Dopo il monologo di Francesco De Carlo al Tonight Show, in molti si sono finalmente accorti del successo che la stand-up comedy riscuote ormai nel nostro Paese. Ne abbiamo parlato con gli addetti ai lavori e, soprattutto, con i comici.
In questo momento, in Italia, sono in corso due mostre, una retrospettiva fotografica a Villa Medici a Roma, e una cinematografica alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna, sulla regista della Nouvelle Vague Agnès Varda, la prima donna in assoluto a essere insignita di un Oscar alla carriera. Sono due mostre ricche, che si parlano completandosi e hanno anche dei gran bei titoli: Qua e là, tra Parigi e Roma e Viva Varda! Il cinema è donna (la prima chiude il 25 di maggio, l’altra vanta la direzione artistica di Varda figlia, e dura fino a gennaio 2027).
Vorrei dire tante cose di Agnès Varda, ma la prima questione che mi sono posta è: perché improvvisamente Varda ha iniziato a piacerci così tanto? Sia a Roma che a Bologna ho detto a diverse persone che ero in città per vedere la mostra di Varda e alcune mi hanno risposto: chi? Eppure, posso dire che i tempi sono maturi perché tutte queste persone si innamorino perdutamente di lei, e così l’ho consigliata a tutti, continuando a chiedermi cosa ha permesso la santificazione di quest’eterna ragazza dispettosa coi capelli alla Jeanne d’Arc, e a ragionare sull’estetica pop delle sue effigi destinate a essere instagrammate: lei che fa maramao in un enorme graffito dell’artista JR, in Visages, villages, lei nel suo autoritratto giovanile con ali d’angelo, lei di profilo davanti a un dettaglio di un dipinto di Bellini che fa gareggiare il suo naso coi nasi del quadro, e ancora lei vestita da patata, in occasione di una Biennale cui partecipò con una videoinstallazione sulle patate brutte scartate dal mercato, rugose o a forma di cuore: erano quelle germogliate a loro volta dalle patate buttate del bellissimo Les glaneurs et les glaneuses (La vita è un raccolto), un film intimo su tutte le persone che vivono dei rifiuti vegetali dei mercati, tra cui ricordo un dignitosissimo professore di francese. C’è qualcosa, nelle immagini di Varda, nella patata a forma di cuore che fotografo al Modernissimo, che si presta con anticipo sui tempi all’estetica pop di Instagram, qualcosa che lei ha inconsapevolmente preparato per la fabbricazione tardiva della sua stessa icona?
La fotografa delle facce buffe
Varda aveva iniziato a vent’anni col fare foto per il festival teatrale di Avignone diretto da Jean Vilar, e poi per il suo Théâtre National Populaire. Qualcuno le aveva detto che non era l’arte sua, ma lei non si era demoralizzata. Aveva uno sguardo, eccome. Nelle sue immagini, leggo nelle didascalie, faceva «convivere ironia e stranezza, talvolta spingendosi fino a una forma di cupezza». Da sempre, faceva in sostanza due cose: andava alla ricerca, dietro alle quinte o nei momenti di pausa dal lavoro, di momenti “di scarto”, un po’ come la frutta gettata dei mercati, oppure ricercava l’accostamento bizzarro di personaggi su sfondi incongrui, che creavano nuovo significato: penso a Giuletta Masina che sorride davanti all’insegna della bottega “Gelsomina”, nome del personaggio che interpretò ne La strada; o a tutte le nature morte di “facce buffe” che Agnès otteneva aggiungendo un paio d’occhi a una catasta di ciarpame. Con le sue foto, Varda voleva far sorridere, le concepiva in un modo che allora si sarebbe detto surrealista, ma che oggi direi quasi pubblicitario. I titoli erano spesso giochi di parole. Lei stessa, a diciotto anni, cambiò il suo nome di battesimo, Arlette, nel più evocativo Agnès.
«Per me è naturale andare qui è là, dire una cosa e poi il suo contrario, e sentirmi meno in trappola proprio perché non scelgo un’unica versione delle cose», recita la frase scelta per l’apertura della mostra romana. Una frase, appunto, a effetto, da magnete, da cartolina, da carosello, che può piacere anche a chi non si accosterebbe mai ai suoi film: film complessi, fatti di immagini ferme come quadri, di momenti totalmente surreali, di slapstick, silenzi, di una profonda malinconia di vivere in un cromatismo allegro e sfacciato, di dispetti, di burle, di elementi disturbanti; film realizzati come in un teatro di posa: in modo artigianale, fisico, umile come gli oggetti viventi del suo sguardo compassionevole.
Varda è così contemporanea, naturalmente, anche perché fu pioniera di un cinema femminile in anni d’oro del cinema dei quali sapremmo citare solo registi maschi. In un’intervista degli anni Duemila, interrogata sulla presenza sempre più numerosa delle donne nel cinema, dice: «Le donne pongono questioni in maniera originale e fuori dalla cultura. Non vogliono essere delle Welles, delle Ėjzenštejn». Dagli anni Sessanta, scrisse ruoli per donne che a Parigi cercavano la loro emancipazione. Girò pubblicità progresso per gli anticoncezionali, volle sua figlia Rosalie, che in quei giorni era impegnata negli esami di maturità, a recitare una scena in Una canta, l’altra no, un film sull’amicizia femminile e sull’aborto che poi le dedica, quasi a insignirla di un ruolo di prim’ordine nella lotta femminista.
Insomma, alla domanda “perché oggi Varda, da morta, ci piace così tanto?”, una delle risposte potrebbe essere: perché ha incarnato un modello di donna che oggi è prevalente nel mondo della cultura?
Contro il trend Agnès Varda
Mi ribello un po’ all’idea di Agnes come fortunata anticipatrice di trend, perché per tutta la vita sfuggì a ogni definizione, saltando dalla fotografia al cinema, dalla videoarte alla street art. (A inizio carriera, confezionava perfino album ricordo dei bambini del vicinato: erano rilegati a mano con un nastro, ed erano già più vicini a un’opera d’arte che a un prodotto su commissione). Mi ribello al nomignolo di “nonna della Nouvelle Vague”: non è giusto trattarla da nonnetta solo perché non è morta giovane, solo perché non incarnava l’idea altera e misteriosa tipica dell’artista, ma piuttosto un’immagine buffa e amabile. Mi ribello e non posto le frasi, il suo caschetto mezzo canuto e mezzo rosso su sfondo fluo. Agnès aveva scelto il suo nome e scolpito il suo aspetto sin dal primo autoritratto, dove accentua col trucco una serie di ombre per rivelare nel suo viso non quel che veramente presentava, ma quello che di quel viso lei voleva fare significante: quello che del suo viso poteva corrispondere al suo gusto estetico, alla sua interiorità. Mi ribello all’estetica pop del bellissimo catalogo bolognese col taglio colorato di fucsia, e a tutto quello che mi fa temere il rischio di una ruffiana operazione Frida Kahlo.
Varda era un’artista naturale, completa, che in qualsiasi epoca avrebbe saputo stupire, anticipare, inventare linguaggi e far parlare di sé perché, come scrive Laure Adler nel saggio a lei dedicato: «Nell’universo Varda, tutto è Varda e tutto è di Varda. Varda dorme in un mondo Varda, lavora in un mondo Varda. Ogni oggetto è stato scelto e pensato da Varda». Una megalomane, diremmo. E invece, sempre nelle parole di Adler: «Agnès lavorava ininterrottamente, si criticava senza sosta, ma voleva dare agli altri l’immagine opposta: quella di una dilettante fortunata a cui tutto, o quasi, riusciva. […] E poi era tenera, buffa, spiritosa, rompiscatole e desiderava ricevere rassicurazioni sulla qualità del proprio lavoro, senza falsa modestia». E ancora, a proposito del suo look androgino e della sua amorosa amicizia con Valentine Schlegel: «Né cis né trans, semplicemente Agnès». Una persona dunque umile o piena di sé? Più da riderci o da prendere sul serio? Egocentrica o in ascolto dell’altro? Un po’ qua un po’ là, diceva lei. Ma io risponderei: umile, ironica, attenta agli altri.
«Credo che comunque le persone siano ciò che c’è di più interessante», campeggia su un muro di Villa Medici. Varda era stata un’immigrata greca in Belgio prima, e un’immigrata belga in Francia poi, durante la guerra. Per questo il suo affetto andava all’umanità sgangherata di Rue Mouffetard che ritrae in Opéra Mouffe (uno dei suoi mille giochi di parola, che oggi ormai sono alla portata di chiunque). Qui, negli anni Cinquanta, viveva gente malandata, vecchia, alcolizzata. Varda realizza prima un quadernetto fotografico artigianale dei loro volti segnati, e un anno dopo ritorna e gira un film. È sempre alla ricerca di chi si gratta il naso, di chi fa una faccia strana, di chi sembra stralunato: di quella stranezza buffa che ogni tanto si fa cupa. In Daguerrotypes (gioco tra rue Daguerre, dagherrotipi, e tipi di rue Daguerre), ritrae i commercianti della strada di Parigi dove s’installa giovane e rimane tutta la vita: gente che non fa simpatia e non interessa a nessuno perché non ha né il fascino compromesso dei ricchi né quello terrigno dei poveri. Ebbene, anche quella cosa lì, come lei la tocca, diventa cool. Il film viene mandato su diversi canali televisivi europei, e l’estate dopo rue Daguerre si riempie di stranieri, molto prima che esistessero i fenomeni di turismo legati ai film.
Uno spirito molto libero
Varda faceva cose che non esistevano. Che la gente non sapeva di amare. Ma per le quali presto sarebbe andata pazza. Viveva in un modo artistico, in cui tutto era comunicativo, prima che la comunicazione si sostituisse in larga misura all’arte. Non poteva essere una posa, perché lei non aveva nessuno da imitare: era proprio che viveva tutto il tempo in una modalità creativa, prima che “creativo” diventasse una parolaccia. Gli occhi le sorridevano sempre, covando un’idea ridicola e potente. E aveva, soprattutto, come dichiara in un’intervista, un esprit libre. «Io ho sempre sentito che il mio spirito era molto libero», e intende libero di creare e immaginare. È evidente a tutti che avesse davvero la libertà espressiva di cui parla, in ogni momento. Non è facile raggiungere questa condizione, nella vita di un’artista. Non è facile soprattutto ravvivarne la fiamma; e Agnès rivela una cosa interessantissima su dove trova la sua libertà irriverente. Dice che il suo immaginario è fatto di donne vagabonde, ma che «il nutrimento degli immaginari spesso è l’opposto degli immaginari stessi. Può essere una casa, una famiglia, dei figli, una routine». Per lei è stata rue Daguerre, sua figlia Rosalie, il compagno di una vita Jacques Demy, a cui dedica il film sulla sua infanzia Jacquot de Nantes, e il figlio avuto con lui, Mathieu, che interpreta il bambino triste di Documenteur (docu-mentitore) e l’adolescente di cui si innamora l’adulta Jane Birkin in Kung-fu master.
Ma insomma, che cosa avrebbe pensato della sua santificazione, questa donna domestica e randagia, dalla faccia combattiva e tenera, brutta ma bella? Un giorno, filmando una cartolina, aveva notato le rughe sulla sua mano, e aveva deciso che era quello, e non la cartolina, il paesaggio che voleva raccontare. Probabilmente, sarebbe stata contenta di diventare un’icona per abbellire i nostri profili, perché non era mai stata snob. Ho l’impressione che non si sarebbe per niente scandalizzata che tutta la sua arte venisse rimasticata con giocosità dal pubblico attraverso la narrazione della simpatica vecchietta. In uno dei suoi numerosi discorsi proiettati al Modernissimo, dice che il suo cinema non andava inquadrato come cinema d’autore, altrimenti avrebbe scoraggiato la gente. Andava semplicemente mostrato in televisione in un flusso in mezzo a tanti altri prodotti, e secondo lei la gente avrebbe capito benissimo cosa farne. Ultraottantenne, ha girato i paesini della Francia con lo street artist JR, intervistando la solita gente anonima che inseguiva sin da ragazza, e trasformando le loro facce sofferenti e sorridenti in graffiti giganti che ripensavano il paesaggio rurale. Sembrava che lei a JR avessero la stessa età. Anzi, sembrava più giovane lei.
Dopo il monologo di Francesco De Carlo al Tonight Show, in molti si sono finalmente accorti del successo che la stand-up comedy riscuote ormai nel nostro Paese. Ne abbiamo parlato con gli addetti ai lavori e, soprattutto, con i comici.
«È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
