Cultura | Pop

La reputazione di Taylor Swift

Perché dovremmo guardare il documentario Miss Americana anche se non siamo mai stati fan della pop star.

di Corinne Corci

Un frame da "Miss Americana", documentario di Lana Wilson su Taylor Swift, disponibile su Netflix

Taylor Swift non aveva mai mangiato un burrito prima di compiere 27 anni. E benché basti questo per causare attimi di commozione, non è nemmeno l’aspetto più toccante della sua vita che emerge da Miss Americana, il documentario sulla pop star statunitense ora disponibile su Netflix dopo aver debuttato al Sundance Film Festival 2020. Grazie alla regia di Lana Wilson, nota per il suo giornalismo cinematografico espresso con documentari dedicati all’aborto e al suicidio (è il caso di After Tiller e The Departure), e a quel filtro vérité che ha scelto di applicare al racconto della vita della Swift – più specificatamente degli anni che hanno preceduto gli ultimi album, Reputation e LoverMiss Americana si tiene distante dal costruire un monumento aere perennius alla sua protagonista. Più che un’opera di propaganda pop come lo sono stati, tra gli ultimi, Homecoming di Beyoncé e World of Madame X di Madonna, la vita di “Tay Tay” diviene il pretesto per affrontare tematiche che oltrepassano il suo metro e 78 centimetri. Tanto che Miss Americana merita di essere guardato, anche se Taylor non ci è mai piaciuta.

Superato lo scoglio dell’aspetto-Pinterest della prima inquadratura, mentre si mette a suonare il piano con la tutina rosa e il suo gatto, Benjamin Button, cammina su e giù per tutte le ottave, il primo momento rivelazione arriva quasi subito. «Il mio intero codice morale da bambina era tutto un rispetta gli altri, sii gentile, sorridi sempre. Non è che cercassi di essere perfetta. Volevo solo essere una brava ragazza». Perché se a motivare la sua scrittura è stato da un lato il fervore del successo, la necessità degli elogi, dei riconoscimenti, dall’altro «sono state quelle regole patriarcali non scritte cui le ragazze devono adattarsi a modellare il suo comportamento», scrive l’Atlantic. Ed è così che Taylor si è trasformata in una caricatura, in quella bambolina sempre troppo perfetta che nel 2009 arrivava ai Vma su una carrozza trainata da cavalli.

Taylor Swift, che sembra rispondere a un qualche strano dovere morale nei confronti dell’umanità. Taylor Swift che si è fatta paladina di tutti i cuori infranti (anche se i suoi erano quelli legati a Calvin Harris e Tom Hiddleston, e i nostri a soggetti più simili a Pedro di Napoleon Dynamite); che avevamo conosciuto con un vestito bianco a cantare “Crazier” in Hanna Montana the Movie nel 2009, quando l’evoluzione di Billy Ray Cyrus in The Undertaker era ancora silente e lei aveva in realtà già raggiunto la ribalta mondiale con il disco Fearless (trascinato dal singolo “Love Story”, la canzone country più venduta della storia). Taylor Swift, che per noi, era sempre stata quella lì.

Con 1989, poi, avevamo capito che chiunque le avesse creato dei problemi in passato era diventato (e sarebbe stato) motivo di un nuovo successo discografico, come “Bad Blood” con cui lanciava un’invettiva a Katy Perry o “Shake it Off”, rivolto a tutti i suoi haterz. Alla nostra quasi atavica antipatia nei suoi confronti si era aggiunto tutto il resto. In principio fu Kanye, che dopo essere salito sul palco dei Vma 2009 criticando la scelta di premiare Taylor Swift per il Miglior video dell’anno a dispetto di “Single Ladies” di Beyo, l’aveva inserita nuda nel video e nel testo di “Famous” (vedere in Miss Americana l’intero pubblico cantare insieme a Kanye «I made that bitch famous» è disturbante, fastidioso); a lui si unirono le Kardashian che tra hashtag e post la fecero passare come una «malata di vittimismo», così che Internet esplose contro di lei, in un fenomeno ai limiti del cyber bullismo. Tanto che nel 2017 – «Ero odiata, e non capivo nemmeno il motivo» – Taylor Swift ha deciso di sparire per quasi un anno, e molti probabilmente hanno pure tirato un sospiro di sollievo.

NEW YORK – 13 SETTEMBRE: Kanye West irrompe sul palco dei Vma 2009 durante la consegna del premio per il Video dell’anno a Taylor Swift (Photo by Christopher Polk/Getty Images)

Ed ecco la forza di Miss Americana, che supera il personaggio e che non ci redarguisce, rimproverandoci un “vi siete sbagliati con lei”, ma piuttosto “guardate meglio, sono cose che potrebbero già esservi capitate senza che ve ne accorgeste”. «Ho capito che la reputazione era qualcosa che non avrei mai potuto controllare. La mia musica invece sì», confida nel documentario, esempio di come «per quanto ti possa sforzare di essere buono, la percezione che gli altri hanno di te è qualcosa che trascende il modo in cui ti comporti», ha scritto Vulture. Che il problema non è piacere a tutti, ma piacere a quelli giusti. E invece “Tay Tay”, come scriveva Vice, «è adorata dai neonazisti, considerata esempio di divinità ariana. Con lei Athena rinasce», la biondina del Texas che ti aspetti inglobi tutto quel sostrato dell’area americana denominata Bible belt. Anche se in Taylor, di simili aspetti, non c’è la minima traccia.

Accusata di fare “queerbaiting” con il video di “You Need To Calm Down”, in cui si schiera apertamente a favore dei diritti della comunità Lgbtq+, e di aver sfruttato l’elezione per il Senato in Tennessee del 2018 (in cui per la prima volta ha rotto il silenzio sulle sue opinioni politiche sostenendo il democratico Phil Bredesen) per rendersi più gradita al pubblico, ancora una volta, in lei, non c’è nulla di tutto questo. Perché Taylor Swift è un preconcetto. Taylor Swift è un accordo al piano in minore, che sembra sempre sull’orlo di una crisi di nervi salvo poi non crollare mai. E con Miss Americana ci immedesimiamo, comprendendo i limiti di un mondo che non cambierà mai idea su di noi.

Nel 2018 è seduta sul divano di casa, in pigiama, aspettando la telefonata che le rivelerà le nomination ai Grammy. «Taylor mi dispiace, ma Reputation non è stato candidato in nessuna categoria». «Va bene, non fa niente. Vorrà dire che dovrò lavorare di più, e fare un album migliore». Beyoncé avrebbe mobilitato mezzo continente africano, il Brasile, Saturno, divinità polinesiane. Grammy a parte (considerando che da “Don’t Blame Me” fino a “Call it What you Want” Reputation è probabilmente proprio il suo album migliore), quella di Taylor è la storia di come l’etica del lavoro, specie se femminile, possa essere vanificata da ciò che non è possibile controllare: giudicata secondo standard che solo le donne sono tenute a rispettare. «Dicevo a tutti che mi allenavo, che stavo bene, mangiavo. E invece non mangiavo affatto», racconta a un certo punto. «Sia che ci siano i riflettori su di te, sia che non ci siano, sei sempre troppo magra o troppo grassa. Se troppo simpatica, troppo allegra, o troppo remissiva». E se sei magra e bionda e simpatica e alta e canti, non va bene. Perché sei semplicemente “troppo”. Poi arriva un Diplo qualsiasi, a dirti che qualcuno dovrebbe «lanciare una raccolta fondi» per regalarti un sedere.

Miss Americana ha i suoi problemi, è certo. C’è l’agiografia, il patetismo già presente nei documentari su Katy Perry o Gaga, di mostrarceli da soli e umani nei momenti in cui non calcano le scene («Avevo raggiunto la vetta, e mi sono resa conto che non sapevo a chi avrei potuto telefonare per dirglielo»).  Ma è tra questi difetti e tra tutte le sue sfumature che nella storia di Taylor Swift si cela un po’ la nostra. Anche se lei ci piace poco. Soprattutto se ogni giorno ci mettiamo a combattere col mondo; che ormai, come canta nel brano che dà il titolo al documentario, «il vestito da cerimonia era bello, ma me lo sono tolta».

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