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C’è un’estensione per browser che quando passi troppo tempo a scrollare blocca il pc facendo comparire l’immagine di un gatto grassottello L'ha creata uno sviluppatore giapponese per frapporre tra sé e il doom scrolling un dissuasore felino a cui è difficile resistere.
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I Grammy quest’anno sono stati molto strani

Complice la pandemia, la cerimonia è stata decisamente sottotono. Ma non sono mancate le polemiche attorno a una manifestazione che fatica a interpretare il complesso panorama musicale contemporaneo.

di Studio
15 Marzo 2021

Come era già successo per i Golden Globes, anche i Grammy si sono consumati stancamente nella notte tra il 14 e il 15 marzo, con una cerimonia per metà digitale e per metà fisica. Molti artisti si sono esibiti live senza pubblico, altri in collegamento, c’è stato un red carpet distanziato, soprattutto ci sono state le polemiche che li hanno preceduti e che, beh, si sono rivelate molto più interessanti dei Grammy stessi. La serata si è svolta infatti senza particolari sorprese, Beyoncé e Taylor Swift hanno stravinto nelle loro categorie, cosicché il tono degli editoriali è stato quello, blando, sulla vittoria delle donne, storicamente sotto-rappresentate, ma anche in questo la manifestazione, un po’ come tutte le istituzioni, arriva clamorosamente tardi. D’altra parte l’ultima ricerca sulla Billboard Hot 100 stilata dall’USC Annenberg Inclusion Initiative sottolineava come il rapporto tra artisti uomini e artiste donne fosse di 3,9 a 1 e come, nel 2020, le posizioni occupate dalle artiste le donne costituissero solo il 20,2 per cento dei 173 artisti apparsi in classifica, scendendo dal 22,5 per cento nel 2019 e dal massimo del 28,1% raggiunto nel 2016. L’effetto, insomma, è stato un po’ quello dell’Oscar a Leonardo DiCaprio per Revenant, ok alla fine l’ha vinto, ma non per il film e nel momento storico in cui era davvero al centro della cultura pop.

Beyoncé era in gara con Black Is King (che, seppur bellissimo, non è certo il suo album migliore) e con la sua collaborazione con Megan The Stallion in “Savage”, Taylor Swift con il suo folklore ha vinto come album dell’anno, Billie Eilish si è portata a casa il “Record of The Year” per Everything I Wanted, una vittoria che nemmeno lei si aspettava, Dua Lipa, che ha ha segnato il ritorno della disco music e ha prodotto l’album più danzereccio del lockdown, ha vinto come Miglior album pop vocale con il suo Future Nostalgia, mentre Megan Thee Stallion, anche lei dominatrice di classifiche e balletti su TikTok, è stata votata come la Miglior artista esordiente. Non hanno vinto invece i BTS, alla loro prima nomination ai Grammy nella categoria Miglior performance in duo o di gruppo con “Dynamite” (hanno vinto invece Lady Gaga e Ariana Grande con “Rain On Me”). Una delusione per i fan del super gruppo sudcoreano, che nel 2020 hanno consolidato un successo internazionale che è il frutto di una carriera già lunga e piena di record abbattuti a suon di views ed esibizioni francamente perfette, e per chi sperava che i Grammy abbandonassero le loro rigide categorie e provassero invece a interpretare il momento storico. I BTS si rifaranno l’anno prossimo, si legge sui social, dovevano vincere nel 2019 con Map of the Soul: Persona ma, in fondo, non hanno bisogno dei Grammy (forse erano più i Grammy ad aver bisogno dell’engagement che la band riesce a generare), come non ne ha bisogno The Weeknd, un altro che con la manifestazione, e con la controversa giuria di giornalisti che ne decidono le sorti, non vuole avere più niente a che fare dopo che il suo album After Hours, in cima a tutte le classifiche del 2020, non è stato nemmeno preso in considerazione.

Sembra lo stesso copione di Beyoncé, che vince nel 2021 con una colonna sonora di un film animato ma che non aveva vinto, incredibilmente, con Lemonade, nonostante l’enorme impatto che quell’album aveva ottenuto nel 2017. O meglio, ha vinto nella categoria “Urban”, la stessa contestata nel 2019 da Tyler, the Creator perché considerata, giustamente, una sorta di recinto nel quale rinchiudere gli artisti: «Da una parte», aveva detto, «sono molto grato, dall’altra non posso fare a meno di notare che ogni volta che un artista nero o di colore vince per un’opera musicale, di qualsiasi genere questa sia, viene inserita sempre nella categoria “rap” o “urban”. Perché non possiamo essere considerati semplicemente artisti pop?». E aveva ragione. Il problema dei Grammy, in ultima analisi, sembra proprio essere questo, ovvero quello di non riuscire a riconoscere e premiare, in un panorama musicale sempre più complesso e globale, dove gli artisti più ascoltati e popolari non parlano solo inglese ma anche spagnolo o coreano (e non certo da quest’anno), cos’è genuinamente pop, come sta cambiando il nostro modo di “consumare” la musica e quali sono gli artisti che, in questo preciso momento, la stanno ridefinendo. 

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