La stand-up comedy italiana sta vivendo il suo momento d’oro

Dopo il monologo di Francesco De Carlo al Tonight Show, in molti si sono finalmente accorti del successo che la stand-up comedy riscuote ormai nel nostro Paese. Ne abbiamo parlato con gli addetti ai lavori e, soprattutto, con i comici.

15 Maggio 2026

Quando due settimane fa Francesco De Carlo si è esibito al Tonight Show di Jimmy Fallon, la stand-up comedy italiana ha avuto una visibilità nuova, per certi versi differente: tutti sui social hanno commentato il pezzo di De Carlo, tutti – tra giornali, televisioni e radio – hanno sentito il bisogno di contattarlo e intervistarlo, di chiedergli com’è stato esibirsi in uno dei late show più seguiti negli Stati Uniti (e, quindi, nel mondo) portando la sua comicità, una comicità che ha costruito negli anni, in uno spazio così rinomato e ambito. Più o meno, una cosa del genere è successa anche quando circa un mese fa Stefano Rapone e Daniele Tinti hanno registrato una puntata del loro podcast, Tintoria, in Giappone. Ospiti: gli attori e le attrici del cast di Super Mario Galaxy. Per carità: le due cose sono estremamente differenti, anche perché Tinti e Rapone non hanno fatto un monologo. Ma l’attenzione che hanno ricevuto all’estero, sui giornali di tutto il mondo, ha riacceso l’ennesimo riflettore sulla nostra comicità e sulle figure che, oggi, la rappresentano.

È importante dire una cosa, piuttosto banale: la stand-up comedy non nasce oggi con Francesco De Carlo al Tonight Show o con Tinti e Rapone; la stand-up comedy, in Italia, arriva molto, molto tempo fa. Per qualcuno con Daniele Luttazzi, per qualcun altro con Satiriasi. Per qualcun altro ancora, decisamente prima: con i vari Beppe Grillo e Roberto Benigni. Il punto, ed è un punto che in questo pezzo tornerà spesso, è che la comicità cambia, si adegua e si trasforma. È indubbiamente vero che la stand-up comedy italiana di oggi non è la stessa di, per esempio, dieci anni fa. Il pubblico è cresciuto, c’è una consapevolezza diversa. Quello che resta, e lo dimostrano anche i successi citati poco fa, è la resistenza del vecchio sistema alla novità – anche se, e va detto, una vera novità la stand-up comedy non lo è più.

Francesco De Carlo

Dopo essersi esibito al Tonight Show, Francesco De Carlo è rimasto negli Stati Uniti per un altro appuntamento, quello di Netflix Is A Joke, il festival organizzato da Netflix con il meglio della stand-up comedy. «È stata un’esperienza assurda», racconta De Carlo. «Con dei nomi che ti passano davanti e non ci credi: da Letterman in giù, c’erano veramente tutti. È come il Fringe Festival di Edimburgo, ma con delle star incredibili. Louis CK ha registrato il suo speciale, e c’è stato il “roast” (speciale in cui qualcuno viene preso in giro in modo estremamente diretto, ndr) di Kevin Hart». Dice De Carlo che ha preso in considerazione la possibilità di trasferirsi e che negli Stati Uniti gli sta andando molto bene. Ma non sta pensando di farlo perché la dimensione italiana gli sta stretta. «Voglio fare entrambe le cose», confessa. «E poi preferisco vivere in Italia, dove ho la mia famiglia e i miei affetti, dove c’è il mio pubblico ed è tutto più semplice. Qui in America sono arrivato a un punto importante della mia carriera».

Per decenni, dice De Carlo, ha sognato il momento in cui sarebbe andato in un programma come il Tonight Show di Jimmy Fallon. È cresciuto cibandosi di un certo immaginario, seguendo quei comici e quei personaggi. E per lui la stand-up comedy è stata, prima di tutto, una passione. «Quando sono stato chiamato, ho provato a rimanere lucido, a non lasciarmi travolgere dall’ansia da prestazione e dall’emotività, e onestamente mi pare di esserci riuscito. Quando aspetti qualcosa per così tanto tempo, alla fine devi fare di tutto per giocartela bene». Esibirsi in uno spazio del genere significa preparare un pezzo diverso dal solito. «Non puoi fare lo stesso monologo che fai nei comedy club o nei tuoi spettacoli», spiega De Carlo. «Devi trovare un pezzo che vada bene per la televisione americana, che è poi la stessa cosa che succede in Italia: non posso fare in tv le cose che, per esempio, faccio in teatro». La grande differenza con gli americani, continua De Carlo, è il modo in cui riescono a riprendere la stand-up comedy. Nessun grande artificio, nessuna intuizione straordinaria. C’è il comico e c’è la camera. E poi ci sono sei minuti di tempo. Il pubblico è microfonato, c’è un ritorno delle risate, c’è un’atmosfera palpabile. In Italia, invece, è differente. «Da noi, a furia di voler far bene le cose, si finisce per esagerare: ci sono troppe telecamere, troppi cambi di inquadratura; il pubblico è poco microfonato. Sono tutti dettagli su cui è fondamentale lavorare, per potersi avvicinare al livello che c’è in America».

L’Italia, dice De Carlo, è un Paese molto conservatore e nostalgico, e guarda alla novità con un certo sospetto. «C’è una capacità di autoironia piuttosto bassa, e la reputazione rimane una cosa molto importante. La comicità italiana, per questo, tende a fare fatica a cambiare. E non mi riferisco solo alla stand-up. Parlo in generale: si fanno le stesse battute che si facevano negli anni Novanta». In America, continua De Carlo, la comicità cambia costantemente. «Prima c’è stato il periodo di Seinfeld, con New York al centro del mondo; poi c’è stato un periodo, coincidente con gli anni Duemila, con una comicità più sofisticata. Poi c’è stato il momento del woke, con il politicamente corretto che è tornato alla ribalta. Adesso c’è una visione quasi opposta. Insomma, è cambiato tutto innumerevoli volte nel giro di poco tempo. Da noi no, da noi siamo decisamente più lenti. Abbiamo avuto una tradizione, specie al cinema, incredibile: pensiamo alla commedia all’italiana, che è stata in grado di unire il dramma e la commedia in modo perfetto. È difficile capire perché il sistema, tra piccolo e grande schermo, non sia ancora riuscito a rappresentare questa generazione di comici. Anzi, queste generazioni: sono almeno due. Parliamo di comici che riempiono i teatri. Ci sono dei limiti, ecco. E sono limiti che, più o meno, coincidono con il sospetto. E onestamente? Non ho capito perché». Ciò nonostante, secondo De Carlo il pubblico c’è: «È lo stesso pubblico che riempie i teatri, che è cresciuto guardando i comici online, su internet. Io sono un grande fan della comicità più – diciamo così – tradizionale. Ma credo che ci sia spazio anche per altro. Il sistema italiano, dopo un investimento iniziale, vuole immediatamente un ritorno; non si dà il tempo al cambiamento per attecchire. Ed è un’idea abbastanza vetusta».

Un’altra differenza enorme tra Italia e Stati Uniti è la velocità con cui si costruiscono opportunità lavorative. «In America ti arrivano le proposte quando sono praticamente chiuse, quando non c’è molto altro da dire; bisogna solo finalizzare gli ultimi dettagli», dice De Carlo. «In Italia le proposte sono un’altra cosa. Le persone ti contattano, ti cercano, ma alla fine non si fa niente. In America c’è un sistema verticale, dove la crescita si muove in una direzione precisa. Personalmente non ho nessuna fretta. Questo, per me, rimane un lavoro artistico. Io sto migliorando nella stand-up inglese, ed è veramente difficile: sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista della scrittura. Ma voglio che le cose succedano quando sono pronto. Con Fallon, per fortuna, è andata così». Una delle passioni più grandi per De Carlo sono le storie. Gli piace raccontarle, gli piace leggerle e poterle seguire al cinema. Per questo motivo ha scritto un libro, I malviventi (Rizzoli): aveva in mente un’idea, e anziché aspettare di avere una possibilità per fare una serie tv ha preferito lavorare a un romanzo. «Era una storia che avevo in testa da molto tempo. È un romanzo che parla del mio quartiere, un po’ come il mio spettacolo, Limbo. Rispetto a Limbo, però, I malviventi mi ha permesso di cambiare prospettiva, di trovarne una più netta, più dark, e di unire generi diversi. Un po’ come certe serie: DTF St. Louis, disponibile su HBO Max, Fargo, The Beast in me e Black Rabbit su Netflix».

Quello che manca alla stand-up comedy italiana, dice De Carlo, è l’infrastruttura. «Mancano i promoter e i locali, e manca anche una certa cultura di andare a vedere uno spettacolo dal vivo. Noi siamo passati dai ristoranti ai teatri, non c’è stata una via di mezzo; non abbiamo i comedy club, che sono una scuola fondamentale. Se i comici si possono esibire più spesso, migliora la comicità. E se migliora la comicità, il pubblico si sente più coinvolto ed è decisamente più interessato. E poi ci servirebbe una maggiore attenzione nel sistema televisivo e cinematografico. Io non voglio fare l’attore: voglio scrivere. Mi piacerebbe riuscire a restituire, al cinema e in tv, la complessità della stand-up comedy, senza riprendere la stessa idea, trita e ritrita, di comicità».

Vincenzo De Luca Bossa di The Comedy Club

Un punto di vista parallelo a quello di chi fa stand-up comedy salendo su un palco ed esibendosi davanti al pubblico è il punto di vista di chi gli spettacoli li organizza, mettendoli in piedi, producendo speciali e provando a creare una rete. Vincenzo De Luca Bossa è il CEO e il co-fondatore di The Comedy Club. La situazione in Italia, dice, è cambiata parecchio. Soprattutto rispetto a pochi anni fa. «Una volta avere un pubblico di cento persone per uno spettacolo era un traguardo importante che ti faceva svoltare. Adesso un tour nazionale di un comico di prima fascia può arrivare tranquillamente a 60 mila biglietti, a volte anche di più. I numeri sono tranquillamente paragonabili a quelli registrati dagli artisti che hanno fatto la storia della comicità più tradizionale o anche da alcuni musicisti. Quando arrivi a contare così tanto dal punto di vista economico, cambia tutto. Sia nel bene che nel male. La stand-up ha sdoganato diverse cose, e gode decisamente di un altro tipo di considerazione. Basta guardare chi viene invitato in televisione, in alcuni programmi. Prima gli stand-up comedian avevano uno spazio in seconda o in terza serata, adesso il monologhista è un elemento fondamentale per una certa offerta. E c’è una differenza enorme, evidente, tra un monologhista e un comico che interpreta un ruolo o una maschera».

La stand-up, dice De Luca Bossa, ha un richiamo. «La cosa più bella, per i comici, è quando in teatro possono essere completamente liberi. Per questo il monologo dal vivo ha un ruolo e un peso differenti. Lo spettatore sa che andando a teatro avrà accesso a un’intimità con l’artista unica, irripetibile. E questo è importante». In Italia, oggi, è evidente un contrasto enorme. «Da una parte si vogliono integrare i ventenni-trentenni, che sono cresciuti con le serie tv e con altri tipi di riferimenti culturali; dall’altra parte ci sono i quaranta-cinquanta-sessantenni che sono interessati a un altro tipo di programmazione televisiva, molto più tradizionale. Gli sponsor, che investono nella tv, vogliono che sia coinvolta anche la fascia dei venticinque-trentacinque, ma per farlo devi chiamare dei nomi e degli artisti che potrebbero offendere la sensibilità del pubblico più maturo». Molti stand-up comedian, pur di avere uno spazio in televisione, sono pronti ad accettare qualunque tipo di condizione. E questo perché, insiste De Luca Bossa, credono che andando in tv si possa ottenere una visibilità assoluta. A furia di compromessi, però, c’è il rischio di perdere la propria identità, ed è un elemento da non sottovalutare. «La stand-up comedy, oggi, ha una diffusione ancora rivolta a un target specifico. Le cose cambieranno tra dieci anni, quando questo pubblico sarà cresciuto. Alcuni programmi provano a integrare la stand-up comedy, e bisogna riconoscerlo; ma la stand-up comedy va ascoltata con attenzione, non può essere decontestualizzata. Il pubblico degli spettacoli dal vivo è profondamente diverso dal pubblico televisivo, e anche questo rischia di essere un problema. Il pubblico è fondamentale; senza le risate, manca una parte importante dello spettacolo».

Gli speciali di stand-up comedy, che qualche anno fa sono arrivati sulle varie piattaforme streaming, come Netflix, hanno sicuramente aiutato a far conoscere certi nomi. Piuttosto rapidamente, però, gli speciali di stand-up comedy sono stati messi da parte e i remi, dice De Luca Bossa, sono stati tirati in barca. «Molte piattaforme streaming cercano di integrare la stand-up, ma devono stare anche attenti al loro pubblico. E spesso, per avere un pubblico generalista, è difficile distribuire alcuni monologhi. Parallelamente c’è il limite della lingua: visto che i nostri speciali sono in italiano, è difficile che vengano guardati anche da un pubblico straniero. Le piattaforme vogliono contenuti potenzialmente globali, per tutti. Tra produrre una serie tv e produrre uno speciale di stand-up si tende a preferire la prima cosa. E questo al di là dei costi: nel caso di uno speciale di stand-up le spese sono decisamente minori. Forse la situazione cambierà nei prossimi due anni. Su YouTube la stand-up funziona molto: viene tutelato il contenuto, che non viene minimamente toccato».

Il punto di vista di una realtà come The Comedy Club resta un punto di vista privilegiato, perché in questi anni è cresciuta molto, accogliendo un numero maggiore di artisti e osservando da vicino quella che è stata l’evoluzione della stand-up comedy. «All’inizio era veramente difficile riuscire a farsi ascoltare e chiudere una trattativa», racconta De Luca Bossa. «Mi ricordo che spesso non venivamo nemmeno presi in considerazione. Non eravamo abbastanza interessanti, né artisticamente né numericamente. Adesso ci sono tantissimi stand-up comedian, e la stand-up è più diffusa. Noi abbiamo preferito essere fedeli alla nostra linea iniziale. Negli ultimi anni, abbiamo provato a essere più riconoscibili, sia con i nostri artisti che con la nostra impostazione editoriale. Lavoriamo su più fronti, dalle location alla comunicazione, per essere indipendenti dai social e dai vari algoritmi; dal booking degli artisti alla direzione artistica di alcuni eventi, e dal management alla produzione video». Oggi, sottolinea De Luca Bossa, The Comedy Club è una delle realtà più attive nell’integrazione tra spettacoli dal vivo e speciali su YouTube. «La produzione video, per noi, è uno degli elementi più importanti: pensiamo allo speciale di Francesco Fanucchi, che ora è arrivato a due milioni di visualizzazioni, o a Tintoria. Collaboriamo con altre realtà, come LocuraComedy, proprio perché per noi è importante continuare a fare scouting e a tenere d’occhio le novità. Il nostro obiettivo è di non snaturarci e di essere un punto di riferimento per chi ama e segue la stand-up comedy».

Dalla presenza di Francesco De Carlo al Tonight Show e dall’esperienza di Tintoria in Giappone, De Luca Bossa dice che è importante provare a trarre una lezione. «Abbiamo un bisogno profondo di unirci come categoria. Ci sentiamo solo per motivi economici e commerciali. E non per il resto. Ed è un peccato. Dovremmo unire tutte le istanze e le necessità, e cercare di esportare il monologo italiano all’estero. Per ora siamo noi a essere stati conquistati dagli americani, che vengono qui, fanno due date, vendono i loro biglietti tra i centocinquanta e i duecento euro e vanno benissimo. Ma non ci sono altri effetti. Dovremmo provare anche noi a parlare a un pubblico che si trova fuori, all’estero. Questo permetterebbe sia di crescere economicamente che artisticamente. Dobbiamo muoverci come movimento, non solo come singoli. Dobbiamo darci una linea, dobbiamo creare una riconoscibilità chiara per il pubblico. La stand-up comedy deve mantenere una sua identità, non può essere unicamente un modo per vendere di più».

Giorgio Montanini

Giorgio Montanini, uno dei comedian più importanti che ci sono in Italia, seguito da AltraScena, dice che la stand-up sta benissimo. «Qualcuno parla di crisi: ma crisi di cosa, esattamente? Io vedo l’esatto contrario. Dopo tre serate al Brancaccio, tutte sold out e con più di 5 mila spettatori, per quanto mi riguarda la stand-up comedy è in perfetta salute. E ci sono comici che fanno numeri anche più grossi dei miei. L’anno prossimo Luca Ravenna sarà al Forum a Milano, con quasi 10 mila posti». La distanza che sembra separare la stand-up dalla televisione italiana è una distanza relativa, che va chiaramente contestualizzata. Tra il 2014 e il 2016 Montanini ha condotto Nemico Pubblico, un programma di stand-up che, dice, ha raccolto un buon successo. «Il primo anno andò molto bene; il secondo e il terzo abbiamo avuto dei problemi, ma erano legati al palinsesto e a scelte editoriali: il giorno di messa in onda cambiava ogni settimana. Nemico Pubblico era una trasmissione a suo modo innovativa. Che poi la televisione non abbia più voluto proseguire su questa linea è un problema della televisione, ma la televisione non rappresenta minimamente il mondo dell’arte». Con il tempo, prosegue Montanini, il pubblico della stand-up comedy è diventato sempre più trasversale. «Non è come dieci anni fa, quando c’eravamo solo noi di Satiriasi, e quindi il pubblico era una nicchia. Gli spettacoli dal vivo sono l’anima della stand-up comedy, e a questi spettacoli la gente viene. Se poi la televisione non riesce a intercettare il pubblico, significa che ha altri obiettivi. Se qualcuno mi chiama e mi fa una proposta, valuto la proposta che mi viene fatta. Il punto è che in televisione si fanno cose che non mi appartengono».

La stand-up, oggi, è la forma di comicità più praticata. Tutti i nuovi comici, ribadisce Montanini, fanno stand-up. «Rispetto al cabaret degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, la stand-up non è solamente una comicità di puro intrattenimento. Il comico rimane centrale, con il suo nome e le sue esperienze personali. È una comicità più introspettiva, non come quella di Beppe Grillo che, al contrario, si rivolgeva di più al mondo esterno e che Filippo Giardina, secondo me giustamente, definiva “cabaret politico”. Ovviamente anche qui vanno fatte delle distinzioni: questa comicità era l’esempio più alto possibile, poi ce n’era un altro tipo, che si fondava su stereotipi. Quindi la differenza non è lo stile: è culturale. Ora la maggior parte dei comici sale sul palco e si mette a nudo. È un po’ come con la musica: la musica non è sempre stata rap e trap; ci sono stati cantautori, band, eccetera. Tutti suonano gli strumenti e cantano, ma c’è una differenza tra le canzoni. Ecco, questa differenza c’è anche tra i diversi tipi di comicità. Il cambiamento, specie all’inizio, è arrivato grazie al collettivo di Satiriasi».

Rispetto ad alcuni anni fa, la produzione di stand-up comedy è cresciuta enormemente. Ma, dice Montanini, non è un problema. E questo perché il pubblico può sempre scegliere. «Chiunque può dire il cazzo che vuole. Se non vuole approfondire, se vuole banalizzare certi argomenti, è una scelta sua. Non posso essere io ad andare da ogni comico e chiedere: ma che cazzo hai scritto? Se un comico non funziona, non funziona. Lo decidono gli spettatori». Un problema vero che riguarda la stand-up comedy, e lo stesso Montanini ultimamente si è trovato ad affrontarlo, è quello che riguarda il contesto: un pezzo estrapolato da una particolare situazione, da un particolare momento, e diffuso altrove, in un momento successivo. «Io a casa bestemmio. Se poi bestemmio in chiesa durante la messa, sono un imbecille. Ma se tu registri la mia bestemmia detta a casa e poi la riproduci in chiesa, e tutti si scandalizzano, il problema è di chi non riesce a capire il contesto. Non è un problema della comicità: è un problema culturale. Perché a quel punto significa che le persone non capiscono nemmeno quando le leggi sul lavoro cambiano, quando vengono violati i loro diritti e quando non ci sono garanzie. Io mi preoccuperei delle persone che non arrivano alla fine del mese. Non di quello che dico io. L’arte diventa una cartina tornasole abbastanza indicativa del livello culturale di un paese. Anzi, l’arte è la prima spia. Prima ancora della politica. Ma non è l’unica».

Parallelamente al discorso che riguarda la televisione generalista, c’è quello che riguarda gli speciali di stand-up comedy. Anche a Montanini, nel corso degli anni, è stato chiesto di farne uno. Alla fine, però, ha deciso di rifiutare. «Non potevo dire determinate cose, c’erano dei paletti da rispettare, e allora ho preferito evitare e li ho mandati affanculo… Io non vado a fare uno speciale, pagato pochissimo, per vederlo stravolto dalla policy di, che ne so, una piattaforma streaming. A me le piattaforme streaming non interessano, così come non mi interessano i canali televisivi… Mi faccio i miei spettacoli e basta». Il comico, dopotutto, si esprime durante il live. «O almeno, ecco, è quello che fa il comico vero. Poi ci sono tanti comici che si esprimono in altri contesti. Se poi riprendi uno spettacolo e lo metti su una piattaforma streaming, stai usando lo streaming come cassa di risonanza. Ma non lo cambi, non lo pieghi alle tue necessità. Il cuore della stand-up comedy rimane il live. E per me il live è assolutamente imprescindibile. Io non ho nessuna ossessione di diventare più famoso o di allargare il mio bacino di utenza. Sto bene così, e faccio quello che voglio fare. E finché posso farlo su un palco, perché la legge e la Costituzione me lo permettono, allora continuo a farlo. Se devo cambiare quello che faccio per compiacere il dirigente della piattaforma, se ne può andare affanculo. Hai capito? Io non cambio».

In teatro, spiega Montanini, c’è la vera libertà: ed è grazie a quella libertà che un comico può dimostrare, o meno, ciò di cui è veramente capace. «Se accetta di fare uno speciale e si castra da solo, fa una scelta che non paga. E abbiamo visto che è anche una scelta che non funziona. Chi ha fatto uno speciale è tornato indietro e, indovina, è andato di nuovo in teatro». Un discorso completamente differente è quello che riguarda il rapporto tra stand-up e cinema. Rispetto alla televisione, è evidente l’intenzione di provare a sfruttare la visibilità di cui godono alcuni artisti, proprio per il numero di biglietti che sono in grado di vendere, ma non sempre vengono proposti i progetti giusti. «In America i comici vengono sfruttati nel cinema non per fare i buffoni, ma per le loro corde drammatiche», dice Montanini. «Il comico ha un’anima drammatica profondissima, che esprime attraverso la comicità per non essere troppo pesante. Io vivo come una grande gratificazione il fatto di essere chiamato per interpretare ruoli drammatici. Se mi chiamassero, e mi è successo, per un film comico, declinerei. A farsi scrivere le battute dagli altri c’è il rischio di essere mortificati sia come comici che come attori». Oggi, conclude Montanini, la stand-up comedy è la comicità nazionale. «Ci sono più stand-up comedian che parrucchieri. La rivoluzione è stata vinta. Quando bisognava farla eravamo in pochi e stavamo in trincea. Appena l’abbiamo vinta, tutti ne hanno potuto beneficiare. L’unica cosa di cui c’è bisogno, ora come ora, è che i comici migliorino».

Cecilia Attanasio di Tamago

Cecilia Attanasio è la fondatrice di Tamago. Sostanzialmente, lavora come agente dello spettacolo. Con Tamago non si occupa di tour: segue i comici per quanto riguarda la televisione, il cinema e l’editoria. Chi si occupa di live, dice Attanasio, deve occuparsi unicamente di quello. Perché è importante specializzarsi. Negli anni, si è notata un’enorme disparità. «Nonostante i successi in teatro, solo recentemente ci si è accorti dell’enorme spreco di talento che c’è stato sia al cinema che in tv, per ragioni che io tendo ad attribuire più a disattenzione e ad abitudini. La televisione viene vista come un mezzo per arrivare alle persone distratte. In ogni riunione in cui mi sono trovata c’è sempre stato qualcuno che ha ribadito che il pubblico è poco attento, che i comici hanno un linguaggio troppo alto e che la gente che guarda la tv non presta attenzione e perde continuamente il filo del discorso. E per me si tratta di una visione non vera».

Da sempre, dice Attanasio, in televisione c’è stato spazio per un intrattenimento più ricercato, che parlava a un pubblico che voleva ascoltare. Oggi resistono solo poche eccezioni. «Pensiamo al successo della Gialappa’s. Anni fa venivano dati per spacciati. Mediaset non li faceva più lavorare. Poi che cosa è successo? Sono tornati, con Mago Forest e una scelta di cast coraggioso: hanno messo insieme un gruppo molto eterogeneo, con comici del sud, del nord e del centro, e ognuno ha il proprio linguaggio. Altrove si tende a fare un intrattenimento, come ti posso dire… quasi goliardico». È facile riconoscere una tendenza, sottolinea Attanasio. In televisione si fanno soprattutto game show, dove vengono riproposte sempre le stesse persone. «Sono dei volti che i direttori di rete trovano più rassicuranti perché conosciuti. Così facendo, però, si perde di vista una cosa importante, e cioè che i comici – e per comici intendo tutti, non solo gli stand-up comedian; intendo anche chi, come Valerio Lundini, ha uno stile più surreale – stanno raggiungendo un pubblico ampissimo: Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Michela Giraud. Io seguo Monir Ghassem, che secondo me è un talento straordinario: si esibisce da meno anni, ma sta trovando rapidamente il suo spazio per la sua originalità». Il problema, continua Attanasio, è legato principalmente alla comunicazione. «È come se arrivassimo sempre in ritardo. La stand-up comedy è sempre stata vista come una cosa di nicchia. E non ci si rende conto della capillarità e della diffusione che ha; basta guardare, lo ripeto, ai numeri che fanno le vendite, che non hanno quasi bisogno di nessun tipo di promozione. La pubblicità si fa grazie al passaparola e ai social. Il pubblico non comprende solo i giovanissimi, ma anche i trenta-quarantenni, che è un pubblico che oggi viene totalmente ignorato dalla televisione. Ed è paradossale».

Il fatto che le piattaforme non producano più regolarmente speciali di stand-up comedy è un problema piuttosto grave, dice Attanasio. «Vengono fatti solo format presi da altri Paesi, già visti, e non si sperimenta più. Abbiamo comici in Italia che vendono 100, 150 mila biglietti e non mi produci uno speciale che costa pochissimo? Parliamo di un’ora di contenuto, spesso di alta qualità. Che cosa si produce, oggi? Le piattaforme preferiscono i contenuti senza rischio. Per portare risultati agli americani, stanno riproponendo la televisione generalista italiana. Le serie di Zerocalcare sono l’unica eccezione: l’unico prodotto veramente originale delle piattaforme streaming. Per il resto, vediamo cose che abbiamo già visto in televisione». Una speranza, anche se residuale, è rappresentata da HBO Max, che ha deciso di produrre Peccato, la serie mockumentary di e con Emanuela Fanelli. «Incrocio le dita perché continuino a mantenere la stessa qualità che c’è in America», ammette Attanasio. «Oggi ci sono solo eccezioni nella televisione lineare. Tv8, per esempio, sta cercando seriamente di sperimentare con la comicità. Tempo fa, invece, c’è stata Una pezza di Lundini. Il merito fu di Giovanni Benincasa, grandissimo autore, e di Valerio Lundini ed Emanuela Fanelli. All’epoca, Lundini era uno sconosciuto. E Stand by me, la società di produzione, è riuscita a spingere un programma con lui».

Format come LOL, al contrario, non rappresentano un passo indietro o, all’estremo, un problema. Sono programmi pensati per tutta la famiglia, che non vanno sostituiti ma, dice Attanasio, affiancati da altre idee. «Dipende dalla chimica che si crea tra i comici, e ogni edizione può andare in modo differente. Contano sempre due cose: la qualità e il momento in cui si distribuisce un programma». I format comici, in generale, tendono a essere delle gabbie: perché riducono la libertà dei comici. Ciò che serve, ribadisce Attanasio, sono gli speciali di stand-up comedy, che costano poco e che possono offrire un’ora di grande qualità. «La scelta dei comici di pubblicare i loro speciali su YouTube, con dei numeri altissimi, è una scelta un po’ obbligata, vista la disattenzione che c’è dall’altra parte. Uno speciale in italiano non ha lo stesso potenziale di uno speciale in inglese, è vero, e probabilmente anche questo frena le piattaforme streaming dal produrre speciali. Ma la verità è anche un’altra: a sviluppare speciali di stand-up comedy, oggi, si corrono pochi rischi da un punto di vista produttivo». Quello che forse si sta sbagliando con la stand-up comedy, dice Attanasio, è che non si sta facendo gruppo. «Oggi manca il gruppo che si oppone, che si muove e lavora insieme. Gli stand-up comedian continuano a essere visti come giovani promesse, e giovani promesse non sono: hanno carriere decennali e in alcuni casi più di quarant’anni; è un problema di gruppo e, ripeto, di comunicazione».

Per quanto riguarda il cinema, è evidente che si tratta di un altro campionato. Il punto è il mezzo. Ogni comico deve scegliere il suo percorso. «E non tutti sono tagliati per le stesse cose», precisa Attanasio. «Alcuni comici, secondo me, possono avere una profondità sorprendente anche al cinema. Ma parliamo di una piazza difficile». Il mercato italiano, oggi, è florido, con una richiesta consistente da parte del pubblico. E non dare spazio agli speciali di stand-up comedy significa costringere il pubblico a cercarli altrove. «Quando è nato Cachemire Podcast, eravamo in piena pandemia», racconta Attanasio. «Edoardo (Ferrario, ndr) e Luca (Ravenna, ndr) hanno deciso di farlo perché non si potevano esibire dal vivo. Poi, per diversi motivi ed esigenze, Cachemire si è fermato. Hanno deciso di chiudere quando stavano andando molto bene. Non escludiamo nessun tipo di ritorno, ma anche Cachemire è nato dall’esigenza di cui ti parlavo: quella di trovare un proprio spazio. Indubbiamente, negli ultimi anni, ci sono stati dei miglioramenti. Perché tutti, piano piano, si stanno rendendo conto dei numeri. Vediamo, ora, come andranno le cose».

Luca Ravenna

Dopo aver girato l’Italia con il suo spettacolo, Flamingo, Luca Ravenna ha annunciato una nuova data per il 2 aprile del 2027 al Forum di Assago. Parliamo di una platea di quasi 10 mila posti. «Sarà la conclusione di questo tour e sarà anche una versione leggermente diversa dello spettacolo, perché cambierà di mezz’ora», dice. «Mette agitazione, com’è giusto che sia. Ma se la stand-up comedy italiana si sta evolvendo è importante provare a fare cose nuove. Un po’, e non lo nascondo, si sente ancora questa idea che chi fa stand-up comedy deve dimostrare qualcosa. Siamo una figura a metà: ci conoscono sui social, che sono delle vetrine che ci servono; carichiamo i nostri spettacoli su YouTube, visto che le piattaforme streaming e i vari broadcast non sembrano interessati, e poi andiamo in teatro a esibirci». È bello, spiega Ravenna, potersi interrogare sulla forma e sul linguaggio che si usa. Alla fine, però, quello che conta è sempre il contenuto. «Possiamo farci tante domande sul perché il sistema, più o meno, continui a ignorarci – e non è sempre così, visto che ci sono sempre più programmi che danno spazio ai monologhi e ai comici. La cosa importante sono i pezzi, e i pezzi devono essere liberi. Quando c’è un editore è difficile mantenere la stessa libertà del teatro». Anche Ravenna, come Montanini, pensa che l’esperienza dal vivo sia fondamentale e che, a suo modo, sia irripetibile. «Facciamo finta del contrario, ma rimaniamo animali sociali e il pubblico va in questa direzione. Io faccio parte di una generazione di autori, prima ancora che di comici, che gode nel vedere il pubblico riempire le sale e ascoltare con attenzione».

La presenza di De Carlo da Jimmy Fallon, dice Ravenna, rappresenta un momento importante per la stand-up comedy italiana. Ma è anche un momento che non va confuso con quello che lui e altri comici hanno fatto. «Francesco ha scelto di andare a giocare in Champions, di andare in America, e lo ha fatto benissimo, andando in uno show e mettendosi sullo stesso livello di altri comici veramente importanti. Esibirsi in inglese è complesso. Francesco ha fatto una carriera da comico internazionale. Noi, invece, andiamo all’estero e facciamo qualche data, anche in inglese, ma i nostri risultati non sono minimamente paragonabili ai suoi. Il successo di Francesco al Tonight Show va riconosciuto, e questo per un motivo semplicissimo: Francesco se lo merita». La visibilità di De Carlo, come abbiamo detto all’inizio, ha riacceso il dibattito sulla comicità. «Il nostro Paese riesce a trasformare qualsiasi cosa in tifo», dice Ravenna. «Il nostro sport preferito è tifare. E succede per tutte le cose. Vale anche per noi, per la stand-up comedy. La differenza tra la stand-up comedy e la comicità più tradizionale è innanzitutto la maschera che viene esposta dal comico: nella stand-up comedy il punto di partenza è il comico, con il suo mondo; nel cabaret la maschera è centrale e si gioca in modo brutale con gli stereotipi. Sono due cose differenti, non ce n’è una migliore o peggiore. La gente, alla fine, va a divertirsi, non ci pensa più di tanto».

Secondo Ravenna, i grandi sceneggiatori e attori della commedia all’italiana sono stati capaci di intercettare per primi una comicità feroce, viva e, quasi paradossalmente, drammatica. «Il comedian, prima di ogni altra cosa, è un autore. Poi ci sono stati grandi performer: Dario Fo è stato il nostro George Carlin, e non dimentichiamo Roberto Benigni e Paolo Rossi. Io ci metto anche Federico Buffa, che non c’entra niente con la stand-up comedy, ma che più di dieci anni fa ha portato in teatro uno spettacolo che ha sdoganato qualunque artificio, qualunque idea di costruzione della scena: c’era lui, con due musicisti, e c’era la storia che raccontava. E se ci pensi questo tipo di essenzialità ritorna nella stand-up comedy. E vanno assolutamente citati anche i punk del gruppo di Satiriasi». Se un comico decide di lavorare nel cinema non c’è nessun tradimento, aggiunge Ravenna. «Richard Pryor è stato il più grande comedian di sempre, eppure ha fatto diversi film. Si tratta di un passaggio naturale. La stand-up comedy è anche e soprattutto un punto di partenza per chi scrive, non per forza un punto di arrivo. Stare su un palco e provare le battute davanti a un pubblico dovrebbe essere la base per tutti gli autori. L’importante è non snaturarsi, è non andare incontro ai gusti del cosiddetto cinema italiano, che ancora non riesce a intercettare quello che è il potenziale della stand-up comedy».

Esibirsi significa confrontarsi costantemente con la paura, anche quando si va in scena in un piccolo comedy club. Lo spettacolo dal vivo, sottolinea Ravenna, è un momento fondamentale. Perché serve a osservare sé stessi da un’altra prospettiva. «Il mio obiettivo è riuscire a consumare questa paura: la paura è un motore creativo, è interno; rispetto all’invidia, che è un motore esterno, ti porta a metterti in dubbio. Il primo comico che dice che non è invidioso o che non ha paura sta mentendo spudoratamente». Alla fine, la stand-up comedy è il risultato di tantissimi tentativi e prove, di meccanismi e linguaggi differenti. Bisogna insistere, dice Ravenna. «Serve parlare, esercitarsi, ripetere. E quando tutto funziona, quando il pubblico ti ascolta, è una sensazione che ti travolge, sia di pancia che di testa. Se sei fortunato, ci riesci due o tre volte nel giro di cinque anni. Uno spettacolo di stand-up è un enorme punto di domanda, che mette in discussione sia te, il comico, che il pubblico».

Insomma, la stand-up comedy italiana, oggi, sta vivendo il suo periodo migliore. Lo dimostrano i biglietti staccati e anche la visibilità che alcuni comici hanno ottenuto in altri mercati come gli Stati Uniti. In un modo o nell’altro resiste una distanza enorme tra il sistema più tradizionale, come quello televisivo, e questo tipo di comicità. La forma e il contenuto si muovono insieme, di pari passo. In teatro continua a esserci una libertà che, altrove, è quasi impossibile da replicare. Alla stand-up comedy, come settore e mercato, servono due cose: riuscire a fare gruppo, per mantenere un fronte comune, e non snaturarsi. Alla fine, dopotutto, è il pubblico che decide e che premia. La stand-up comedy, come dice Montanini, può essere un campanello d’allarme. E, più in generale, può esserlo tutta l’arte. Perché mette a nudo quelli che sono i veri problemi dell’Italia: problemi culturali, che hanno poco a che fare con questa o quella battuta, ma che ci ricordano la difficoltà sempre più diffusa nel comprendere tanto il contesto quanto ciò che leggiamo e ci viene detto. Non è vero, come si continua a ripetere, che non si può più dire niente: è vero che alle parole non viene più dato il giusto peso e il giusto significato, perché estrapolate e ripetute dove non sono state né pronunciate né tantomeno pensate. La stand-up comedy, insomma, può essere una risorsa anche in questo, e non andrebbe minimamente sottovalutata o data per scontata. Perché non è così che è riuscita a ritagliarsi il suo spazio in Italia.

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