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14:45 sabato 14 marzo 2026
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Gioie e dolori di NoLo

Sono iniziati i lavori che trasformeranno via Padova in un «boulevard alberato» e che forse gentrificheranno definitivamente i quartieri a nord di Loreto.

19 Aprile 2021

Dopo più di un anno di reclusione e confinamento chi vive in città dovrebbe aver sviluppato col proprio quartiere un rapporto molto profondo. In un certo senso è stato come trasferirsi in un paese: ogni giorno percorrere quelle stesse quattro strade, incontrando sempre le stesse facce. Sarà per questo che per chi ci abita, l’annuncio dell’inizio dei lavori in via Padova a Milano è stato spiazzante. È come se una persona amata ti dicesse che ha deciso di rifarsi il naso. Magari il suo naso è brutto, ma quando ti sei innamorato di lei ti sei innamorato anche del naso. Chi si è innamorato di Via Padova o ha imparato ad amarla crescendoci e abitandoci negli anni, fa fatica a immaginarla addomesticata, ripulita e disseminata di alberelli in vaso. A partire da oggi, 19 aprile, iniziano i lavori che dovrebbero renderla un “boulevard alberato”: ci vorrà più di un anno, perché finiranno a giugno del 2022. La via diventerà più «sicura e vivibile». Nel programma dettagliato presentato dal comune ci sono marciapiedi più larghi, 230 nuovi alberi (sappiamo anche di che tipo: magnolie, ginko biloba e corbezzolo greco) e otto spazi pedonali recuperati per il quartiere. Col sostegno di Fondazione Cariplo il progetto Tunnel Boulevard trasformerà i passaggi pedonali del sottopasso ferroviario in una “galleria d’arte pubblica”. Ci sarà anche una scritta all’ingresso del ponte: Viapadovamondo.

Il comune ha voluto dare una spinta concreta all’hype che si era creato intorno a NoLo negli anni scorsi e che, per la verità, non si è mai del tutto concretizzato, ma è rimasto un po’ in bilico, una specie di bomba inesplosa circondata dall’ironia dei molti che alla trasformazione del quartiere non credevano. Più concretamente, spiega l’assessore alla Mobilità Marco Granelli, l’obiettivo è quello di «far sì che via Padova connetta i quartieri che attraversa e non li divida». È una questione di strade insomma, che verranno riorganizzate in previsione dei cambiamenti in programma per la mobilità della zona intorno a piazzale Loreto. E infatti, entro questo mese, il comune dovrebbe svelare il suo programma per lo snodo simbolo della storia antifascista di Milano che: «Finalmente smetterà di essere un non luogo», dice Granelli.

La gentrificazione è un processo che ormai conosciamo bene: da una parte c’è il desiderio di riqualificare una zona, dall’altra il rischio di snaturarla. Nell’ultimo anno almeno quattro persone che conosco hanno comprato casa a NoNoLo (per fortuna non si chiama davvero così), la zona a nord di NoLo (nome che invece ormai è penetrato nei nostri cervelli, tanto che neanche ricordiamo da dove viene: qui raccontavamo com’è nato). NoNolo è la prosecuzione di via Padova (se ho ben capito, noi le piante in vaso non le vedremo: dovrebbero arrivare all’altezza di via Giacosa) e, nella nostra concezione, si espande verso Turro, Gorla e il quartiere Adriano. Le persone che conosco e che hanno comprato casa qui sono quelle che hanno potuto anticipare, grazie ai genitori, una somma abbastanza contenuta (qualche decina di migliaia di euro) e stipulare un mutuo lungo quasi quanto la loro aspettativa di vita, oppure sono quelle che, sempre grazie ai soldi dei genitori, hanno potuto acquistare un appartamento tutto in una volta a meno di 200 mila euro, perché in questa zona si trovano case che costano ancora così. Sono persone che lavorano (o non lavorano) nel campo della creatività ma senza essere riusciti a fare soldi: la loro mentalità li porta a inorridire di fronte all’idea di una scritta come Viapadovamondo all’ingresso di «una galleria decorata dagli artisti di strada» e a conoscere molto bene i rischi e i danni della gentrificazione («Ci trasformeranno in Isola», mi scrive un mio amico e vicino di casa, una frase che per qualcuno potrebbe suonare positiva, per noi non lo è). Ma i trentenni spennacchiati di NoNoLo e di NoLo, con i loro stipendi mesti o i lavoretti da free-lance che vanno e vengono, non riescono neanche troppo a nascondere il barlume di speranza che per la prima volta si accende dentro di loro mentre si scambiano su Whatsapp il link dell’articolo “A Milano parte la rivoluzione di via Padova”. Grazie agli alberelli e ai marciapiedi, l’acquisto che hanno fatto per necessità e amore del buon senso – con entrate così basse, continuare a pagare un affitto sarebbe stato controproducente – potrebbe trasformarsi in un investimento decente. Nel peggiore dei casi, per la prima volta nella loro vita, non andrebbero a perderci.

Il rischio è che la trasformazione danneggi i lati positivi di questo quartiere, primo tra tutti il suo mix di culture e provenienze. Forse ci ritroveremo a piangere guardando il documentario Milano, Via Padova, di Antonio Rezza e Flavia Mastrella (l’aveva trasmesso il cinema Beltrade, gioiellino di NoLo: si può riguardare qui) che esattamente 10 anni fa, nel 2011, documentava in modo geniale, allo stesso tempo tragico ed esilarante, la ricchissima mescolanza – Senegal, Egitto, Marocco, Ecuador, Perù, Turchia, Bangladesh, Cina – e la complicata, caotica, sgangherata, contraddittoria ma alla fine, in qualche modo, possibile convivenza tra culture diverse. Sono interviste a corpo libero nella via «citata più volte dai circuiti mediatici come quel quartiere un po’ Molenbeek e un po’ Brooklyn» (così viene definita nella presentazione del film), intervallate dai canti degli stranieri che vivono e lavorano nella zona e degli anziani italiani (quasi tutti del sud: immigrati anche loro).

Via Padova fotografata da Guido Borso, dalla serie Casbah Flow © Guido Borso

In questi 10 anni via Padova è cambiata, ma neanche troppo: i bar sono quasi tutti cinesi, i minimarket bengalesi sono aperti giorno e notte. Le macellerie sono dei magrebini, che hanno rilevato anche molti forni (sotto casa mia hanno preso il posto di un’edicola gestita da una coppia di anziani e un mostruoso negozio di abbigliamento). «Spesso è l’italiano a doversi integrare, tra un ristorante sudamericano col menù in spagnolo e gli avvisi sui portoni in cinese», scriveva l’Avvenire nel 2018 in un articolo dedicato a un altro documentario: «Qui abitano lavoratori, prostitute, piccoli criminali, studenti, transessuali e famiglie da ogni parte del mondo. I passeggini sono ovunque. La mattina non è raro trovare qualcuno steso per terra a smaltire la sbornia. La sera i mezzi militari dell’operazione “Strade sicure” non fermano certo lo spaccio e la prostituzione, ma danno serenità a una strada che non sembra aver bisogno di dormire». Il film si chiama Prossima fermata via Padova. Storie di migranti del ’900 (anche questo trasmesso dal Beltrade nel 2018, adesso si trova su Mubi) ed è di Giulia Ciniselli, regista che qui ha vissuto trent’anni e cresciuto i suoi tre figli. Via Padova, spiega col suo documentario, è sempre stata una via di migranti: anche quando non era ancora incluso nella città di Milano, il comune di Crescenzago ospitava gli stranieri del primo ’900. Pugliesi, calabresi, campani, siciliani, contadini emiliani e dalla bassa Padana.

E adesso, cosa succederà? Se via Padova diventasse un quartiere dove far pascolare i creativi in cerca di svago domenicale? È davvero possibile che faccia la stessa fine di Isola o Paolo Sarpi? «Via Padova è il quartiere in cui sono cresciuto e ancora vivo e lavoro. Esco spesso di casa senza un piano preciso e vago su e giù per la strada in una sorta di dérive per i vicoli e le conversazioni e le facce delle persone», sono le parole che usa il fotografo Guido Borso (classe 1990, per noi ha scattato, tra le altre cose, la cover story di Marracash) per descrivere la serie Casbah Flow, da cui sono tratte le foto di questo articolo. «Aggiungere verde, allargare i marciapiedi e far andare ad una velocità moderata le macchine è una figata. Spero però che il cambio urbanistico e di viabilità non trasformi troppo la personalità e il carattere della strada. Non vorrei fosse come quando la sciura pulisce a fondo la propria casa per poi nascondere il mucchietto di sporco sotto il tappeto».

Nell’attesa di scoprire se sia tutto un bluff o se davvero andare a correre sulla Martesana diventerà un’impresa impossibile (nel weekend sta già diventando molto difficile, presa d’assalto com’è dalle famiglie a passeggio e dai gruppi di amici che bevono spritz nei bicchieri di plastica o si aggirano intorno alla Tipografia Alimentare come se potesse miracolosamente aprire da un momento all’altro), non ci resta che monitorare con apprensione la rassicurante presenza delle trans, rimaste al loro posto anche durante il lockdown. Viene da chiedersi anche fin dove arriverà l’onda della “rivoluzione” di cui titolano i giornali. Perché se già i confini di NoLo continuano a non essere proprio chiarissimi c’è da capire cosa succederà al resto di via Padova: il progetto coinvolge solo l’inizio, che è una porzione abbastanza piccola.

Il messaggio, almeno quello, però, è molto chiaro. Nonostante la batosta del Covid, Milano è pronta a riorganizzarsi, ricostruirsi: a volte cambiare è l’unico modo per sopravvivere. Il libro da leggere per accompagnare le riflessioni sulla città in trasformazione è il romanzo di Fabio Guarnaccia Mentre tutto cambia (Manni Editori, 2021), storia di quattro adolescenti che si preparano a passare un’estate di noia e caldo terribile in una casetta diroccata vicino alla discarica abusiva che è diventato il loro quartiere dopo la chiusura delle fabbriche (siamo tra Gorla e Greco, quindi non proprio a NoLo, ma è il mood “la Milano che cambia” che ci interessa: il libro è ambientato nell’estate del 1989). Sembra un romanzo di formazione, è in effetti lo è, ma con un colpo di scena. Un giorno come un altro i protagonisti trovano nel loro quartier generale il cadavere di un ragazzo morto di overdose durante la notte. E quello che decidono di fare col corpo, continuerà a perseguitarli per sempre e li trasformerà in persone diverse. È un libro che parla del senso di colpa, dell’incontro con la morte e del territorio incerto, indefinito ma cruciale dell’adolescenza. Ma parla anche di una città che non c’è più.

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