Il gruppo si chiama Accountability Project Northern Ireland e ha fatto decine di segnalazioni alle forze dell'ordine tra novembre 2025 e giugno 2026.
La diplomazia iraniana avrebbe assunto degli psicologi che aiutassero i negoziatori a comunicare con Trump come si comunica con i pazienti psichiatrici
E a quanto pare la decisione avrebbe portato a dei significativi progressi nelle trattative di pace.
Il giornalista investigativo Jeremy Scahill ha riportato su Raw Story, citando fonti iraniane, che i negoziatori di Teheran avrebbero aggiunto psicologi esperti nel loro team per “aggiustare” le comunicazioni destinate a Donald Trump durante i colloqui di pace in corso.
Secondo queste fonti, la diplomazia iraniana riterrebbe Trump affetto da una vera e propria malattia mentale (anche piuttosto grave), malattia che lo porta a pensare, parlare e agire in uno stato mentale alterato. Una valutazione che ha portato i funzionari di Tehran a costruire profili psicologici dettagliati e a far esaminare ogni messaggio indirizzato a Trump da degli psicologi, il cui ok pare fosse indispensabile prima di trasmettere lo stesso messaggio ai mediatori che avrebbero poi dovuto trasmetterlo alla diplomazia americana e quindi a Trump. L’approccio, stando alle stesse fonti, avrebbe prodotto progressi. I negoziatori descrivono il processo così: «Come se avessimo a che fare con un paziente». In poche parole, i diplomatici iraniani avrebbero deciso che il modo più efficace per trattare con il Presidente degli Stati Uniti fosse trattarlo come un caso clinico.
Trump domenica ha compiuto 80 anni. Negli ultimi mesi la sua salute fisica è tornata al centro dell’attenzione dopo che diversi sonnellini durante le riunioni di gabinetto e le conferenze stampa, lividi visibili alle mani, caviglie gonfie, uno sfogo cutaneo sul collo hanno attirato l’attenzione dei media. La Casa Bianca ha giustificato i lividi come una conseguenza delle strette di mano quotidiane e numerosissime e poderosissime nelle quali il Presidente si produce, ma non ha spiegato il resto. In negoziati ad alto rischio come quelli in corso con l’Iran (che riguardano il programma nucleare, le sanzioni, l’equilibrio regionale in Medio Oriente) anche la valutazione dello stato mentale e fisico della controparte è diventata una variabile strategica. Se Teheran ha deciso di investire risorse per creare profili psicologici di Trump e calibrare i messaggi proprio in base alle indicazioni che vengono da quei profili, lo ha fatto perché ritiene che quella variabile sia determinante.
Come scrive France.24, mentre Trump parla di un «grande accordo» imminente, Teheran smentisce che esista qualsiasi intesa finale. Le bozze trapelate e i resoconti dei media iraniani mostrano divergenze sostanziali rispetto ai termini dichiarati da Washington: gli Stati Uniti insistono che l’Iran smantelli il programma nucleare e riapra lo Stretto di Hormuz prima di ricevere qualsiasi alleggerimento delle sanzioni; le fonti iraniane parlano invece di mantenere la possibilità di arricchire l’uranio e di ottenere lo sblocco dei beni congelati.
Secondo un funzionario americano, c’è l’80-85 per cento di probabilità che l’accordo di pace venga firmato entro pochi giorni. Pakistan e Qatar hanno espresso ottimismo, ma i nodi principali restano. Negli giorni scorsi, diversi attacchi americani già pianificati e annunciati sono stati sospesi in seguito a dichiarazioni di Trump riguardanti i progressi nei colloqui, anche se le parti continuano a scambiarsi accuse, sostenendo che se ancora non si è giunti a un accordo di pace è per le mancanze, gli inganni e le pretese dell’altro. I ogni caso, sia Stati Uniti che Iran hanno bisogno di poter dire di aver vinto la guerra e per il momento la distanza tra dichiarazioni ed effettivo risultato dei negoziati è così ampia che gli psicologi iraniani potrebbero avere ancora parecchio lavoro da fare.