Cultura | Pop

Lana Del Rey è arrivata fino a qui

Così come i video che lo accompagnano, il nuovo album, Norman Fucking Rockwell, conferma la cantante americana come una regina del pop.

di Clara Mazzoleni

Una scena dal video di Doin' Time, pubblicato su Youtube il 29 agosto

Sono passati più di 7 anni da quando Lana Del Rey è apparsa per la prima volta in televisione in Italia, in una puntata delle Invasioni Barbariche del 13 aprile 2012. Aveva 27 anni, indossava un abitino blu scuro e ballerine beige rasoterra, i capelli acconciati nella pettinatura che ha accompagnato il momento del primo successo internazionale, una sontuosa cascata di onde anni ’50. «È proprio vera!», esclamava Daria Bignardi accogliendola in studio, «non ci credo neanch’io, eppure è qui!». «Sono molto contenta di essere in Italia», rispondeva lei, quasi timida, «qui ci sono tantissime persone che mi seguono, sia nel mondo della musica che in quello della moda».

Nel nel giro di pochi anni, quella “strana creatura”, così diversa dalle popstar a cui eravamo abituati – una presenza sul palco a dir poco statica, l’immaginario retrò, una voce tutto fuorché contemporanea – sarebbe passata dal prestare il volto a una collezione di H&M ispirata ad alcuni dei suoi punti di riferimento estetici (in particolare Velluto blu di David Lynch), all’essere trasformata dai fan in una campagna di Prada che in realtà non è mai esistita, al diventare la musa di Alessandro Michele e quindi la protagonista, insieme a Jared Leto, dello spot di Gucci Guilty girato da Glen Luchford.

Il video della campagna di H&M iniziava con una mano che faceva partire un giradischi. Il video con cui Del Rey ha lanciato due singoli del nuovo album comincia con una mano che attiva un jukebox. L’immaginario resta fermamente ancorato al passato: la nostalgia di un periodo della storia americana che Del Rey non ha personalmente vissuto e che continua a rincorrere dai tempi di Videogame, il primo video con cui, nel 2011, riuscì finalmente a conquistare il pubblico. Prima di quel momento fatidico, Elizabeth Woolridge Grant si chiamava in altri modi (May Jailer, Lizzy Grant). I suoi dischi erano graziosi, ma anche abbastanza monotoni. Chitarra e voce: molto lontani dalle sonorità e dalle campionature che oggi permettono alla sua musica di essere definita baroque pop, dream pop, indie pop, Hollywood sadcore, trip hop, tutto insieme.

Chissà quando e come è scattato il click che ogni aspirante star attende con infinito ardore: quando capisci esattamente come raccontarti (o, come succede più spesso, quando trovi qualcuno che lo capisce al tuo posto e vede in te quello che, da dentro, non riuscivi a mettere a fuoco). E allora le onde anni ’50, il filler alle labbra, le unghie finte lunghissime, un’estetica visuale e musicale che celebra la nostalgia di un american dream vissuto soltanto nei sogni, attraverso le immagini, i film, le riviste. Nostalgia tautologica, e quindi assoluta, sempre attuale: il desiderio del desiderio, l’amore dell’amore, la libertà della libertà. Lei succhia lo charme dei personaggi, dei miti e delle icone tragiche della cultura americana e lo rielabora facendolo suo, attrice e poetessa allo stesso tempo.

 

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NORMAN FUCKING ROCKWELL out August 30th Made with @jackantonoff @sharp_stick #ricknowels #zachdawes #andrewwatt Photo by @yourgirlchuck w #dukenicholson 📸

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Il titolo del nuovo disco, Norman Fucking Rockwell, cita l’illustratore del realismo romantico statunitense, cantore della struggente bellezza della gente comune e della vita quotidiana, intervallato con quel “fucking” che, come spiega lei, «racconta a che punto siamo, oggi, con il sogno americano». Dei 14 brani del disco, che ondeggiano tra il trip hop e il rock (molto più rock del solito), quasi la metà erano già usciti nei mesi scorsi. Nel complesso l’album genera 1 ora e 7 minuti di trip soporifero e sognante: uscito oggi, sta entusiasmando tutti (secondo l’Independent «Lana Del Rey ha raggiunto il massimo della sua assertività»). L’accoglienza scettica degli inizi – per via dell’atteggiamento e dell’aspetto artefatto, per la sua esibizione al Saturday Night Live («la peggiore di sempre nella storia dello show»: seguì un’esilarante imitazione), per i testi e i modi anti-femministi – ha lasciato il posto alla venerazione globale.

Quando scrissi il mio primo articolo su di lei, nel 2015, Lana Del Rey era ancora considerata un’artista “un po’ indie”: ai tempi del secondo articolo, nel 2017, era sicuramente più mainstream. Oggi il New York Times la definisce «una costruttrice di mondi tra i più coerenti di questo decennio», l’artista che per prima «ha presagito il cambio di direzione della musica pop – e del mondo – verso gli oppiacei e l’apocalisse» (l’articolo del Washington Post sul pill-pop e il rapporto tra lo Xanax e la musica contemporanea la citava in quanto esempio perfetto). Come scrive «Nessuno aveva previsto che sarebbe arrivata fino a qui».

Pur mantenendosi simile a se stessa, è cambiata. Dopo il trauma – l’elezione di Donald Trump – è diventata più lucida e attenta a quello che le succede intorno, più incline alla collaborazione con altri artisti. L’intervista del New York Times è la conferma dell’intenzione di intraprendere una direzione più luminosa, già affermata con l’ultimo disco Lust for Life, il primo con un sorriso in copertina e una ricca serie di collaborazioni. Norman Fucking Rockwell è l’evoluzione di questo processo di apertura: la prima cover in cui Del Rey non è sola e anzi si aggrappa al suo amico Duke Nicholson per rivolgersi verso di noi. Il disco è prodotto da Jack Antonoff, il genio dietro agli ultimi successi di Taylor Swift, Lorde, St. Vincent.

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Da “strana creatura” a star globale, insomma, ma a determinare il suo attuale fascino è proprio il gentile rifiuto del ruolo di diva, ora che lo è diventata davvero: sul suo profilo Instagram promuove gli eventi delle amiche d’infanzia e i dischi di artisti meno famosi di lei (si è resa conto soltanto di recente, ha detto a Billboard, di quanto il suo processo creativo l’abbia costretta a vivere troppo a lungo nell’isolamento). Si è autoprodotta il suo libro di poesie. Diffonde senza pudore i suoi disegnini (li abbiamo visti anche su Vogue). Con la stessa assurdità di quando, nel 2012, “appena nata”, si atteggiava da Vamp, assumendo le sembianze di una donna misteriosa, malinconica, impeccabile, sofisticata, adesso si comporta come un’artistoide californiana, una ragazza semplice con la passione per l’arte e la poesia. Se ai tempi degli esordi sembrava vittima di una paresi facciale e si muoveva con difficoltà, ora è decisamente più dinamica e sorride spesso e volentieri, con i suoi abitini semplici semplici o in un’inedita versione sportiva, con la muta e le treccine. È così anche nella storia di copertina di Billboard: via le extension, via le unghie lunghissime. Maglioncino morbido e sottoveste: come a dire, adesso che ho raggiunto il successo, adesso che vi ho dimostrato cosa so fare, posso finalmente iniziare a rilassarmi.

Il mood del disco è la California: qualche ora fa è arrivato anche il video di “Doin’ Time”, diretto come il precedente da Rich Lee, in cui Del Rey reinterpreta una delle più belle canzoni di Bradley Nowell, leader dei Sublime, ucciso da un’overdose di eroina nel 1996, a 28 anni, due mesi prima dell’uscita dell’ultimo album di successo della band californiana (il brano è incluso nel documentario sui Sublime diretto dal premio Oscar Bill Guttentag). Cosa succede nel video: in un drive-in poco popolato stanno proiettando un film in cui una Lana Del Rey gigantesca si aggira, davvero poco minacciosa, per le strade di Venice Beach. A guardare questa specie di assurdo reboot di Godzilla c’è una coppia: lei è Lana con parrucca bionda, lui un belloccio che alla prima occasione si imbosca a baciarsi con un’altra. Colpo di scena: il “mostro” esce dallo schermo (è proprio vera!), seminando il terrore, e inizia a scuotere la macchinina con dentro gli amanti. Un breve sguardo d’intesa con la sua piccola versione reale, e poi la gigantesca Lana rientra in quello che resta pur sempre il suo regno, lo schermo.

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