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16:02 giovedì 19 marzo 2026
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».

A Hollywood hanno scoperto la “complessità”

Oppenheimer, La zona d’interesse, Anatomia di una caduta, American Fiction: gli Oscar 2024 sono l'inizio di una nuova tendenza, il ritorno al successo dei film difficili da fare e pure da guardare?

Se nelle prime 48 ore che seguono la cerimonia degli Oscar è doveroso abbandonare il proprio sguardo all’etere divino e lasciare che si posi su tutto ciò che luccica nella grande macchina dello spettacolo – abiti, danze, conduzione, acconciature, pose d’attore, primi piani sul cane attore dagli occhi celesti che applaude, persino le trovate trash alla John Cena che alimentano i meme sui social – a partire dal terzo giorno è meglio resuscitare dallo stordimento, e osservare con più attenzione i chiaroscuri, il palco spento e le poltrone vuote del Dolby Theatre di Los Angeles.

Cosa ci dicono gli Oscar 2024 attraverso il loro linguaggio meno vacuo, cioè quello dei film premiati, se li analizziamo al netto delle logiche tare ambientali e culturali? Ci dicono che è stata una stagione di cinema vero, scritto, coraggioso, e che chi vorrà in futuro competere nel campionato dei migliori – e mi riferisco soprattutto al cinema nostrano – dovrà necessariamente rinnovare il proprio approccio al processo creativo, che nel cinema non può che andare a braccetto con quello produttivo.

La complessità. Parola ormai esaltata o rinnegata a seconda dei propri fini strumentali, nell’anno di cinema passato è stata la vera musa ispiratrice. Oppenheimer, La zona d’interesse, Anatomia di una caduta, American Fiction: i quattro film che hanno vinto i premi autoriali (Miglior film e Miglior regia, Miglior film internazionale, Migliore sceneggiatura originale, Migliore sceneggiatura non originale), sebbene diversissimi hanno in comune un fattore: sono film complessi, fondati su scritture complesse, figurate, vibranti, estremamente originali. Anzi due: hanno ricevuto e stanno ricevendo anche un ottimo riscontro di pubblico, e i premi li rilanceranno.

Christopher Nolan, con Oppenheimer, ha adeguato alla complessità della scrittura la propria filosofia cinematografica – spendere tantissimo per guadagnare moltissimo – e anzi ne ha fatto la sua pietra filosofale, ricercando una sintesi perfetta tra autorialità e massima diffusione commerciale. Il risultato è un film mastodontico e ambizioso, in cui i piani temporali s’intrecciano e si fondono quasi come fossero due film diversi, che finiscono per intersecarsi in uno straziante e forse irrisolvibile conflitto etico, lasciando a noi spettatori l’onere e l’onore dell’immedesimazione.

Con La zona d’interesse, Jonathan Glazer, ispirandosi al libro di Martin Amis, ha messo in scena un altrove caramellato eppure gelido, nel quale l’ambizione a forgiare una macchina di morte perfettamente organizzata sovrasta i muri di cinta del lager Auschwitz ed entra nella vita della famiglia Höss, in una quotidianità sporcata solo dagli insopprimibili rumori dell’eliminazione di massa. E con un grande film ci racconta la disumanizzazione per assenza, attraverso il rigore ritmico, stilistico e formale di una scrittura (visiva, fotografica, di montaggio) asciutta ma chirurgica. Tutto il contrario di Anatomia di una caduta, girato da Justine Triet e scritto dalla stessa regista con suo marito Arthur Harari, che della scrittura romanzata al cinema è forse il vero e proprio totem, visto che l’impianto registico – nell’opera che più di tutte ha segnato l’annata del grande schermo vincendo una quantità esorbitante di premi – è totalmente a servizio di una sceneggiatura fluviale. Un fiume in piena che rischia di esondare gli argini, per via di una scrittura talmente stratificata e complessa (sì, ribadiamolo ancora) da poter competere con la vita vera. Realismo puro, che sfuma i ruoli di vittima e carnefice, che differenzia la verità esistenziale da quella processuale, e racconta l’umanità nella sua essenza più profonda, quella in cui gli estremi non si polarizzano, ma convivono. Proprio come accade in American Fiction di Cord Jefferson, regista al primo film dopo aver diretto soprattutto episodi sparsi di serie televisive, e che per il suo esordio ha scelto di mettere in scena il romanzo Cancellazione di Percival Everett, a giorni di nuovo in libreria con la Nave di Teseo, scrittore americano che l’attenzione su di sé ha dovuto sudarsela non poco, e che trasmette al film un’ampiezza di codici e intenzioni nell’analisi del circo contemporaneo fatto di opportunismo, di ipocrisia, di grandi e piccole imposture con indiscutibile brillantezza.

Ma se la scrittura con S maiuscola ha vinto, chi è che ha perso? Ha perso lo schema, la scrittura semplificata, quella più favolistica. Ha perso Barbie, soprattutto Barbie di Greta Gerwig, ma hanno perso anche Io Capitano di Matteo Garrone, e in definitiva, Povere creature! di Yorgos Lanthimos. Sconfitte relative, s’intende: sono film di valore che hanno ricevuto premi importanti ed elogi planetari, hanno goduto dell plauso del mainstream, Barbie e Povere Creature! hanno anche ottenuto incassi stratosferici, ma nel tempio del cinema mondiale hanno dovuto cedere il passo a opere drammaturgicamente più sofisticate. Infatti, sebbene diversissimi, anche nel trio dei film perdenti è possibile rintracciare un minimo comune denominatore: la semplificazione.

Barbie, definito in diretta Rai da Claudio Santamaria «un film di povertà intellettuale incredibile», ha fondato il suo successo su una grande messa in scena e sull’evocazione di un femminismo da zona aurea, spensierato e autoironico, e su una lettura del presente fondata sull’osmosi tra lamentela soft e consumo, uno schema così perfetto da rientrare nel concetto che il filosofo smart Byung-Chul Han chiama democrazia degli spettatori.

Alla fruibilità su larga scala ha pensato anche Matteo Garrone, autore di un film notevole e coraggiosissimo in quanto a lavoro sul campo, pittorico e incentrato su uno dei fenomeni più rilevanti della contemporaneità (la migrazione). In Io capitano ha scelto, drammaturgicamente, di replicare il viaggio dell’eroe da manuale, sì, proprio quello di Christopher Vogler pubblicato in Italia da Dino Audino, con i tre atti e i dodici passaggi, con l’effetto di affievolire il drama con il fiabesco, e il poetico con la poetizzazione. Non gli è bastato.

Così come non è bastato a Yorgos Lanthimos concepire uno spettacolo visivo sontuoso, fantasioso, premiato con un tris di Oscar visuali, scenografia, trucco e costumi (oltre a miglior attrice protagonista con Emma Stone), ma trascurato nei premi più ambiti, forse a causa di una sceneggiatura (tratta dal romanzo omonimo di Alasdair Gray del 1992), firmata da Tony McNamara (già autore di Crudelia e La Favorita) che non riesce a tenere il passo della messa in scena, a causa di alcune ridondanze, un arco narrativo in fin dei conti elementare e una certa voglia, nemmeno troppo celata, di piacere alla gente che piace – per citare un vecchio e celebre claim della Y10 – cavalcando la zona di confine, molto mainstream, in cui le trovate strane (anche riuscite) vengono scambiate per genialità.

Si tratta di dettagli, ma significativi, in una scala di qualità comunque molto alta. Quel che è certo, per aggiungere un tassello, è che il tipo di cinema premiato (e non) agli Oscar va in netta controtendenza rispetto alle scelte delle piattaforme – worldwide ma in Italia di più – che, con qualche eccezione concessa ai battitori liberi (come la recente The Gentleman di Guy Ritchie su Netflix) sembrano ripiegare su prodotti conservativi e conformisti, per pasta tecnica e scrittura: docuserie modulari, serie tv che si somigliano tutte. Si pensi ai problemi di Disney+ o ai flop degli ultimi Marvel. Sono tendenze o parliamo di una sintomatologia del giovedì mattina, come diceva Umberto Eco? Difficile dirlo, forse una scalata a una maggior qualità trainata dagli Oscar è l’utopia di un sognatore, ma se è vero che nel mondo contemporaneo sono le narrazioni a creare una realtà che non è mai univoca, tanto vale iniziare a proporre quelle più liberatorie per l’arte migliore.

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