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02:31 sabato 15 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Facebook, Twitter e la politica: a che punto siamo?

Il rapporto tra social media e democrazia si fa sempre più intricato: dalle elezioni americane alla propaganda delle dittature.

06 Settembre 2018

Questa settimana anche gli uomini al comando di alcune delle aziende più grandi al mondo, a modo loro, hanno vissuto la fine delle vacanze e il trauma del ritorno sui banchi. Ieri l’ad di Twitter, Jack Doersy, e il direttore operativo di Facebook, Sheryl Sandberg, hanno lasciato i quartier generali californiani e raggiunto un’aula del Senato statunitense, a Washington, per farsi interrogare dalla commissione sull’Intelligence. Assente, senza giustificazione, il co-fondatore di Google, Larry Page. La materia? Manipolazione del consenso attraverso le piattaforme digitali in periodo elettorale, con un focus particolare sugli interventi lanciati da un Paese verso un altro (ogni riferimento alla Russia è voluto).

Doersy e Sandberg hanno cominciato con la lettura delle loro tesine (si possono leggere qui e qui), snocciolando tutte le misure messe in atto per fermare la diffusione di notizie false, l’hate speech e le ingerenze dall’estero: si va dagli 1,27 miliardi di account falsi cancellati sinora da Facebook al blocco pubblicitario imposto da Twitter a Russia Today e Sputnik, dalle misure di trasparenza sulle inserzioni politiche al rafforzamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Poi è toccato ai senatori, le cui domande in realtà si sono spinte sulle questioni più disparate, come già visto quando toccò a Mark Zuckerberg. La maggior parte di loro ha preso il discorso alla larga. Alcuni, però, sono riusciti a mettere in difficoltà i manager al loro cospetto. In particolare Sheryl Sandberg, rappresentante del social network da due miliardi di utenti al centro del datagate.

Il senatore Ron Wyden ha chiesto conto – senza ottenere risposta – degli scambi di dati con i produttori di smartphone cinesi Huawei e Xiaomi. Degna di nota la provocazione di Martin Heinrich: «Che cosa succede se un cittadino statunitense dice che le vittime di una sparatoria di massa sono in realtà degli attori? Violerebbe gli standard di Facebook? E, se la risposta è no, come dovremmo affrontare queste sfide?». Ma ad aver strizzato di più la direttrice di Facebook è stata la democratica Kamala Harris, che ha evidenziato il sostanziale conflitto di interessi dell’azienda: «Il vostro modello di business è complesso, ma beneficia del coinvolgimento degli utenti. Quindi, in poche parole, più persone utilizzano la piattaforma, più sono esposte ad annunci pubblicitari di terze parti, più le entrate crescono […] Una preoccupazione che molti hanno è come conciliare la spinta per creare e aumentare il coinvolgimento degli utenti con il fatto che i contenuti più adatti a questo scopo sono spesso incendiari e odiosi».

Non è stata una passeggiata di salute (soprattutto per lo sfinito Jack Doersy) ma, tutto sommato, l’interrogazione è filata liscia. Rispetto alle due audizioni di Zuckerberg a Washington e a Strasburgo, sia i politici sia i manager hanno fatto passi avanti. Le domande denotano una maggiore comprensione acquisita sull’argomento e le risposte una maggiore fermezza, merito anzitutto di Sandberg. La numero due di Facebook, nonché ideatrice di Google AdSense (il servizio di advertising attraverso banner erogato dal motore di ricerca), ha una solida conoscenza delle tecnologie digitali e un passato trascorso tra la Banca Mondiale e la Casa Bianca. Dopo due anni di scandali, è stata incaricata da Zuckerberg di risollevare la reputazione dell’azienda.

Un primo piano di Jack Dorsey durante l’interrogazione del 5 settembre 2018 a Washington DC (Jim Watson/Afp/Getty Images)

Il dato, dunque, è che Sheryl Sandberg ha retto botta. E lo ha fatto in uno dei peggiori momenti attraversati da Facebook. È di ieri un’indagine del Pew Research Center sul rapporto tra il social network e gli utenti americani. Il 54% dei maggiorenni dichiara di aver cambiato le impostazioni sulla privacy nell’ultimo anno. Il 42% afferma di essersi preso una pausa dal social. E il 44% degli under 29 avrebbe cancellato l’app dal proprio telefono. Numeri che fanno male e arrivano mentre Donald Trump e la destra statunitense gridano al complotto ordito dai colossi tecnologici contro di loro. Ma anche dall’estero non arrivano buone notizie.

Proprio questa settimana, dopo l’allarme lanciato dal Myanmar sull’utilizzo del social network a fini persecutori da parte del governo e la scoperta delle notizie false di matrice iraniana diffuse negli Stati Uniti, BuzzFeed ha denunciato il ruolo che Facebook ha avuto nell’elezione del sovranista Rodrigo Duterte come presidente delle Filippine. Il Paese, dove circa 12 mila persone coinvolte nello spaccio di droga sono state uccise dalle forze dell’ordine, si sta trasformando in uno stato di polizia. Secondo il sito americano, Facebook – dove Duterte concentra la sua propaganda – è per il governo un’arma di distrazione di massa estremamente potente, più che negli Usa o in Europa. Per molti cittadini che non possono permettersi il piano tariffario di un provider, il social network rappresenta di fatto l’unico mezzo per accedere alla rete e farlo gratuitamente. Il merito è dell’iniziativa “Free Facebook”, grazie alla quale oggi nelle Filippine circa il 97% degli utenti internet è registrato sulla piattaforma.

Il rapporto tra Facebook e informazione, tra social media e politica, tra tecnologia e democrazia si fa sempre più stretto e intricato. La piattaforma di Mark Zuckerberg ha oggi un’influenza enorme sulle funzioni fondamentali della nostra società. Un’influenza che, al netto dei primi cali e rallentamenti, molti percepiscono come una minaccia imminente. Sebbene anche l’ultima audizione al senato non abbia avuto particolari risvolti, cresce la frangia di chi auspica un intervento normativo. Il senatore Mark Warner ha già presentato venti diverse misure, in parte simili al GDPR europeo, per imporre a Facebook comportamenti più responsabili. Ma altri hanno una visione più scettica: una piattaforma con più di 2 miliardi di utenti è troppo grande per poter essere controllata e, per quanti siano i moderatori o regolatori, le cose non cambieranno.

Sheryl Sandberg a Washington il 5 settembre 2018 (Drew Angerer/Getty Images)

Cosa fare allora? Gli scenari possibili sono tre. 1) La stasi: si accetta Facebook per quello che è, stabilendo che la privacy e la politica sono mutate nell’era di internet, e aspettando che il mercato faccia il proprio corso. 2) La regolamentazione: si danno a Facebook delle regole chiare da rispettare, sulla privacy e sulla politica, che il GDPR non contiene. 3) La distruzione: si conclude che Facebook è un monopolio di fatto e che va scorporato (come accaduto con il provider AT&T) o nazionalizzato (non è chiaro come, per la natura stessa dell’azienda). La seconda opzione, quella del compromesso, è senz’altro preferibile e – si spera – quella che a breve si tenterà di realizzare negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo, magari anche con l’impegno di organismi sovranazionali. Prima, però, c’è un tema fondamentale da sciogliere, che davvero nessuno tra i politici e i commentatori più influenti sembra aver preso seriamente in considerazione.

Qualitativamente, distinguere tra cosa è hate speech o disinformazione e cosa è libera espressione non è scontato; lo ha detto Sheryl Sandberg apertamente e le va riconosciuto: «È molto, molto difficile, specialmente se ti impegni a garantire libertà di espressione; talvolta la libertà di espressione porta a esprimere cose con le quali non sei affatto d’accordo». Quantitativamente, arginare questi fenomeni e impedirne la diffusione, anche operando una sorta di censura, è altrettanto difficile, se non impossibile.

E allora diciamolo una volta per tutte. Pretendere libertà di espressione su Facebook e poi lamentarsi se un contenuto offensivo non viene bannato o gridare al complotto se qualcosa viene, magari erroneamente, bloccato da un sistema di machine learning, è incoerente. Allo stesso modo, pretendere rispetto della privacy degli utenti e poi chiedere a Facebook di cancellare post con maggiore frequenza o attuare misure preventive – che non possono non implicare una conoscenza e un controllo ancora maggiori dell’attività degli utenti – è incoerente. Le intenzioni sono tutte giuste e motivate, ma rischiano di entrare in collisione l’uno con l’altro. È da qui che bisogna partire per trovare il compromesso e dobbiamo farlo presto, o la situazione non si sbloccherà di un millimetro.

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