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Cosa leggeremo tra cent’anni

La letteratura alla prova del tempo: dalla supremazia digitale a Future Library, una biblioteca di testi che potranno essere letti solo nel 2114.

Molto prima che arrivasse Internet, romanzi e autori sono stati dichiarati morti più e più volte. Eppure i libri hanno continuato a essere pubblicati. La letteratura ha continuato a essere prodotta. Più recentemente abbiamo poi ascoltato i presagi apocalittici sulla fine della carta stampata come mezzo di trasmissione. Ma niente di stravolgente è successo ancora. Qualcuno ha comprato un Kindle o un iPad; molti altri hanno continuato a usare i libri di carta. Le predizioni hanno una forza che non si misura in precisione. Tuttavia hanno spesso il merito di percepire un’atmosfera, un clima.

È difficile per esempio non riconoscere che questo sia un momento di transizione per la produzione culturale e il suo consumo. Un momento anche vivace e interessante, in cui però il futuro ha iniziato a essere più incerto di quanto lo sia normalmente. Il discorso vale in particolare per la letteratura. Nessuno può seriamente pensare che morirà. Ma oggi non è così folle immaginare che in un domani non troppo lontano non sarà più la stessa. Leggiamo troppo, si sente dire dappertutto, ma sempre meno libri. Altri mezzi – dai longform di giornalismo narrativo ai microracconti visivi di Instagram – sembrano minacciare i possedimenti di un regno che fino a questo momento era di suo assoluto dominio. In questo scenario la letteratura combatte due battaglie: la prima riguarda la sua capacità di stare al passo coi tempi in un modo suo ma che sia competitivo – nel senso di più attraente o più potente – rispetto ad altre modalità espressive; l’altra ha a che fare con la sua permanenza, ovvero con la sua capacità di durare nel tempo.

Unidome On Show

Una delle lamentele che negli ultimi anni mi è capitato più spesso di sentire da persone che hanno scritto libri è su quanto breve sia la vita della maggior parte dei libri che pubblichiamo oggi. Un mese o due al massimo se non si trasformano in successi di vendita. L’anticorpo che lo scrittore sviluppa rispetto alla delusione di vedere in poche settimane consumata la fatica di un paio di anni almeno di lavoro chiama in causa la possibilità di essere riscoperti dopo venti o trent’anni, la dubbiosa speranza di trasformarsi in un classico. Compito della letteratura, si dice, non è tanto parlare al presente quanto al futuro. Un alibi che però ha un forte fondo di verità. Nel 2015 Proust e Dostoevskij forse non godono di ottima salute, ma non sono per niente morti.

Katie Paterson è un’artista scozzese che nel 2014 ha dato vita a un progetto intitolato Future Library: un’installazione, ma soprattutto un processo. Un cerchio di alberi piantati in una foresta norvegese che tra cent’anni dovranno essere tradotti in carta. Carta su cui verranno stampate le opere di cento grandi autori coinvolti nel progetto, che uno alla volta, anno per anno, consegneranno un loro testo inedito, che verrà tenuto sotto chiave fino appunto al 2114. Una volta stampati, i libri verranno infine conservati in una specifica sezione della nuova biblioteca di Oslo. La prima scrittrice coinvolta è stata Margaret Atwood. Il secondo, di cui si è da poco saputo il nome, David Mitchell. Decisione rischiosa: due scrittori che hanno in comune il fatto di aver provato a immaginare il futuro si troveranno a essere giudicati da quello stesso futuro con il possibile handicap di chi ha sbagliato a vedere lontano. Ma a parte questo, e al di là del suo risvolto ambientalistico, il progetto della Paterson è affascinante perché emancipa la letteratura da doveri contingenti. Cosa succederebbe se tutti i romanzi, i racconti, le poesie fossero pensati per una prospettiva di così lungo termine? E se il futuro della letteratura fosse quello di non parlare al presente?

Tra le “opere letterarie” (tra mille virgolette) più belle e sconvolgenti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, c’è, del resto The Last Pictures di Trevor Paglen, sorta di making of di un’ambiziosissima installazione a cui lo stesso Paglen ha dato vita. Partendo dalla certezza che i satelliti dell’orbita geosincrona rimarranno le ultime testimonianze della specie umana, sopravvivendo per lunghissimo tempo agli esseri viventi, l’artista/scrittore americano ha organizzato un’antologia di immagini da lanciare in orbita a disposizione di chiunque in un futuro remoto si troverà a passare dalle nostre parti. Il libro parla a noi di qualcosa che è potenzialmente destinato ad altri, con il senso di vertigine temporale del testo universale.

Modular Dwelling

Quasi come un negativo fotografico rispetto ai progetti di Paterson e Paglen, ci vengono incontro casi di scrittori che al contrario rincorrono affannosamente il presente e con tanto affanno da risultare forzati e innaturali, e così forzati e innaturali da porsi fuori dal campo letterario. Michela Murgia, per esempio, che in occasione dell’uscita di un suo libro, qualche giorno fa, ha aperto un account con il nome del personaggio protagonista per farlo “interagire” con i lettori. O Joshua Cohen che si è cimentato in un goffo esperimento di scrittura live, di cui hanno molto parlato anche i giornali italiani, con gente che lo trollava mentre “faceva” letteratura, e un coefficiente performativo che con la letteratura ha poco o nulla a che fare.

Quando sento di tentativi simili – l’elenco è potenzialmente lunghissimo, quelli citati sono solo gli ultimi esempi a disposizione – la risposta all’annosa questione su cosa sia letteratura e cosa no mi si fa più chiara in mente. Ho in mente un’equazione che potrebbe suonare così: quanto più è diretto il rapporto con chi si parla, più l’essenza letteraria sfuma. Il che non significa che la letteratura non debba occuparsi del presente. Significa piuttosto che la letteratura non deve porsi sullo stesso piano del linguaggio semplice, ma darsi il compito di costruire ogni volta un nuovo mondo che tenga conto anche di quel linguaggio, ma che lo rappresenti e lo reincarni invece di simularlo plasticamente. Solo così la Francia di inizio Novecento o la Los Angeles degli anni Ottanta, per fare due esempi, sono potuti diventare paesaggi simbolici in grado di prescindere dal loro tempo.

Il problema della forza della letteratura, la sua capacità di essere un modo interessante di passare il tempo, è chiaramente una questione di linguaggio, di forma. Tutte le opere letterarie più forti e più interessanti nel corso della sua storia sono state opere che hanno inventato un linguaggio e quindi una forma. In un articolo uscito su New Republic quest’estate, in realtà solo l’ultimo di una lunga serie, Sahj Mathew tentava di sistematizzare una tendenza in atto da qualche anno, individuata con chiarezza forse per primo da David Shields in Fame di Realtà, ma definita in molti modi diversi in questi anni – da post-fiction a lyric essay – che nell’articolo veniva definito in un altro modo ancora, giocando su un confronto con l’arte di Duchamp, readymade novel. E cioè: una letteratura che «invece di afferrare la realtà attraverso un insieme di dettagli materiali, l’onniscienza, i punti di vista multipli, o qualsiasi altra cosa ci si aspetta debba fare la finzione, pone una domanda o afferma un’idea» e che è «più interessata al concetto che c’è dietro a un lavoro artistico – dietro a quello stesso lavoro – che alla sua esecuzione». E giù la solita lista di titoli, di “romanzi” che hanno mischiato la carte utilizzando saggio, narrazione e racconto autobiografico, da Sebald a Ben Lerner.

"Futuro" Holiday Home Designed By Finnish Architect Matti Suuronen

Personalmente gli unici libri che ritengo valga la pena leggere oggi, che mi sembra valgano lo sforzo di staccarmi da Internet, dalla tv, da una rivista, sono quelli che appartengono a questo insieme. Valgono lo sforzo perchè mi sembra abbiano la carica magnetica di una cosa che non è mai esistita e che parla al futuro. Ma succederà poi che anche questa tendenza verrà superata, risulterà vecchia e incapace di guardare lontano. Potrebbe succedere, per esempio, come predetto da Kenneth Goldsmith in un articolo sulla Los Angeles Review of Books, che il contesto diventerà il nuovo contenuto (in originale: Context is the new content), slogan per dire che nell’era digitale l’apparato che sta intorno all’opera è più importante dell’opera stessa: la metafora calzante proposta nel saggio è che siamo in una tale sovrapproduzione di contenuti che ci troviamo in una situazione in cui il contenitore – la bottiglia – è più importante del contenuto, il vino. Ma possiamo rifarci a qualcosa di più familiare: come negare che già in questo momento un grande lettore sia, più che un conoscitore delle opere, un collezionista di involucri (le famigerate copertine Adelphi)? Oppure, potrebbe succedere che l’intero corpus letterario, come ipotizzato da Gianluigi Ricuperati in un suggestivo pezzo pubblicato su Tank Magazine, si trasformi nell’insieme delle sottolineature effettuate dagli utenti Kindle sui loro dispositivi.

Nessuno di questi scenari deve spaventarci. Dobbiamo essere molto spaventati, invece, all’idea che la letteratura venga considerata un blocco impermeabile. Che sia considerato sacrilego mettere in discussione le sue categorie. Dobbiamo diffidare da chi ci dice che  il tempo passato su Instagram è buttato, mentre quello passato su un libro è comunque ben impiegato. Una delle utilità di Future Library, del resto, potrebbe essere proprio questa. In un momento di passaggio e di trasformazione dei linguaggi, il lettore del 2114 potrà assistere all’evoluzione anno per anno di quella che oggi chiamiamo letteratura e che sicuramente, anche se sarà una cosa diversa, continuerà a chiamarsi così persino tra cent’anni.

 

Nelle immagini: vecchi modelli di architetture futuristiche (Hulton Archive/Getty Image).
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