Attualità | Coronavirus

Italiani in quarantena, a Bruxelles

Racconto di alcuni expat nella capitale del Belgio, che inizia a fare i conti con l'emergenza Coronavirus tra ritardi e divisioni.

di Luca Lottero

Rue de la Loi / Wetstraat a Bruxelles, 14 marzo 2020. Foto di LAURIE DIEFFEMBACQ/BELGA MAG/AFP via Getty Images

Juliette, una studentessa di venticinque anni di Torino che da quasi due anni studia a Buxelles, fino allo scorso giovedì 12 marzo è andata regolarmente a fare il suo tirocinio, in un’associazione che si occupa di diritti umani, prendendo metropolitane piene ed entrando potenzialmente in contatto con decine di persone ogni giorno. L’Italia, nel frattempo, a causa dell’emergenza legata alla diffusione del Coronavirus aveva fortemente limitato gli spostamenti interni già da quattro giorni, e da due giorni aveva deciso la chiusura delle attività non essenziali. «Mi fa impressione prendere la metro, o qualunque altro mezzo pubblico, e vedere la quantità di persone in giro – raccontava – sembra che non abbiano imparato nulla dall’Italia o comunque che sottovalutino troppo la situazione. In questo momento mi sentirei più sicura a Torino, o comunque in Italia, perché almeno lì sono state prese delle misure e opportuni provvedimenti».

Preoccupata dalla situazione, Juliette ne aveva parlato con il responsabile del suo tirocinio, che le aveva risposto che per decidere o meno la chiusura avrebbe atteso le direttive del governo federale. Che sono arrivate, in effetti, proprio quella sera: scuole chiuse dal lunedì successivo fino al 3 aprile (ma rimane garantita l’accoglienza dei bambini per i genitori che non sanno dove portarli), chiusura, solo nel weekend, di attività che offrono beni non essenziali, stop completo alle attività culturali e ricreative. Misure che arrivano dopo che per giorni il governo si era limitato a raccomandare di evitare gli assembramenti di più di mille persone negli spazi chiusi. Ancora lo scorso 11 marzo Philippe Close, il borgomastro di Bruxelles (equivalente del nostro sindaco, ma con ampi poteri autonomi nel caso di Bruxelles) diceva di non volere ricreare la paralisi del 2015 (anno degli attentati terroristici) e di non volere «una città morta e un Paese fermo».

Da venerdì 13 marzo i cittadini di Bruxelles, dopo un’apparente indifferenza, sembrano entrati in un limbo in cui da un lato sì, ci sono le restrizioni scelti dal governo, ma dall’altro ancora si prendono le misure a quanto le abitudini di tutti i giorni dovranno, in effetti, cambiare. E allora si iniziano a vedere scaffali vuoti ai supermercati, ma anche, in quegli stessi supermercati, cassieri senza mascherina e file di persone molto vicine tra loro. Alle porte delle farmacie si appendono cartelli per avvisare che le mascherine e i gel disinfettanti sono finiti, ma le persone continuano a passeggiare in gruppo nei parchi cittadini, senza apparentemente prestare troppa attenzione alle distanze sicurezza che in Italia ormai conosciamo a memoria. Un film che in Italia è già stato proiettato, in fondo non troppi giorni fa.

Solo che gli expat italiani, che leggono i media italiani e hanno parenti e amici in Italia, in un certo senso conoscono in anticipo rispetto agli altri lo sviluppo della trama. E a volte passano pure per non credute cassandre. «Un ragazzo italiano che fa la mia stessa università giorni fa aveva scritto un post su Facebook in cui criticava il fatto che il governo belga non abbia preso misure per le università, dove ogni giorno si incontra molta gente – raccontava Lisa, una studentessa di ventitré anni dell’Università Libera di Bruxelles – un ragazzo belga gli ha risposto commentando che è sufficiente fare attenzione all’igiene personale e starnutire nel fazzoletto per ridurre al minimo il contagio». «Quando ho informato la mia padrona di casa che avrei cominciato a lavorare da casa – diceva anche Serena, ventiquattro anni, che da poco ha iniziato uno stage in una rappresentanza regionale italiana – e che comunque siamo un po’ preoccupati dall’assenza di misure prese dal Belgio, lei è sembrata quasi offendersi e ha iniziato a dire che la situazione belga non è paragonabile a quella italiana e per questo non serve prendere misure urgenti». Questo succedeva poche ore prima che il governo disponesse la chiusura delle scuole e limitasse le attività commerciali. «La cosa assurda – rifletteva ancora Lisa – è che in questo momento non c’è niente di nascosto o segreto. I media italiani, a differenza quanto potrebbe essere successo in Cina, raccontano tutto quello che sta succedendo. I Paesi europei dovrebbero svegliarsi e non arrivare nella situazione dell’Italia».

Le prime a muoversi, anche se ognuna con le proprie regole e in modo non coordinato, sono state le istituzioni dell’Unione europea con sede a Bruxelles, organismi la cui attività consiste in gran parte in riunioni con tante persone, che arrivano in aereo da ogni parte d’Europa e del mondo. «Tornando il 2 marzo dall’Italia – racconta per esempio Andrea, assistente di una deputata italiana – sono stato prima invitato, e poi costretto, dal Parlamento a osservare 14 giorni di isolamento, che comunque avevo scelto di osservare anche prima dell’imposizione, quando era solo un consiglio. Per cui sono due settimane che lavoro in smart working, e continueremo così anche la prossima settimana e forse fino al 3 aprile». Tutto ciò non direttamente legato all’Unione europea, però, ha continuato a lungo a funzionare come se niente fosse. Giulia, per esempio, da aprile dovrebbe iniziare a lavorare per un ente che rappresenta le isole e le regioni marittime europee al Parlamento europeo: «Trattandosi di una società francese – raccontava qualche giorno fa – per motivi burocratici l’amministrazione pubblica mi ha chiesto di andare in Francia per aprire un conto e per fare una giornata di formazione introduttiva. Mi sono rifiutata di farlo, per ora mi rispondono che è obbligatorio, ma penso che mi rifiuterò comunque di mettermi in viaggio in un momento del genere».

Come dopo gli attentati di cinque anni fa, sui media si sono rincorse critiche al sistema politico e istituzionale belga, basato su ampie autonomie territoriali e una sovrapposizione di competenze tra i vari livelli amministrativi che si risolve spesso in una grande confusione. Si è molto ironizzato, anche se a questa ironia è subentrata una certa ansia man mano che la situazione precipitava, sul fatto che tra i livelli federale, regionale e locale si contassero ben nove ministri della salute, con poteri pressoché di pari livello. Particolarismi che solo a causa dell’estrema emergenza verranno forse momentaneamente accantonati, dopo che lo scorso 15 marzo i litigiosissimi partiti belgi, che da più di un anno non riuscivano a formare un governo a causa delle loro inconciliabilità ideologiche e territoriali, hanno trovato un accordo per formare un nuovo governo a cui hanno anche concesso “poteri speciali” per la gestione dell’emergenza per sei mesi. Solo pochi giorni prima, l’undici marzo, Le Soir, il più importante quotidiano del Paese, nel commentare le misure prese contro il Coronavirus, parlava di «confusione alla belga». «Trovo assurdo il modo in cui le informazioni, poche e molto generali, vengono comunicate dal governo – raccontava in quei giorni Giulia a confermare il titolo del giornale – e come vengono comunicate dalla stampa. Stamattina (12 marzo, ndr) i giornali belgi si preoccupavano di Lukaku in quarantena in Italia…».

In questo contesto gli italiani a Bruxelles, almeno quelli intervistati per scrivere questo articolo, si sono – chi più chi meno – auto imposti delle limitazioni seguendo il più possibile le indicazioni provenienti dall’Italia, anche prima che il Belgio imponesse le proprie. Evitando spostamenti non necessari e assembramenti con troppe persone e mettendosi il più possibile in isolamento nelle loro stanze e nei loro monolocali in affitto. Dove magari gli stessi coinquilini provenienti da altri Paesi continuavano o continuano a uscire, fare cose, vedere gente.

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