di lucidità (coraggio, piacere, gioia, amore, euforia appunto).

Jules è interpretata dalla modella transgender Hunter Schafer

Un altro motivo per cui i teenager di tutto il mondo stanno impazzendo per Euphoria – «è la cosa più bella che abbia mai visto nella mia vita», scrivono sotto alle immagini postate su Instagram da un account estremamente attivo (risponde praticamente a tutti i loro commenti con emoji e frasi affettuose) – sono i personaggi: non solo parlano come veri adolescenti (anche quel modo di esprimersi per estremi: “sempre”, “mai” e “la mia vita”, un tic tragicomico che accomuna teenager e depressi) ma vengono singolarmente trattati con grande cura. A ognuno di loro viene dedicata la prima parte di un episodio che si concentra sull’infanzia e i micro o macro traumi che li hanno trasformati in quello che sono: la tossicodipendente, l’atleta bellissimo e violento, la “fat girl” che scrive fan-fiction, la transgender. Personaggi troppo consapevoli di incarnare uno stereotipo per apparire stereotipati: la voce narrante di Rue – alquanto inattendibile, visto che è sempre sballatissima – li racconta uno per uno, descrivendo l’evoluzione della loro vita privata.

Insieme a Rue, Jules è il personaggio centrale della serie: una ragazza trans interpretata dalla magnifica Hunter Schafer, alla sua prima prova di recitazione (classe 1999, normalmente lavora come modella: ha sfilato per Rick Owens, Helmut Lang, Tommy Hilfiger, Maison Margiela, Vera Wang, Marc Jacobs, Emilio Pucci e altri). Schafer era già abbastanza nota per aver preso la parola, a 17 anni, come attivista per i diritti delle persone transgender. La vita reale degli attori si mescola con quella dei personaggi che interpretano sullo schermo: sul sito ufficiale ci sono dei brevi video in cui ognuno di loro spiega qualcosa, del tipo “Barbie Ferreira rivela come le sue esperienze personali hanno influenzato la sua interpretazione di Kat”. I loro profili Instagram sono invasi dai giovani ammiratori, entusiasti. La stampa ha reagito in modo decisamente diverso (a parte il Guardian, tra i pochi a dare un giudizio positivo): perplesso il New Yorker, leggermente più soddisfatto il New York Magazine, scettico anche Vox. Molte recensioni lamentano una certa mancanza di profondità, come se le puntate si sviluppassero per «punti esclamativi», impedendo alla storia di «respirare», e contestano la coolness generale dell’operazione – è tutto meraviglioso: dal make-up ai look, dalle carte da parati e gli interni alle strade buie del sobborgo, con le palme, le croci al neon e le pozzanghere luccicanti, per non parlare della fotografia patinatissima (tra Moonlight di Barry Jenkins e le immagini di Gregory Crewdson) e della creatività del montaggio – un’eccessiva cura dei singoli dettagli che trasforma la serie in un lungo video musicale emotivamente sovraccarico: troppo veloce, troppo drammatico, compiaciuto e auto-indulgente durante le scene di sballo e di sesso, ossessionato dall’esigenza di attirare la nostra attenzione, lievemente ottuso quando si tratta di analizzare il dolore, sempre attento all’estetica quando si tratta di manifestarlo: proprio come certi adolescenti.

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