MichaelIl diavolo veste Prada 2, il film da vedere adesso è Pecore sotto copertura

Non fatevi ingannare dal titolo né dalle pecore in Cgi: è un film che parla di memoria e di morte, scritto, diretto e prodotto da alcuni dei nomi più rilevanti del cinema hollywoodiano.

14 Maggio 2026

Correva l’anno 1995 e arrivava nei cinema di tutto il mondo Babe, il maialino coraggioso diventato poi un fenomeno del botteghino. Trent’anni dopo sappiamo cosa è andato per il verso giusto in quell’insospettabile successo: a co-scrivere quel film insieme al regista Chris Noonan c’era infatti George Miller, che avrebbe poi diretto il sequel. Dopo i successi dei due Mad Max e Le streghe di Eastwick Miller era incappato in un film “sbagliato” e sembrava destinato a rimanere un mestierante buono a mettere insieme feel good movie per le masse o blockbuster per le famiglie. Ve li ricordate la duologia di film con i pinguini ballerini Happy Feet o il secondo Babe in cui il maialino andava in città? Ecco cosa ha fatto per anni Miller per un decennio come regista prima di invertire la rotta con Mad Max: Fury Road.

Il comparto tecnico di Pecore sotto copertura sembra progettato a tavolino per smentire i nostri pregiudizi, a partire dal fatto che il principale responsabile registico dell’irritante umorismo sghignazzato dei Minions possa fare un film condito di un’ironia garbata, venata a tratti di malinconia. Kyle Balda ha alle spalle un passato da animatore in Pixar prima e Illumination poi, oltre che un curriculum giallo banana in regia d’animazione (Minions, Minions 2 e Cattivissimo Me 3). Una formazione che lo rende perfetto per gestire un film in cui Hugh Jackman legge libri gialli a pecore che non esistono, perché generate digitalmente in CGI. È questo il principale cambiamento degli ultimi trent’anni: Miller doveva far recitare maialini veri, Balda deve invece guidare un Jackman qui appassionato di pastorizia a interagire con il vuoto, riempito in post produzione da un gregge di pecore volutamente non troppo realistiche, ognuna con la sua personalità: quella saccente, quella vanesia, quella saggia e persino un montone tenebroso, che osserva i pascoli dall’alto della sua roccia panoramica, ammantato da un’aria di sintomatico mistero.

Piega ancora di più le logiche della realtà pensare che a firmare il copione sia Craig Mazin, uno che negli ultimi anni è passato da scrivere i sequel di Scary Movie a serie drammatiche di nome e di fatto come Chernobyl e The Last of Us. È lui a scrivere un primo adattamento del delizioso romanzo cozy crime ovino Glennkill – Un giallo di pecore di Leonie Swann, che poi rimane per un decennio in development hell, in attesa di produzione. Nel frattempo Amazon è diventata (anche) uno studio cinematografico alla ricerca del suo Knives Out e il duo registico-produttivo formato da Christopher Miller e Phil Lord ha appena avuto le proverbiali “divergenze creative” con Disney in merito a Solo: A Star Wars Story. Con la loro lunga esperienza nel mondo dell’animazione come produttori e sceneggiatori e il loro amore per le commedie ottimiste, i nomi di Miller e Lord hanno assolutamente senso come facilitatori di un film come Pecore sotto copertura, che anzi è l’erede ideale di L’ultima Missione – Project Hail Mary e del suo radicale ottimismo.

Anche Pecore sotto copertura si apre con la fine del mondo, almeno quella del gregge protagonista, che rimane senza guida dopo la morte improvvisa del proprio pastore. Avendo cresciuto i suoi ovini con storie della buonanotte in salsa crime, Jackman ha inavvertitamente preparato Lily, Sebastian, Cloud e persino gli agnellini del gregge a risolvere il mistero che circonda la sua morte. Gli ovini non lo sanno, ma hanno tutto l’interesse a trovare l’assassino del fattore, perché il loro futuro senza di lui è a tinte fosche.

Pecore sotto copertura testimonia innanzitutto l’acume di Amazon nel processo di adattamento del romanzo giusto al momento giusto. Dopo Hail Mary di Andy Weir, Amazon è infatti il primo a tentare di capitalizzare sul fenomeno del cozy crime, un filone tanto popolare quanto apparentemente ossimorico. Il morto ammazzato c’è, ma il tono rimane leggero, l’atmosfera accogliente, sospesa tra realtà e idillio da vecchia detective story all’inglese. Balda porta su grande schermo alla perfezione quest’aspetto che ha reso popolare il filone letterario: i morbidi maglioni dai colori vivaci, il giornalista con la macchina fotografica Leica, l’alberghetto di provincia dagli interni in legno e il caravan accogliente che ospita le giacche scamosciate, Hugh Jackman, Emma Thompson e Nicholas Galitzine sembrano più usciti da un film Hallmark ambientato nello stereotipo della campagna inglese che dall’equivalente realistico della stessa.

Pecore sotto copertura si svolge tutto in una piccola cittadina pettegola e fuori dal tempo (nonostante laptop e smartphone) che sopravvaluta l’attrattiva della sua “fiera locale” e vanta un unico poliziotto, prevedibilmente molto sciocco. Condito di un numero elevatissimo di giochi di parole di chiaro gusto british riguardanti pecore e conspecifici, il film mantiene dunque questo approccio lieve, che trasforma ogni potenziale svolta drammatica in avvolgente malinconia. Ovviamente poi c’è un giallo da risolvere, tra eredità, bugie e gossip locale, ma il nucleo del film è un altro e riguarda, incredibilmente, la morte. Quello che sembrava una sorta di cameo di Hugh Jackman (che appare giusto il tempo di presentare le sue pecorelle, leggere loro un romanzo e poi farsi ammazzare) è invece il nucleo emotivo di un film che affronta il tema della perdita, del lutto e di una consapevolezza del mondo che passa anche dall’accettare che la vita non è fatta solo di pascoli verdi e ovili accoglienti dove ripararsi dalla pioggia.

Le pecore, inizialmente fedeli alla loro immagine stereotipata di animali docili e mansueti, hanno qui la capacità di dimenticare collettivamente ogni avvenimento o circostanza sgradevole e dolorosa. Vivono dunque in un eterno presente senza problemi e angosce, con ricordi nebulosi e confusi delle compagne che non ci sono più. Per spiegarsi la mancanza dei propri cari, hanno sviluppato la credenza che ogni pecora perduta ascenda al cielo e ritorni sotto forma di nuvola. La morte del loro pastore, ancorché umano, manda in crisi il fragile sistema sociale che regola il gregge, che pur di preservare la normalità di facciata che ha creato per sé stesso, non esita a ostracizzare crudelmente tutti i membri, anche giovanissimi, che deviano da quella che è considerata la normalità: le pecore dimenticano le cose tristi, gli agnellini nascono solo a primavera, gli umani sono un po’ bizzarri ma fondamentalmente innocui.

Il film non ha nemmeno bisogno di calcare ulteriormente la mano su questo aspetto che trasforma le protagoniste ovine in un simbolo perfetto di quel placido, cieco immobilismo che ci troviamo spesso a desiderare in tempi difficili come i nostri, soprattutto se l’alternativa è l’incalzante consapevolezza che più o meno vicino a noi le cose vanno malissimo e persone simili a noi soffrono orribilmente. Si può rimanere spensierati a brucare nel proprio pascolo, incuranti che il macello è letteralmente dietro l’angolo. O si può decidere di tenere gli occhi aperti e ricordare, costringersi a poggiare gli zoccoli per la prima volta sull’asfalto alieno ed entrare scornando nelle faccende di quanti sperano che ce ne staremo buoni buoni in attesa che vengo il nostro turno di essere sopraffatti.

Non che Pecore sotto copertura sia un novello 1984 – George Orwell non aveva Emma Thompson a metà tra l’avvocatessa di grido e un membro delle Holograms di Jem – ma non è nemmeno un film con gli animali (in Cgi) mentre fuori c’è la morte. Forse poi la critica l’ha guardato con occhio particolarmente benevolo perché non ci si aspettava granché dal progetto, ma rimane il fatto che, oltre a funzionare molto bene come lungometraggio whodunnit, Pecore sotto copertura riesce davvero a essere cozy ma senza puntare al puro e semplice escapismo.

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