Mark Zuckerberg durante l'audizione di fronte al Senato dell'aprile 2018. Foto di Chip Somodevilla/Getty Images

Cultura | Tech

I 10 anni in cui la tecnologia cambiò il mondo

Dal 2010 a oggi le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone.

di Federico Gennari Santori

Che in dieci anni la cose cambino è scontato. Alcuni cambiamenti, però, sono più dirompenti di altri. Tra il 2010 e il 2019 ce ne sono stati più che nell’arco di uno, forse due decenni fa. E se è andata così, è in massima parte a causa della tecnologia. Sì, gli avanzamenti tecnico-scientifici e il corso della storia vanno di pari passo dall’età della pietra. Ma negli anni ’10 del 2000 le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone, trainando i cambiamenti che hanno interessato molte sfere della nostra esistenza. Prendiamo il modo in cui comunichiamo tra noi e ci spostiamo dopo l’avvento dello smartphone. L’economia, che ha come nuove protagoniste le tech company e ha scoperto lo “sharing”. Il commercio, sempre più virtuale e monopolizzato da grandi reti come Amazon e Alibaba. La politica, influenzata dai social media dalla primavera araba alla vittoria di Trump. L’intrattenimento, rivoluzionato dallo streaming di Netflix e Spotify. Temi un tempo discussi soltanto dagli addetti ai lavori sono ormai parte integrante del dibattito pubblico.

Ecco, rispetto agli anni ’00 il ritmo delle nostre vite e, forse, il nostro modo di pensare si sono trasformati radicalmente. Il mondo è diventato un altro, tra nuove opportunità e contraddizioni, come quelle richiamate da Tim Berners Lee, l’ideatore del web che non riconosce più la sua creatura, dallo scrittore Dave Eggers, che nel romanzo Il cerchio (2013) ha rappresentato la distopia legata allo strapotere dei colossi digitali, e dallo storico Yuval Noah Harari con il saggio Homo Deus (2015). Alle porte degli anni ’20 proviamo quindi a ripercorrere alcune tappe principali del percorso tecnologico che ha portato a tutto questo.

Hardware
Correva l’anno 2010, Apple lanciava a gennaio il suo primo iPad e a giugno l’iPhone 4, device che a distanza di 10 anni alcuni continuano tenacemente a utilizzare. A presentarli uno Steve Jobs all’apice del suo successo, ma prossimo alla fine: morirà il 5 ottobre 2011. Con l’iPhone 4 Apple impone lo smartphone come dispositivo di inizio secolo. Tutte le aziende dell’elettronica su scala globale dovranno adeguarsi. In una forsennata rincorsa, la sudcoreana Samsung ne diventa il primo produttore, seguito dalla cinese Huawei. Blackberry, Nokia (se non per il ritorno del 3310), Ericsson, Motorola e tanti altri brand non reggeranno il passo. Google capisce dove sta andando il mondo e punta su Android, che è oggi il più diffuso sistema operativo mobile al mondo. Microsoft prova a sviluppare qualcosa di simile e anche propri dispositivi, fallendo. Bill Gates descriverà questo ritardo come il suo più grande errore. Nel 2016 anche Google lancia la linea di smartphone Pixel, ma il successo sperato non arriva.

In tredici anni, oltre a pc e tablet, Apple ha prodotto venti iPhone tra versioni base, S e Pro. Il branding genera nel mondo una febbre da iPhone che rende la Mela la prima azienda al mondo per capitalizzazione (solo nel 2019 è stata superata da Microsoft) e quella con più liquidità. Al contempo si diverte ad abolire elementi ritenuti scontati da tutti gli altri, come il lettore cd dei laptop, la porta usb, il jack e i cavi delle cuffie. Già, gli AirPods arrivano nel 2016 e molti sono scettici, fatto sta che dopo tre anni a portare cuffie con i fili ci si sente antiquati.

Proprio in quel periodo sembra la volta di un altro tormentone, che invece sarà meno grande del previsto: quello dei cosiddetti wearable devices, i gadget che si possono indossare, preludio dell’internet of things. Si va dai mirabolanti Google Glass (2013) all’Apple Watch (2014), fino ai fitness tracker di Fitbit e Samsung. Indossabili sono anche i visori per la realtà virtuale, settore in cui Facebook si ritaglia dal 2014 un ruolo primario con l’acquisto della società Oculus VR per 2,3 miliardi di dollari. Anche Apple sarebbe al lavoro su un dispositivo simile: la febbre da iPhone è scesa e non genera più le entrate di un tempo, così a Cupertino si studiano idee nuove e si mette a punto la virata sui servizi software, annunciata da Tim Cook proprio nel 2019.

Sul finire del decennio, poi, un nuovo device arriva sul mercato. Si tratta degli smart speaker, gli altoparlanti dotati di voce propria con cui è possibile interagire grazie a sistemi di intelligenza artificiale denominati “assistenti virtuali”. A spartirsi la torta sono ancora una volta Amazon Echo (2015) con annessa Alexa e Google Home (2016) con annesso Google Assistant, entrambi arrivati in Italia lo scorso anno. In terza battuta c’è HomePod (2017) con annesso Siri, da noi ancora non disponibile. Milioni di smart speaker vengono venduti in tutti il mondo e si inizia a parlare della voce come della next big thing. Chissà, siamo ancora ben lontani dai numeri dello smartphone. Anche se non si tratta di un bene di largo consumo (per ora), è probabile che nel breve periodo avrà effetti più significativi il computer quantistico, su cui in particolare IBM e Google hanno investito miliardi nell’ultimo decennio. Che, guarda caso, si conclude con la comunicazione da parte della stessa Google di aver realizzato un calcolo da 10mila anni di tempo in meno di 200 secondi.

Steve Jobs presenta l’iPhone 4 nel giugno 2010. Foto di Justin Sullivan/Getty Images

Social media
Proprio nel 2010 vedevamo comparire su qualunque sito web le icone con il pollice in su o la scritta “condividi”. Facebook aveva appena lanciato OpenGraph, il protocollo che permette a qualunque sito di collegarvisi e alla stessa Facebook di ottenere informazioni sul comportamento degli utenti nel resto del web. Oltre ad affinare la propria piattaforma, che nel frattempo – con un certo ritardo – virava violentemente verso l’interfaccia mobile, Mark Zuckerberg iniziava a guardarsi intorno. Dopo l’acquisizione del concorrente FriendFeed, correva l’anno 2009, nel 2012 toccò a Instagram, comprata per un miliardo di dollari da Facebook poco prima della sua quotazione a Wall Street, e nel 2014 a WhatsApp per la cifra stellare di 14 miliardi. Queste tre app, insieme a Messenger, sono secondo la società di analisi AppAnnie le più scaricate degli anni ’10. Oggi l’impero di Zuckerberg raggiunge una media di 2,8 miliardi di utenti al giorno (Zephoria).

Il primo vero gigante del web, Google, non poteva certo restare a guardare. Nel 2011 lanciava il suo social network: Google+. Le poche intuizioni furono copiate da Facebook nel giro di settimane e così iniziò una lenta agonia, terminata soltanto nel 2019. Fortuna che c’è YouTube, che si conferma secondo sito più visitato al mondo dopo lo stesso Google Search. Intanto cominciavano a palesarsi le difficoltà economiche di Twitter, affrontate prima con l’introduzione di un algoritmo per filtrare i contenuti visualizzati da ogni utente nel suo news feed, poi con un forte investimento sulle dirette video (qualcuno ricorda Periscope?) di lì a poco emulato anche da Facebook, e infine con il raddoppiamento dello storico limite di 140 caratteri per un tweet. Dal canto suo, LinkedIn comincia a ingranare e, dopo l’acquisizione da parte di Microsoft per 26 miliardi di dollari nel 2016, si sta trasformando in una piattaforma sempre più efficace per la pubblicazione di contenuti oltre che del proprio curriculum.

Per quanto si siano trasformate profondamente e siano cresciute a dismisura dal 2010 in poi, delle funzionalità di queste piattaforme avevamo già avuto un assaggio negli anni precedenti. Le novità assolute del decennio nell’ambito dei social network sono state altre quattro. Il fenomeno (e il business) delle web star come l’italiana Chiara Ferragni, il cui primo post visibile su Instagram risale al gennaio 2012. Snapchat, fondata nel 2011, è l’app che ha rivoluzionato la comunicazione digitale introducendo le Storie, format basato su effimerità e filtri in realtà aumentata che Instagram e Facebook – dopo averle copiate spudoratamente – hanno portato alla ribalta. Tinder dal 2012 ha rinnovato completamente il dating, rendendo più diffuso e socialmente accettato l’approccio online a nuovi potenziali partner. TikTok, infine, è almeno in Europa la vera scoperta del 2019. Nato nel 2014 in Cina come Musica.ly, ha introdotto il cosiddetto sync, un filtro estremamente intuitivo che permette di sincronizzare il video con la musica, e che ha permesso a questa app di spopolare tra i teenager raggiungendo oltre 1,5 miliardi di download nel mondo. Sembra un paradosso ma il decennio del social volge al termine con un ultimo grande cambiamento: la rimozione del conteggio dei like da parte di Instagram e forse, un domani, anche di Facebook.

Privacy
L’illusione della gratuità con cui i social network si erano diffusi nel decennio precedente è pressoché venuta meno, almeno tra gli utenti più informati e consapevoli. Perfino lo storico motto di Facebook “è gratis e lo sarà sempre” viene accantonato nel 2019: è ormai chiaro a tutti che il pagamento non avviene sotto forma di denaro bensì di informazioni personali. Quelle che noi stessi rilasciamo frequentando le piattaforme, utilizzate per profilarci e mostrarci inserzioni pubblicitarie sempre più personalizzate. L’espressione “big data” è entrata nel nostro lessico, la sorveglianza digitale e il diritto alla privacy sono saliti all’onore delle cronache.

Era il 2013 quando il giovane informatico Edward Snowden denunciò il programma di sorveglianza di massa della National Security Agency, nota al mondo per aver raccolto i tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi e intercettato le conversazioni di diplomatici e politici di Paesi stranieri, tra cui l’Italia. Sulla scia di queste rivelazioni Apple rifiutò platealmente di sbloccare l’iPhone di uno dei terroristi islamici che nel 2015 uccisero 14 persone a San Bernardino, in California, nonostante fosse stato richiesto dall’Fbi. Forse anche perché nel 2014 aveva subito il furto da iCloud di migliaia di foto, anche intime, appartenenti a star di Hollywood come Jennifer Lawrence, Kirsten Dunst e Bar Rafaeli. Nel 2017 abbiamo poi scoperto che Google ha comprato da società terze dati per monitorare gli acquisti effettuati offline dal 70% delle carte di credito attive negli Stati Uniti. Un anno dopo si apriva il Caso di Cambridge Analytica, la società di consulenza che ha utilizzato dati di Facebook per manipolare il consenso elettorale. Questo scandalo ha spinto molte aziende a rivedere le proprie policy, a fornire informazioni più chiare agli utenti o a scelte radicali come l’eliminazione dell’advertising di natura politica voluto da Twitter.

Nel frattempo, tecnologie di riconoscimento facciale sempre più penetranti e sistemi di pre-crimine sono state adottate nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Cina e in altri Paesi. Risale a pochi giorni fa uno studio governativo americano, ultimo di una lunga serie, secondo cui questi strumenti favoriscono le discriminazioni razziali, commettendo 10 volte più errori di identificazione nel caso di persone di colore.

Christopher Wylie, che ha fatto scoppiare il caso Cambridge Analytica. Foto di Dan Kitwood/Getty Images

Politica
I social network hanno contribuito allo sviluppo spontaneo della primavera araba nel 2011, al punto da essere descritti allora come veicoli di democrazia. Nello stesso periodo Barack Obama li ha sfruttati ampiamente nella sua seconda campagna elettorale, ma ancor meglio nel 2016 hanno fatto le forze conservatrici, contribuendo a cambiare l’opinione pubblica nei confronti delle piattaforme. In quell’anno i sostenitori della Brexit e di Donald Trump ne hanno fatto infatti un uso spregiudicato grazie a Cambridge Analytica. Non da meno è stata la Russia di Putin, che ha sguinzagliato degli “hacker” (che hacker non sono) per orientare l’opinione pubblica contro l’Europa e la globalizzazione in Paesi che si preparavano al voto, come Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Germania. Anche in Italia abbiamo imparato a conoscere in particolare l’hate speech orchestrato dai militanti grillini e la cosiddetta “bestia”, war room di Matteo Salvini.

Oltre che dei propri numeri, però, la politica si è occupata anche di altro. A proposito di privacy, per l’Unione Europea il 2018 è stato l’anno del GDPR, il regolamento che perfino Mark Zuckerberg ha elogiato, ma anche della nuova legge sul copyright, aspramente criticata per l’introduzione della cosiddetta “link tax”, per la stretta sui meme e per le responsabilità di cui le piattaforme digitali – non solo le maggiori – dovranno farsi carico rispondendo dell’attività degli utenti. Negli Stati Uniti invece decisioni importanti, anche se trascurate dai media nostrani, hanno riguardato la net neutrality, il principio secondo cui i contenuti del web devono essere fruibili da tutti in maniera egualitaria e senza discriminazioni. Un anno e mezzo fa le tutele che l’amministrazione Obama aveva introdotto sono state abolite in favore dei fornitori di connessione internet, che avranno la possibilità di offrire prestazioni più elevate al miglior offerente.

E che dire delle interrogazioni parlamentari ai vertici di Facebook, Twitter e Google tenutesi tra Usa e Ue? Molti esponenti politici hanno messo a nudo la loro incompetenza e poco più. Altri hanno dichiarato guerra, come le candidate alla presidenza americana Elizabeth Warren e Kamala Harris (che si è poi ritirata dalla corsa), che chiedono lo scorporamento delle grandi tech company, già sotto accertamenti antitrust. Sebbene dagli Stati Uniti sia arrivata la multa record di 5 miliardi di dollari inflitta a Facebook per il caso di Cambridge Analytica, antesignana di queste posizioni è stata Magrethe Vestager, dal 2014 commissaria europea per la concorrenza, che in tempi non sospetti ha inflitto più di una multa ai giganti del web.

Media
All’inizio degli anni ’10 molti, ancora non avvezzi all’uso totalizzante dello smartphone, si portavano dietro iPod e lettori mp3. Poi tutto è cambiato con Spotify, che ha lanciato l’ascolto streaming in tempo reale. In Italia era il 2013 e poco più tardi sarebbe toccato a Google Music, Amazon Prime Music, Apple Music. Stessa dinamica per il comparto video, quando nel 2015 l’agognato Netflix è finalmente sbarcato anche qui. Il resto è storia: in pochi anni sono arrivati Amazon Prime Video (2016), Now Tv di Sky (2016), Dazn (2018), nonché i recentissimi Apple Tv+ e Disney+ (2019). Le tv tradizionali, Rai e Mediaset, stanno cercando di seguire il trend dotandosi di proprie applicazioni per lo streaming.

La crescita dei colossi hi-tech e il loro interesse per il mercato dell’intrattenimento, insieme all’avvento di concorrenti agguerriti come Netflix, hanno spinto i vecchi imperi delle telecomunicazioni e dei media a fare grandi acquisizioni o a fondersi per rafforzare la produzione di contenuti e non lasciarsi schiacciare. Così la telco statunitense Verizon ha acquisito il gruppo AOL e Yahoo!. Il provider AT&T si è fuso con Time Warner. Il primo operatore via cavo americano Comcast ha comprato la pay-tv Sky. Disney ha rilevato la maggior parte del gruppo Fox di Rupert Murdoch.

Chi esce malconcio dalla rivoluzione del web 2.0 sono invece i giornali, gli stessi che si trovano in prima linea contro quella che l’Economist ha definito post-verità, ovvero con il dilagare delle notizie false online. L’ultimo decennio è stato forse quello della crisi definitiva, con i ricavi della carta stampata e della pubblicità in calo vertiginoso, e poche idee innovative. Esperienze virtuose arrivano da grandi marchi come Washington Post (acquisito nel 2013 da Jeff Bezos), New York Times e Guardian, che hanno puntato su contenuti di qualità e abbonamenti online, o da nuovi soggetti come Vox Media e NowThis, il primo giornale esclusivamente social. Colossi come Google e Facebook, accusati di avergli rubato i ricavi, hanno sperimentato diverse soluzioni per “aiutare” il giornalismo, per ora senza successo.

Un uomo scorre un “muro” di codici QR di Wechat tramite i quali è possibile caricare il proprio curriculum e candidarsi per un lavoro. Taiyuan, Cina, foto di VCG/VCG via Getty Images

Sharing, mobilità e logistica
Gli anni ’10 sono anche quelli della sharing economy. Airbnb, fondata nel lontano 2007, diventa il colosso che oggi conosciamo e le grandi aziende del co-working muovono i loro primi passi: nel 2010 la statunitense WeWork, appena arrivata a Milano, e l’anno seguente l’italiana Talent Garden, leader in Europa. Nel frattempo si fanno strada nuovi protagonisti nel settore della mobilità. A partire dal 2011 Uber sbarca a Parigi facendo il suo ingresso in Europa. Proteste feroci da parte di tassisti e ncc spingeranno Paesi come Italia e Spagna a mettere al bando l’azienda, che proprio di recente è stata colpita da un nuovo scandalo riguardante gli abusi commessi dagli autisti UberPop: 3.045 episodi negli Stati Uniti nel solo 2018. Nel 2012 la startup francese di carpooling BlaBlaCar raggiunge l’Italia ed è già il 2014 quando delle Fiat 500 rosse iniziano a girare per le strade di Milano e Roma: si tratta del servizio di carsharing Enjoy, seguito pochi mesi dopo da Car2Go, fondato da Daimler. Nel 2017 lo sharing si estende anche ai motorini, grazie ad app come MiMoto, eCooltra e CityScoot. Nello stesso anno la cinese Mobike invade, è il caso di dirlo, le città europee con le sue scomode biciclette free-floating, noleggiabili però a prezzi stracciati senza bisogno di appoggiarsi alle tradizionali rastrelliere. Il 2018, poi, vede un nuovo mezzo sfrecciare per le vie delle città europee: il monopattino elettrico, portato da operatori come l’europea Circ o le americane Bird e Lime. A Parigi è un’onda anomala e poco ci manca perché lo diventi anche a Milano, dove il Comune blocca tutto. Un recente emendamento all’ultima legge di bilancio ha equiparato i monopattini alle biciclette, liberalizzandone l’utilizzo sulle nostre strade dal 2020.

Alla sharing economy si accosta la cosiddetta gig economy, l’economia dei lavoretti. Nel 2011 una startup danese attiva il suo servizio in gran parte d’Europa. Si chiama JustEat e lancia il cosiddetto food delivery, emulato tra 2013 e 2015 da app come Foodora, Deliveroo, Glovo e UberEats. Ad animare il servizio sono lavoratori occasionali che, in sella alla propria bici, portano pacchetti di cibo in giro per le città. Le critiche non si fanno attendere, le risposte anche troppo, tanto che qualche operatore inizia a pensare a soluzioni che permettano di accantonare il lavoro umano sfruttando una delle altre scoperte del decennio: i droni.

Gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR) nascono molto prima per uso militare ma è in questi anni che diventano mainstream, lasciandosi scorgere in volo durante grandi eventi o sugli scaffali dei negozi. Nel 2011 Unmanned Vehicle Systems International stila la prima classificazione dei droni e cinque anni dopo nasce Amazon Prime Air, divisione della società di Jeff Bezos impegnata nella messa a punto di spedizioni a mezzo drone e in ricerca sull’auto a guida autonoma. Una sfida, quest’ultima, su cui Google, Apple e Uber, oltre ad alcuni produttori dell’industria automobilistica, stanno investendo miliardi per rivoluzionare ancora una volta la mobilità. Intanto sulla scena dell’automotive, sebbene non abbia i conti a posto, si impone un nuovo attore: nel 2012 entrava in commercio la Model S, prima berlina elettrica di lusso prodotta in serie e prima auto interamente progettata da Tesla Motors, l’azienda di Elon Musk che nel 2017 ha superato Ford e General Motors per capitalizzazione, spingendo l’industria a prendere sul serio l’elettrico.

Ecommerce e banking
Il nostro rapporto con gli acquisti e, in generale, con la gestione del denaro sono cambiati radicalmente. Secondo la Ecommerce Foundation oggi il 79% della popolazione italiana compra online. Amazon, dopo aver scalzato Ebay come primo marketplace globale, è nel 2019 la terza società al mondo per capitalizzazione di mercato (959 miliardi di dollari). Il servizio di spedizione agevolata Amazon Prime, attivato in Italia nel 2011, ha raggiunto i 100 milioni di iscritti sette anni dopo. Nell’arco dell’ultimo decennio i sistemi di internet banking si sono consolidati e gli istituti di credito tradizionali hanno sviluppato app per andare incontro alle esigenze dei clienti o nuovi servizi come il robo-advising, per la compravendita automatica di azioni. Sono poi nate banche o servizi di gestione del denaro esclusivamente digitali, come N26 (2013), Satispay (2013) e Revolut (2015).

Anche le aziende hi-tech, forti della diffusione dei loro smartphone o delle loro app, hanno cercato cavalcare l’onda con sistemi di mobile payment. Così sono nati i vari Apple Pay e Google Pay, mentre Facebook sperimenta il trasferimento di denaro attraverso Messenger o WhatsApp, e sta cercando di lanciare Libra, la criptovaluta che ha già allarmato banchieri e politici di mezzo mondo. Del resto, agli anni ’10 appartiene anche il debutto del Bitcoin, che nel 2013 raggiungeva il valore di mille dollari per toccare nel 2017 il record di 20mila e poi crollare nuovamente. Se la Cina sta lavorando a una criptovaluta di Stato, probabilmente si è ispirata proprio al Bitcoin, che ha anche il merito di aver portato alla ribalta quella tecnologia chiamata blockchain, cara al Movimento 5 Stelle ma interessante anche per un numero crescente di banche.

Questioni irrisolte
Il decennio 2010-2019 ha aperto molte questioni e altrettante ne lascia in sospeso. Una di queste sono i rapporti tra Stati Uniti e Cina, perché la nuova guerra fredda è commerciale e anzitutto tecnologica. Da anni gli istituti di ricerca e le aziende dei due Paesi competono nella ricerca, tanto che – al di là del sovranismo di Trump – c’è chi sostiene che la messa al bando di alcune aziende cinesi da parte degli Usa nasca dal fatto che la Repubblica Popolare, se non anticipato, avrebbe certamente superato a destra molte delle innovazioni nate in occidente. Per esempio, nel 2011 è nata WeChat, un’app diventata pressoché totalizzante in Cina, dalla messaggistica ai pagamenti. Alibaba è il secondo e-commerce al mondo, ma proporzionalmente molto più utilizzato rispetto ad Amazon negli Usa. Partito nel 2014, nel 2020 dovrebbe poi entrare in vigore il “credito sociale”, un sistema di sorveglianza massiva che traccia tutte le attività digitali dei cittadini assegnandogli un punteggio. Ma la sfida più grande si gioca sul 5G, cavallo di battaglia di Huawei, che potrebbe rivoluzionare le nostre vite dando il là all’internet of things e trasformando l’industria.

Gli sviluppi del 5G sono tutti da vedere, ma nell’ultimo decennio altre tecnologie fondamentali si sono definitivamente imposte nel mondo. Una di queste è il cloud computing, che da biennio 2010-2011 è dominato da Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud Platform. Poi c’è la realtà aumentata, sdoganata nel 2016 dal videogioco Pokémon Go (oggetto di un’altra febbre del decennio) e anticipata da Snapchat, su cui Facebook sta puntando con forza. Infine, la più rilevante: l’intelligenza artificiale che, dai news feed agli smart speaker, ha letteralmente invaso la nostra quotidianità e lo farà sempre di più.

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