È durata 14 secondi, nessuno sembrava voler mollare la presa per primo, ovviamente su internet si sono fatte scommesse e meme a riguardo.
Un’operazione segreta dell’Onu ha salvato dalle macerie di Gaza milioni di documenti che ricostruiscono la storia del popolo palestinese dalla Nakba a oggi
In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
In un’operazione durata dieci mesi e conclusasi tra le macerie di Gaza e le tensioni di Gerusalemme Est, l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è riuscita a mettere in salvo un patrimonio di documenti fondamentali per la storia e la memoria palestinese.
Questi archivi, composti da milioni di certificati di nascita, matrimonio e documenti di proprietà risalenti alla Nakba (l’esodo palestinese, letteralmente “catastrofe” in arabo) del 1948, non sono scartoffie, ma le uniche prove legali capaci di attestare il legame di un popolo senza Stato con la propria terra d’origine. In un conflitto dove anche l’identità è un campo di battaglia e la sistematica cancellazione della memoria storica un’arma, la scomparsa di questi documenti avrebbe significato la cancellazione definitiva di milioni di esistenze, passate, presenti e future.
Come è possibile immaginare, la logistica del salvataggio non è stata semplice. Come scrive il Guardian, gli operatori si sono dovuti muovere tra i bombardamenti e le macerie, trovando un modo sicuro di trasportare le buste anonime con dentro i documenti attraverso il valico di Rafah. Il rischio legato alla ricerca, al salvataggio e al trasporto di questi documenti non riguarda solo l’incolumità fisica del personale impegnato nell’operazione (bombardamenti, incendi, crolli, intercettazioni, arresti sono tutte possibilità concretissime) ma anche quella digitale. Oggi, in un seminterrato di Amman, in Giordania, un gruppo di oltre 50 persone sta trasformando questo immenso archivio cartaceo in uno digitale, cercando di proteggersi dai continui attacchi hacker lanciati contro i server in cui stanno conservando i documenti.
Con 30 milioni di documenti già scansionati, il progetto punta a restituire a ogni profugo il proprio albero genealogico e a mappare con precisione i sentieri dell’esodo palestinese. Questo archivio non servirà solo a costruire la futura ricerca accademica, ma diventerà uno strumento fondamentale per qualsiasi soluzione politica si proverà ad adottare nel futuro in Palestina.
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