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04:34 giovedì 4 giugno 2026
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

Le surreali sfilate di Milano

La settimana della moda si è conclusa nel bel mezzo dell’emergenza Coronavirus: cosa si è visto in passerella e di cosa si è parlato di più.

24 Febbraio 2020

Quando sabato sera il sindaco Sala ha ufficialmente consigliato ai suoi concittadini di «evitare la socialità», la settimana della moda di Milano si avviava ormai alla sua conclusione. C’era qualche dubbio sulla sfilata di domenica di Giorgio Armani, che si è poi tenuta a porte chiuse perché, con un focolaio di Coronavirus a pochi km dalla città, era meglio evitare adunate di persone in luoghi chiusi. Alcune feste si sono svolte lo stesso (quella di Philipp Plein, per esempio, e quella di GCDS), ma nel generale clima di incredulità e straniamento, le sfilate sono sembrate a molti un argomento quasi irrilevante, lontano, come rileva anche Antonio Mancinelli su MarieClaire quando parla di «senso di colpa nuvoloso» degli addetti ai lavori. Eppure le sfilate possono essere concretissime – così come sono concreti gli effetti che il Coronavirus sta avendo sul turismo del lusso nel mondo – e Milano ha offerto ai suoi ospiti un’altra stagione convincente, con molte collezioni di cui discutere e riflettere.

Modelle sulla passerella di Gucci. Foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

La settimana si è aperta con il carosello felliniano di Gucci, spettacolare e abbacinante come tutto quello che fa Alessandro Michele, che dopo aver dominato Sanremo insieme ad Achille Lauro, ha portato all’estremo l’idea di smantellare la passerella. L’ha praticamente squarciata, senza violenza ma servendosi dell’artificio cinematografico, ci ha fatto passare gli ospiti in mezzo, ha fatto girare una giostra dove i modelli, ognuno rappresentante di una tipologia umana (l’educanda, la cameriera, la dominatrice), erano in posa al fianco di chi solitamente è dietro le quinte: truccatori, parrucchieri, stylist. Un meta-spettacolo che per molti ha lasciato indietro i vestiti, relegandoli in secondo piano, ma ha senso chiedersi oggi dove sono i vestiti? Quelli di Michele sono più o meno uguali a se stessi sin dal 2015: è il territorio in cui si muovono, l’universo a cui rimandano e gli intrecci che il direttore creativo di Gucci costruisce loro intorno a renderli interessanti. Ed è stato uno spettacolo, roboante, quello allestito da Moncler, che ha inaugurato il 2020 con l’aggiunta di Jonathan Anderson (al posto di Pierpaolo Piccioli) al manipolo di creativi che alimentano Genius, miglior formula collaborativa a oggi mai sperimentata nell’industria, e ci ha aggiunto anche Rick Owens, che ha presentato invece una collezione capsule indipendente dal progetto. Ma in Genius ci sono anche Richard Quinn, Craig Green e Simone Rocha tra gli altri: l’effetto finale è quasi da stordimento, in una sorta di frenetica esaltazione reciproca. Go big or go home.

Su altre passerelle, apparentemente più convenzionali, si sono poi viste collezioni che rendono giustizia al tipo di moda che Milano ha storicamente prodotto, quell’abbigliamento da giorno che ci ha resi famosi nel mondo. Collezioni concise, contemporanee, desiderabili: come quella di Lucie e Luke Meier da Jil Sander, che hanno fatto interagire le modelle con delle sedie in una performance quasi teatrale, e come quella di Fendi, dove Silvia Venturini, a un anno dalla scomparsa di Karl Lagerfeld, dimostra una volta di più di esserne capacissima erede. Le sue maniche a sbuffo si mescolano ai bustini, alle cinture strette in vita e agli armamentari vari da dominatrice upper class (anche qui), mentre la pelle è ammorbidita dall’accostamento con i maglioni pastello a simboleggiare una femminilità complessa, decostruita, ancora felicemente caratterizzata. Si è ispirato agli archetipi di Carl Jung anche Paul Andrew da Ferragamo, che ha lavorato sull’idea di una donna regina, una donna cacciatrice, una donna amante, una donna mistica: il risultato è una collezione sofisticata dove a spiccare sono le frange, vere protagoniste della stagione.

C’erano frange, esagerate, anche da Bottega Veneta, dove Daniel Lee ha costruito uno show monocromatico illuminato dai misurati tocchi di colori acidi, dai contrasti tra le giacche corte degli uomini e quelle lunghissime delle donne, e dai molti accessori, come gli stivali e le maxi borse, che promettono di consolidare il nuovo corso del marchio. E c’erano frange da Miuccia Prada, sin dalla prima gonna da educanda tagliata al laser fino ai cappotti da sera preziosi: anche lei ha riflettuto sulle donne, e sulla femminilità, e sulle donne che portano il peso del mondo sulle loro spalle come Atlante (presente al centro della piazza immaginaria che faceva da set alla sfilata). Donne al comando, severe dominatrici di se stesse e degli altri, ritornate con prepotenza nell’immaginazione degli stilisti. In Consenso, Saskia Vogel ne faceva un ritratto intimista e sfuggente, senza soffermarsi troppo sui dettagli più comunemente associati al mondo Bdsm e indagando una scena, quella di Los Angeles, che sembra aver poco di cavernoso e molto a che fare con la vastità dell’oceano e la possibilità di perdersi. Le donne di Prada sono invece molto europee, con le loro giacche anni Quaranta e le loro cinture attrezzate in vita (cosa ci entra in quei mini contenitori? Il rossetto, l’accendino, forse le sigarette sfuse). Chissà come le ritroveremo a settembre, quando debutterà la prima collezione disegnata insieme a Raf Simons.

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