In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
Israele vuole fare causa al New York Times per un’inchiesta che racconta le violenze sessuali dei soldati dell’IDF sui prigionieri palestinesi
L'inchiesta l'ha firmata il giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof e il giornale ha definito tutto ciò che racconta come «ampiamente verificato».
L’inchiesta del New York Times, intitolata “The silence that meets the rape of palestinians” (“Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi”), ha scatenato una reazione furiosa da parte del governo israeliano. L’articolo racconta l’uso sistematico della violenza sessuale sui detenuti palestinesi all’interno delle carceri israeliane, incrociando le testimonianze dei sopravvissuti con i rapporti dell’Onu e delle principali organizzazioni per i diritti umani. La portata delle accuse e delle testimonianze è tale che l’ufficio di Netanyahu non si è limitato alla smentita diplomatica, ma ha annunciato l’intenzione di intraprendere un’azione legale senza precedenti contro la testata statunitense, definendo il pezzo come una delle «menzogne più orribili mai rivolte contro lo Stato di Israele nella storia del giornalismo moderno».
Al centro dello scontro, come scrive il Financial Times, c’è una contestazione specifica riguardante l’accusa di aver addestrato cani per partecipare agli abusi, un dettaglio che il governo e i gruppi di attivisti filoisraeliani hanno indicato come pura distorsione. Sebbene la strategia di Netanyahu e del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar (che ricalca le tattiche di aggressione legale verso i media tipiche di Donald Trump) punti a delegittimare l’intera inchiesta, l’eventuale causa negli Stati Uniti dovrà scontrarsi con la protezione del Primo Emendamento. La già documentata difficoltà nel vincere una causa per diffamazione contro il giornalismo investigativo americano suggerisce – come già in altri casi, sistematicamente – che l’intentare una causa per diffamazione abbia una valenza più politica che giudiziaria, mirata a compattare l’opinione pubblica interna e a smentire le atrocità che, al di là del singolo dettaglio contestato, continuano a emergere dai rapporti internazionali.
L’articolo del New York Times pubblicato questa settimana, scritto da Nicholas Kristof (che tra le cose ha vinto due volte il Premio Pulitzer), si basa su precedenti reportage del giornale. Include le testimonianze di più di una dozzina di persone che hanno dichiarato di essere sopravvissute a violenze sessuali mentre erano sotto la custodia dei servizi di sicurezza israeliani. L’articolo è stato, come afferma il NYT, «ampiamente verificato e confrontato con altre ricerche, notizie e pareri di esperti indipendenti». Gli abusi sessuali sui prigionieri palestinesi sono stati oggetto di dibattito politico, legale e sociale dall’agosto 2024, quando è stato diffuso un video di sorveglianza che mostrava un apparente abuso su un prigioniero. Le nove guardie della prigione riprese in quel video sono state infine accusate di abuso aggravato e lesioni personali.
In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
Assediati dalla colonia illegale di Karmel, gli abitanti di questo villaggio stanno facendo di tutto per riuscire in un'impresa apparentemente impossibile: riaprire la scuola e permettere a bambini e bambine di tornare a vivere, almeno un po'.