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I matematici di tutto il mondo sono disperati dopo che ChatGPT ha risolto 372 problemi a cui loro lavoravano da anni in tre ore Ora i matematici stanno ancora cercando di capire quanto ci sia di giusto, e cosa voglia dire adesso fare il loro mestiere.
ll Monte Bianco è diventato più alto ma questa non è una bella notizia come ci piacerebbe pensare In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
Del possibile allarme sanitario in Siberia si sono preoccupati tutti tranne gli abitanti della cittadina siberiana da cui l’allarme è partito L'OMS chiede spiegazioni, Trump ne parla, i giornali di mezzo mondo scrivono di peste. A Irkutsk e a Shelekhov nessuno porta la mascherina e la frase che ripetono tutti è «va tutto bene, è tutto normale»
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.
La storica sede del Partito Comunista Italiano in via Botteghe Oscure a Roma diventerà un hotel di lusso Gli uffici dei dirigenti sono diventati camere, e al balcone di Berlinguer adesso ci si affaccia dalla 207.
Grian Chatten dei Fontaines D.C. ha detto che Mina è stata una delle più importanti ispirazioni per Dopamine Chamber «Sono davvero innamorato della sua musica. Mi ha aiutato a trovare quel senso di umanità che volevo infondere in questo disco».
Il governo di Netanyahu adesso sta litigando anche con il Board of Peace di Trump Ad agosto il Board of Peace ha affidato a un'azienda americana il primo cantiere di "New Gaza". Due mesi dopo Israele non ha ancora fatto entrare né i camion né gli operai.
Un ingegnere ha creato un sistema di sorveglianza che sorveglia solo i poliziotti Anthony Sistilli, programmatore e youtuber canadese, ha costruito in casa un lettore automatico di targhe che riconosce solo le auto della polizia.

Realismo e follia

L'ultima pubblicazione di W.G. Sebald per Adelphi: un mosaico di vite, con al centro la scrittura vissuta come forma di disperazione.

13 Novembre 2012

Come altri, ho una vera predilezione per i libri di W. G. Sebald. Ma più per Gli anelli di Saturno o Vertigine che per i quasi-romanzi alla Austerlitz. I suoi reportage del pensiero, le incatalogabili esplorazioni in forma saggistica, ma di evidentissima impronta letteraria, che uniscono la descrizione delle forme del mondo con le circonvoluzioni della mente, la diaristica con la digressione storico-letteraria e la riflessione sulla memoria, sono tra i libri che rileggo più spesso. Esercitano su di me un effetto ipnotico e suscitano un’ammirazione (e un’invidia) che provo soltanto nei confronti dei pionieri, gli scopritori di nuove forme e di nuove possibilità in campo artistico.

Per fare un esempio, non riesco a opporre resistenza di fronte a un attacco del genere:
Alla fine di settembre del 1965, appena trasferito nella Svizzera francese per proseguirvi i miei studi universitari, a pochi giorni dall’inizio del semestre feci un’escursione nel Seeland, dove partendo da Ins salii in cima fino al cosiddetto Schattenrain. Era una giornata di foschia, e ricordo d’essermi voltato a guardare, dai margini del boschetto che ricopriva il pendio, il sentiero per il quale ero arrivato, la pianura che si estendeva verso nord, interamente solcata da canali dritti, e i poggi caliginosi alle sue spalle; e ricordo altresì – non appena mi ritrovai in aperta campagna, sopra la località di Lüscherz – di aver visto ai miei piedi il lago di Bienne, di essere sprofondato nella sua contemplazione per un’ora o forse più, ripromettendomi di visitare quanto prima l’isola che vi sorge al centro e che, in quella giornata autunnale, era avvolta da una luce tremolante e lattiginosa.

… che è l’attacco di uno dei saggi-racconto che compongono Soggiorno in una casa di campagna, uscito in tedesco nel 1998, ma ultimo (ottobre 2012) della lunga serie di libri di Sebald pubblicati da Adelphi in Italia. In particolare, si tratta dell’inizio del saggio-racconto intitolato “J’aurais voulu que ce lac eût été l’océan” dedicato alle vicissitudini di Rousseau e al suo soggiorno sull’Isola di San Pietro sul lago di Bienne. Una delle cinque biografie critiche di altrettanti scrittori (gli altri sono Hebel, Keller, Mörike, Walser), che compongono il libro insieme al saggio sul pittore Jan Peter Tripp, che lo chiude.

Gli scritti, che vanno ricondotti più alla produzione critica dello scrittore che a quella creativa, o che comunque sembrano rappresentare uno stadio intermedio dell’evoluzione di Sebald da accademico a scrittore, sono legati con coerenza a un tema che, si potrebbe dire rozzamente, è quello della “inevitabilità dello scrivere”. Le figure analizzate sono scrittori che vivono la loro attività come una forma di disperazione coatta, un lavoro enormemente faticoso, che non riescono ad abbandonare persino quando ne perdono il senso: la scrittura è “quel vizio dalla vaga funzione compensatoria da cui, una volta che si comincia, è impossibile liberarsi”.

È una rivelazione che gli altri due fili che legano gli autori presi in considerazione da Sebald siano la condizione borghese nell’Europa del Sette-Otto-Novecento e la follia, che nel racconto di queste vite, recitano la parte delle costanti universali. Volendone trarre una logica, si potrebbe dire che, nella logica interna e silenziosa del libro, la scrittura è una delle forme in cui si è espressa (e forse si esprime) l’alienazione borghese, ovvero una variante un po’ più complessa dell’abusato luogo comune adottato dai pragmatici che “scrivere rende pazzi”. Emblematico in proposito, e anche la più interessante e commovente parte del libro, è il saggio su Robert Walser. Borghese nullatenente, camminatore solitario, internato per problemi mentali, e autore negli ultimi anni della sua vita di un’opera d’arte concettuale prima che letteraria – una teoria di foglietti scritti a matita con una calligrafia microscopica ai limiti della illeggibilità – è la figura, allo stesso tempo tragica e lieve, che spiega tutte le altre e che incarna meglio di tutte le altre il mito eroico del borghese che fugge da se stesso e fugge fino a scomparire, polverizzandosi nella scrittura.

Ho letto il libro mentre mi trovavo per motivi di lavoro ad Artissima, la fiera di arte contemporanea che si tiene ogni anno a Torino, dove ho girato per gli stand, spesso storcendo il naso, pure non avendo mai coltivato nessuna forma di pregiudizio nei confronti dell’arte non figurativa. Raramente mi è capitato di assistere a una così fitta sequenza di opere o “lavori”, come li chiamano gli addetti, per i quali non provare niente, nessuna reazione (astrattismo fuori tempo massimo, arte troppo povera, decorativisimo…). Fino a chiedermi per quale motivo il mio sguardo finisse sempre per posarsi sui quadri più figurativi, senza essere mai stato l’uomo della strada che non capisce Picasso (o Rothko, o Rauschenberg).

Leggevo nel frattempo l’ultimo saggio del libro di Sebald, quello sull’opera del pittore anche lui internato Jan Peter Tripp, il massimamente realista (o iperrealista) autore di quadri “così veritieri che, quasi con un automatismo, tendiamo la mano per toccarli”, che lo scrittore tedesco esamina anche per riflettere sul concetto di realismo. E scrive: «Da un lato chiunque osservi un dipinto di Tripp è colpito innanzitutto dalla precisione apparentemente assoluta con cui sono raffigurati gli oggetti, dall’altro proprio questa meravigliosa abilità tecnica – e qui sta il paradosso – distoglie lo sguardo dal vero risultato». E poi: «L’immagine fotografica trasforma la realtà in una tautologia. Quando Cartier-Bresson si reca in Cina, scrive Susan Sontag, mostra che in Cina vivono delle persone e che queste persone sono cinesi. Ciò che può essere legittimo per la fotografia, non è però accettabile per l’arte. L’arte infatti necessità dell’ambiguità, della polivalenza, della risonanza, dell’oscuramento e dell’illuminazione, deve trascendere insomma l’incontrovertibilità del dato di fatto».

Una definizione perfetta che si potrebbe ribaltare sull’opera dello stesso Sebald. Grazie a passi come quello citato all’inizio, veniamo inghiottiti nel testo per la forza del suo realismo, così come durante Artissima la mia attenzione di borghese acculturato e bombardato da un’offerta eccessiva di “arte” veniva catturata dalle immagini più potenti sotto il profilo del rispondenza alla realtà. Poi dev’esserci uno scarto, che nei libri di Sebald è sottilissimo o addirittura impercettibile, perché quella rappresentazione fedele fino alla coincidenza si trasformi in “arte” e questo scarto è dato appunto da ambiguità e polivalenza della rappresentazione. Il realismo è una tecnica di manipolazione, la più potente tecnica di manipolazione a disposizione di un artista, e i suoi più bravi utilizzatori sono coloro che ne fanno un uso consapevole.

In fondo “L’evoluzione del realismo come espressione dell’alienazione borghese” potrebbe essere un buon titolo per uno di quei complicatissimi saggi che nessuno leggerebbe.

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