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17:47 lunedì 14 settembre 2026
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.

Donald Glover è uscito dalla bolla

Dalla scena "cantautorap" alla serie tv Atlanta, e ora Hollywood: uno dei volti nuovi del cinema americano, ritratto per Studio 34.

05 Aprile 2018

Chi è un po’ più vecchio – per esempio chi scrive – pensava che Donald Glover fosse imparentato anche solo alla lontana con l’omonimo Danny, cioè il compare di Mel Gibson in Arma letale: non c’entrano niente l’uno con l’altro. È una delle spie del fatto che chi è cresciuto con il cinema – per esempio chi scrive – oggi deve consegnare le armi: ha vinto la nuova formazione Millennial fatta di televisione e piattaforme digitali, senza contare i torrent tradotti dai minorenni di Subspedia. Ormai lo sappiamo: è lì che prende corpo e anima il nuovo immaginario globale, è lì che nascono i consumi culturali giovanili e non, ed è lì che, soprattutto, piccole bolle crescono. Donald è il re di una di queste: il racconto del ghetto che non fa sconti e che insieme è ultraparaculo, come si conviene al Grande Romanzo Hipster del nostro tempo.

Nella prima puntata della seconda stagione di Atlanta – questo il titolo del telefilm che l’ha consacrato, da noi va in onda su Fox – Earnest detto Earn, il suo personaggio, viene sfrattato dal garage in cui si è ritrovato a vivere. «You can’t stay here anymore», gli intima il tizio che lo sbatte in mezzo alla strada. A leggerla come metafora di una generazione, si direbbe che è la stessa parabola del suo showrunner (e pure regista, sceneggiatore, interprete): il mondo per lui è diventato più grande, e di conseguenza più problematico. Donald Glover, trentacinque anni a settembre, veniva da un’altra bolla ancora: la nuova leva di cantautorap, come diciamo noi nel Paese di Sfera Ebbasta, esplosa negli Stati Uniti nell’ultimo decennio. Il suo nome d’arte è Childish Gambino, la bolla si è spesso divisa tra lui e Kendrick Lamar: gli osservanti stretti preferivano il primo e accusavano il secondo di essersi venduto troppo presto al pop e al denaro, collaborando con gente come Beyoncé e Taylor Swift.

In Atlanta c’è precisamente questa nuova scena rap, e le rapine, la famiglia, i soldi, le donne, i sogni, gli amici, le case brutte, i vestiti larghi, tutto mescolato dentro episodi che sembrano non chiudersi mai e forse è davvero così, è una specie di flow che non comincia e non finisce. Sul piatto c’è pure una nuova idea di eroe black meno iconograficamente cazzuto, più orgogliosamente debole. Tanto che, se si digita su Google “Donald Glover quotes”, la prima citazione che salta fuori è: «Gli uomini afroamericani hanno un problema con la mascolinità. L’idea di dover sempre essere forti ci condiziona moltissimo, e ci impedisce di diventare adulti». Lo diceva in tempi non sospetti, prima della questione maschile sollevata nell’industria culturale dell’epoca post-Weinstein. Riletta oggi pare una profezia, il ritratto esatto di una nazione costretta a fare i conti con il disvelamento del machismo e l’eternamente irrisolto problema razziale.

Il pilot di Atlanta andava in onda due mesi prima dell’elezione di un altro Donald: il presidente Trump. Alla Casa Bianca c’era ancora Barack Obama, ma lo storytelling era già cambiato. Dal manifesto Glover: «Voglio far vivere agli spettatori l’esperienza del razzismo, voglio far sentire loro cosa significa davvero essere neri in America». Ora, si diceva, Donald è fuori dal garage. Dalla bolla. Adesso finisce nelle liste dei meglio vestiti, sulle copertine dei magazine per maschi, nelle news di Just Jared, prossimamente comparirà in film di serie A, vale a dire quelli che fanno un sacco di soldi. Prima sarà Lando Calrissian in Solo: A Star Wars Story (nelle sale a maggio), spin-off dedicato al giovane Han Solo. Poi darà la voce a Simba nel nuovo Re Leone digitale, destinato a un incasso miliardario. La voce di Nala, cioè la morosa leonessa, sarà di Beyoncé: cerchi che si chiudono, bolle che si rompono. Il fatto è che il colore nero non è più roba da bolla: black is the new black, sia concessa la battuta. Black Panther, primo cinecomic afro di casa Marvel, ha fatto saltare il banco del box-office internazionale. Le serie di Shonda Rhimes e il truzzissimo Empire hanno ridefinito da un pezzo la rappresentazione degli afroamericani in televisione.

Una nuova generazione di attori oggi parla pure ai bianchi: da Michael B. Jordan a Chadwick Boseman, a Lupita Nyong’o (tutti insieme nel colosso citato sopra, ma quest’ultima già premio Oscar per 12 anni schiavo). Glover era semplicemente la quota indie della lista, una specie di movimentista partito dalla base per arrivare ai vertici. Oggi ha due Emmy e due Golden Globe (tutti vinti per Atlanta) più varie candidature ai Grammy, un giorno arriveranno anche quelli. Intanto per lui è solo una questione di onestà, appunto. «Donald Glover non vi può salvare»: così il New Yorker ha titolato un pezzo recente a lui dedicato. Dice l’intervistato: «La gente adesso mi accetta perché ho potere, ma pensa ancora: “Oh, lui è il fiore all’occhiello della comunità afroamericana, lui è così diverso da tutti gli altri”. Ma certo: lo sono!».

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Studio, ora in edicola.

Nella foto: Donald Glover alla premiere di Atlanta, il 26 febbraio 2018 (Foto di Paras Griffin/Getty Images)
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