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I film e le serie Tv del 2014

Quello che c'è da ricordare, e che forse vi siete persi, tra i film e le serie del 2014: qualche titolo noto e meno noto segnalato dai collaboratori, dalla redazione e da altri amici di Studio.

Dicembre, il tempo delle classifiche è arrivato e non ci tiriamo indietro, anzi: ci piace scriverle e ci piace leggerle. Quest’anno abbiamo deciso di mettere insieme film e serie Tv (che poi siano viste sempre meno in Tv, nel senso del televisore, è un altro paio di maniche, nonché un discorso che si potrebbe estendere ai film). Tra i film segnalati più frequentemente spiccano Boyhood di Richard Linklater e Locke di Steven Knight, anche se qui sotto troverete anche chicche meno conosciute. Tra le serie, hanno riscosso un discreto successo Olive Kitteridge (Hbo) e Gomorra (Sky), nonché altri titoli conosciutissimi (per esempio: GirlsHouse of Cards) e un po’ meno conosciuti, come BroadchurchIn The Flesh. Buona lettura.

 

Claudia Durastanti

FILM

Locke
Il titolo alternativo del thriller morale di Steven Knight interamente ambientato nell’abitacolo di una macchina è Memorie dall’autostrada, dato che il suo protagonista non ha nulla da invidiare agli eroi/inetti a cui ci hanno abituato le letture esistenzialiste. È difficile reggere una metafora col calcestruzzo per un’ora – come se fossimo tutti palazzi in costruzione destinati a crollare – ed è difficile dire che il cemento è sensibile quanto il sangue, ma a Knight riesce. Vedere questo film doppiato è un crimine penalmente perseguibile.

Only Lovers Left Alive
Dopo una serie di passi falsi, Jim Jarmusch torna allo spirito arthouse con un piccolo film iconico che restituisce ai vampiri quel che è dei vampiri: un senso di superiorità morale e di trascendenza storica che non ha nulla a che fare con la pelle che scintilla e la sessualità young adult. I suoi vampiri hanno letto Retromania di Simon Reynolds, mica Romeo e Giulietta. La cosa più bella del film resta l’opposizione tra Detroit e Tangeri, tra città morte e città vive, e la nostra cultura che per sopravvivere volge a Oriente.

Stories We Tell
Con enorme ritardo rispetto alla distribuzione internazionale, il documentario (in realtà non so proprio come definirlo) di Sarah Polley è uscito anche in Italia per qualche giorno. È la storia di una figlia che tenta di ricostruire la vita della madre attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta, e a lavori in corso si ritrova a che fare con una serie di rivelazioni impreviste. Chiunque si occupi autofiction e non fiction o quel che va di moda oggi dovrebbe guardarlo come minimo dieci volte, perché di film così belli sull’ambiguità della memoria- e di quanto questa sia funzionale al mantenimento di una famiglia- ne ho visti davvero pochi.

Leviathan
È il film che avrebbe meritato la Palma D’Oro rispetto a Winter Sleep. Corruzione, commedia umana, piccola borghesia, vodka e povertà, il film di Andrey Zvyagintsev sembra dirci tutto quello che vogliamo sapere sulla Russia contemporanea, e almeno in apparenza non fa che rinforzare degli stereotipi. In realtà è abbastanza intelligente da andare al di là di Putin: più che un ritratto macabro sull’abuso di potere delle gerarchie, è un ritratto macabro sull’anima russa in generale, ed è da lì che proviene la sua inquietante- e bellissima- sensazione di irrimediabilità.

Boyhood
Troppo lento per chi ama l’indie popcorn, troppo parlato per chi ama la Nouvelle Vague. Linklater semplicemente se ne frega e gira un’opera in dodici anni sulle minuzie dell’esistenza e la banalità del crescere. Forse è troppo ottimista quando parla di attaccamento e di amore materno, ma parliamo pur sempre il regista che ha girato Before Sunrise etc. Quello che mi ha insegnato che è fin troppo facile fare i filmoni col nichilismo.

SERIE

True Detective
Ho guardato lo show HBO consapevole di assistere all’inizio della fine. True Detective segna il trionfo (e il declino) della serialità televisiva senza inventare nulla di nuovo. Anzi: salda il cerchio tra tv e cinema proprio perché esaspera i cliché, neanche fosse Casablanca. Tra le altre cose, il film sontuoso di Nic Pizzolatto e Cary Fukunaga diviso in otto parti va ringraziato per aver ricordato che il southern gothic ha avuto ragione di esistere anche dopo William Faulkner.

Olive Kitterdige
Leggendo il romanzo di Elizabeth Strout su un’arcigna insegnante non avrei mai pensato a Frances McDormand nei panni della protagonista. Dopo aver visto la mini-serie mi chiedo come abbia potuto, tanto l’attrice è dentro la parte. È questo il casting perfetto del 2014, altro che McCounaghey nei panni di Rust Cohle. Olive Kitteridge fa venire un solo rimpianto: chissà come sarebbe stato un adattamento de Le Correzioni di Franzen fatto con la stessa accortezza.

House of Cards
Scadente per le novità, il 2014 è stato un anno di conferme e di ritorni. Nella seconda stagione di House of Cards il desiderio di stupire con twist machiavellici sempre più contorti rischia di minare tutta la struttura, ma Robin Wright e Kevin Spacey- sempre più simile a una versione sartoriale di Keyser Söze- riescono a tenere in piedi la baracca. E mi fanno sperare che la serie non abbia molte stagioni davanti a sé, per il suo stesso bene.

 

 

Federico Bernocchi

Mommy, Xavier Dolan, 2014
Personalmente, il film rivelazione dell’anno. Nel Canada dell’immediato futuro esiste una legge per cui i genitori possono abbandonare i loro figli problematici in apposite strutture, evitando burocrazia e processi. Questa notizia ruota come un avvoltoio sulle teste di Die e Steve, rispettivamente madre e figlio, accompagnate per l’occasione dalla vicina di casa Kyla, una donna con alle spalle un misterioso trauma. Cinema potente e viscerale che non ha paura di nulla. Soprattutto dei sentimenti (e dei formati cinematografici). Il regista e sceneggiatore Xavier Dolan, per questo sul ultimo lavoro Premio della Giuria al Festival di Cannes, ha 25 anni.

The LEGO Movie, Phil Lord & Christopher Miller, 2014
Semplicemente il miglior film d’animazione dell’anno. Realizzato con un digitale strepitoso, che “imita” il passo uno e la matericità dei famosi blocchetti, è il film con il ritmo più forsennato che abbia mai visto. Il trionfo della fantasia a braccetto con un senso della nostalgia per nulla banale. Si ride di gusto a 6 anni come a 40. Colonna sonora eccezionale di Mark Motersbaugh.

The Wolf of Wall Street, Martin Scorsese, 2014
Il miglior film da un bel po’ di anni a questa parte di Scorsese è una versione più drogata e pazza di Quei Bravi Ragazzi, a cui hanno tolto però il senso di colpa cattolico, tipico di una fase del suo cinema. Qualcuno ha detto che c’è del mestiere. Forse non ha neanche torto, ma è pur sempre il “mestiere” di uno dei registi migliori della Storia del Cinema. Leonardo Di Caprio e Jonah Hill sono una coppia di attori straordinari. Piccolo cameo culto totale di Matthew McCounaghey.

L’Ètrange Couleur des Larmes de Ton Corps, Hélène Cattet & Bruno Forzani, 2013
Coppia nella vita e nel cinema, Cattet e Forzani sono due ragazzi pazzi per il Giallo italiano. Ce l’avevano fatto capire con il precedente Amer, ma qui alzano decisamente il tiro. Inutile raccontare la storia di questo tripudio visivo dalla potenza di fuoco inaudita. Non si capisce nulla se non che cola sangue, si sente il freddo di una lama di rasoio appoggiata sulla pelle nuda, il rumore di un impermeabile di cuoio nero e i passi di una presenza al piano di sopra. La sequenza iniziale è da guardare e riguardare all’infinito.

The Raid 2: Berandal, Gareth Evans, 2014
Il seguito del più bel film d’azione degli ultimi dieci anni è il secondo film action più bello degli ultimi dieci anni. Gareth Evans è un ragazzone gallese trasferitosi ormai in pianta stabile in Indonesia, patria della più spettacolare arte marziale del mondo, il pencak silat. Qui ha conosciuto atleti e attori come Iko Uwais e Yayan Ruhian. Insieme hanno rivoluzionato il mondo del cinema d’azione. Rispetto alla semplicità e all’immediatezza del primo film, qui c’è addirittura una trama e tani personaggi ma sono gestiti alla grande e la messa in scena è ancora una volta il punto di forza della pellicola. Come se Nicolas Winding Refn facesse dei film action.

BONUS: Interstellar, Enemy, The Look of Silence, Her, I Guardiani della Galassia

SERIE

True Detective
Ne abbiamo parlato talmente tanto che ormai sembra che la serie Tv scritta da Nic Pizzolatto sia uscita nel 1998. O forse è perché è talmente bella da essere diventata istantaneamente un classico. Non c’è nulla di sbagliato in questo piccolo miracolo televisivo: la storia, l’ambientazione, gli attori, la musica, la regia di Cary Joji Fukunaga. Tutto perfetto. Qualcuno s’è lamentato del finale, ma non vi fate ingannare: si tratta di pubblico senza cuore. Rimarrà nella storia il piano sequenza alla fine della quarta puntata: tra bikers drogati travestiti da poliziotti, poliziotti infiltrati con la faccia di Matthew McCounaghey, original gangsterz del sud della Louisiana, Wu Tang Clan e Grinderman.

Gomorra
Dopo l’exploit di Romanzo Criminale e il poco compreso A.C.A.B., Gomorra, la definitiva maturazione artistica di Stefano Sollima, è quello che sognavamo da anni: una serie televisiva poliziesca italiana che non ci faccia sentire, per quanto riguarda l’entertainment, come un paese del terzo mondo. Una grande storia che se ne infischia del perbenismo a cui siamo ormai assuefatti, dove non esiste un personaggio positivo o con cui sia possibile immedesimarsi. Attori con dei volti pazzeschi, che non siamo abituati a vedere in commediole che non fanno ridere e che soprattutto riescono a farsi capire parlando dialetto napoletano anche dal pubblico di Varese. Sequenze tecnicamente ineccepibili e dialoghi iconici, finiti immediatamente nell’immaginario comune. Ma la cosa più sconvolgente è come si sia riusciti ad assorbire la lezione statunitense sulla serialità: le puntate hanno un ottimo sviluppo narrativo e la supervisione artistica di Sollima rende la regia di Francesca Comencini e Claudio Cupellini a servizio della coerenza estetica della serie.

The Lady
La web serie di Lory Del Santo, quella di cui tutti i vostri colleghi d’ufficio vi hanno parlato, quella che hanno tentato di farvi vedere dicendovi: “Non hai capito! Troppo ridere!” è stata una delle rivelazioni dell’anno. Difficile riuscire a fare peggio di così. Difficile riuscire a sbagliare tutto quello che si può sbagliare, sempre e comunque, in dieci episodi di 12 minuti l’uno. Dialoghi senza alcun senso logico, totale assenza di una qualsiasi grammatica di base cinematografica, mancanza totale di una storyline comprensibile e attori che non sanno quello che stanno facendo. Eppure si rimane incollati allo schermo del proprio computer, stregati da un Progetto Mondo tra i più folli mai realizzati.

Fargo
L’operazione è già vincente di base. Si trae ispirazione dal mondo creato nel lontano 1995 dai fratelli Coen con il film omonimo, per realizzare una serie televisiva – a stagioni autoconclusive, come True Detective – che funzioni come un piccolo satellite. C’è sempre la neve, c’è sempre una piccola borghesia americana apparentemente calma, resa placida dalle ciambelle e dai maglioni a stampe norvegesi, ma c’è anche una violenza folle e inaudita, pronta ad esplodere da un momento all’altro. Grandissimo cast con Martin Freeman, un ritrovato Billy Bob Thornton e la bravissima Allison Tolman.

Rick & Morty
Dan Harmon è l’uomo che ha creato la serie televisiva Community, una delle più grandi follie pop comiche mai viste su piccolo schermo. Una serie funestata da una serie di questioni produttive, problemi privati tra il cast e uno scarso gradimento da parte del pubblico di massa. Tutto questo ha fatto in modo che le prime tre stagioni fossero dei gioiellini ad uso e consumo di una serie di adepti. Poi c’è stato l’allontanamento di Harmon dalla sua serie e un ultimo disperato tentativo di salvare richiamandola in estremo. Qualcosa però nel frattempo s’è rotto e Community oggi risulta essere la versione normalizzata delle follia che un tempo era. Ma Dan Harmon non se n’è stato con le mani in mano: insieme all’amico Justin Roiland ha creato Rick and Morty, una serie animata di fantascienza comica scorretta e folle come poche.

 

Stefania Carini

SERIE

Girls & The Good Wife
Perché raccontano le femmine, e non solo, come non mai. Perché la prima ha sfoderato una terza stagione perfetta, dimostrando che Lena Dunham è davvero un’autrice e non solo una star mediale. Perché la seconda ha saputo mettere in scena superbamente la morte di un suo protagonista. E poi va in onda sulla Tv per tutti, e provateci voi ad andare avanti per anni e anni, puntate su puntate, riuscendo comunque a fare Tv di qualità senza nascondervi dietro l’alibi da Tv via cavo e d’Autore (maiuscolo, eh).

The Walking Dead & Les Revenants
Perché ci mettono a confronto con i non-morti, e perciò con tutto quello che dobbiamo fare per non diventare anche noi non umani. Solo che siccome sono horror vanno considerati meno dei drammoni realistici. TWD, americano, si interroga anche sulla fine della civiltà. C’è chi l’accusa di non raccontare nulla, non riconoscendogli invece una sceneggiatura dilatata capace di raccontare ogni slittamento dell’animo dei personaggi. Certi cineasti chic se la sognano una scrittura così. Les Revenants, francese, è invece una riflessione più intimista, e ci ha fatto scoprire che anche a Parigi si sa scrivere seriale.

The Affair & True Detective
Confessione di coppia e indagine sul passato. Con diverse differenze però. In True Detective i due poliziotti raccontano parziali bugie per coprire una loro indagine, scoprendo che il serial killer cui avevano dato la caccia è ancora libero. Dialoghi mistici, un piano sequenza spettacolare, McConaughey mai così bravo&bello. Un poliziesco maschio capace però di raccontare gli abusi sull’altro da sé, cioè su donne e bambini. In The Affair, altra serie dall’immaginario etero, la confessione con flashback è invece quella di due amanti. Entrambi dicono bugie non sapendo di mentire, perché raccontano la propria versione della storia. Perciò parziale, distorta, emotiva. Eppure sempre vera: l’amore è soggettività.

Broadchurch & Sherlock
Il primo è un giallo strepitoso con David Tennant alla prese con i segreti della provincia. Il secondo è una rivisitazione modernista del celebre personaggio, e ha lanciato Cumberbatch e Freeman. In questa sezione, ci starebbero pure Dr Who, Downton Abbey, The Fall, Utopia… Ma non possiamo citare tutte le serie inglese del momento che ci fanno emozionare ben di più di molti titoli americani. Sarà che sono più fresche e meno prevedibili. Sarà che anche in Usa c’è un po’ di crisi. Sarà anche che questi inglesi scrivono così bene per la generalista, addirittura per il Servizio Pubblico. E allora eccoci qui a sognare anche per noi racconti popolari per tutti ma belli, ben fatti, moderni. Sì, sogniamo…

Gomorra & Trono di spade
Tutti pazzi per Frank Underwood. E si dimenticano così due altri spietati ritratti sulla lotta per il potere. Gomorra ci ha dimostrato che anche noi se vogliamo possiamo fare fiction internazionale. Nessuna simpatia per i camorristi, bensì un ritratto senza redenzione di tutte le loro disumane bassezze. Trono di spade ci ha dimostrato ancora una volta che i matrimoni sono teatro di turpi atti. Non viene preso troppo sul serio perché ci sono i nani e i draghi, eppure è una delle più riuscite trasposizioni di un mondo narrativo da una medium all’altro.

 

Andrea Minuz

FILM

Locke (Steven Knight)
Il confine tra “una sfida alla Hitchcock” e “aridatece i soldi” era sottile. Un attore, un set, un automobile, il mondo del calcestruzzo spiegato al telefono. Chi ha un’idea meno cinematografica alzi la mano. Ma anche nella cagnesca versione del doppiaggio italiano, Tom Hardy guida una macchina narrativa implacabile.

Boyhood (Richard Linklater)
La vita è troppo breve per vedere «film che propongono una riflessione sul tempo». Linklater si fa voler bene non facendoci scontare i suoi dodici anni di riprese, e dalla temibile galassia degli «esperimenti narrativi» tira fuori un film che per una volta è stato più difficile fare che vedere.

Interstellar (Christopher Nolan)
Perché rivogliamo il mito della frontiera. Perché le pannocchie lasciamole a Latouche. Perché il product placement degli orologi «Hamilton» c’ha commosso più dei misteri del cosmo. La fisica non c’entra. Sembra John Ford con le tutine o l’«Esodo» con lo wormhole. McConaughey, il Mosè di Charlton Heston, un po’ meno lumbersexual e più texano.

 

Veronica Raimo

FILM

Güeros
Vincitore come miglior opera prima alla Berlinale, Güeros di Alfonso Ruizpalacios è entrato nella mia personale classifica affettiva di tutti i tempi. Chi esulta perché il cinema è morto e solo le serie sopravvivranno, ecco, per me Güeros è proprio la smentita di questa cosa. Se cercate l’evoluzione dei personaggi, in Güeros non si evolve nessuno. Alla Berlinale l’ho visto dopo Boyhood, che pure mi era piaciuto, e di colpo mi è apparsa un po’ artificiosa e fighetta l’intera operazione di Linklater. Non che i due film abbiano veramente a che fare l’uno con l’altro, ma in entrambi c’è un tentativo di dar conto della giovinezza. Eppure Boyhood sembra quasi un film a tesi, un film che mira a un esito (nonostante lo dissimuli), Güeros è l’opposto, è uno spudorato atto d’amore verso la poetica inconcludenza della vita. Non arriva da nessuna parte, si ferma appena prima e si accende una sigaretta.

Maps to the Stars
Esistono un mucchio di film su Hollywood e il cinismo dello stardom, Maps to the star non è questo. Anzi Maps to the Stars, per come l’ho vista io, è il superamento del cinismo sociologico del grande affresco su Hollywood. Chissenefrega del cinismo e chissenefrega dell’affresco. Cronemberg almeno se ne frega. E fa un film a settanta anni con la potenza anarcoide di un ventenne. Un film visionario sulle sue ossessioni. Poi se volete potete pure vederci l’affresco e la satira e quello che vi pare. Ma secondo me vi perdete il film.

A proposito di Davis
Uno dei migliori film dei fratelli Coen.

SERIE

Louie, stagione 4
Per me la migliore stagione di Louie. Louis C.K. se la rischia abbandonando l’impianto iper-collaudato da sit-com per azzardare una serie di episodi che – sono serissima – mi hanno fatto pensare al decalogo di Kieslowski. Se volete sapere di cosa parliamo quando parliamo d’amore, vedetevela. Non sono mai riuscita a esaltarmi per le sparate icastiche di Rust Cohle di True Detective (per i suoi baffi sì) perché non mi rivelano niente né sull’uomo né sul mondo, ma ho capito un sacco di cose sul mal di schiena e sul senso della vita grazie alle parole del medico (in)curante di Louis C.K. Ah, in tutto questo, si ride molto. E bene.

The Knick
La prima puntata vale la serie. Infatti potete anche non guardarvi la serie e continuare a guardarvi la prima puntata. (Col senno di poi direi la stessa cosa per True Detective. Anzi in quel caso arrivate fino alla 4, ma NON andate avanti). Non ho mai capito cosa intenda la gente quando dice: “Be’ però X sa girare”, come se il resto non importasse. Un po’ l’ho capito con The Knick. Soderbergh sa girare, questo è sicuro. Ed è come se il resto per ora potesse attendere. Negli ultimi episodi la serie prende un po’ derive melodrammatiche alla Downton Abbey. Belle invece tutte le parti sulla chirurgia e l’idea di un cocainomane devoto alla scienza. Bravo Clive Owen, non diventato ancora parodia di se stesso.

Homeland, stagione 4
Quando riesco a smentire me stessa sono sempre contenta. Quindi dopo aver giurato che non avrei mai più visto una puntata di Homeland considerata la fine atroce e ridicola dell’ultima stagione, mi ha fatto piacere ritrovarmi a guardare tutta la nuova stagione Brody-free con un sentimento tra il risentito e il compiaciuto da “ah, però”. Ancora più risentita e compiaciuta nell’aver completamente abboccato al tranello degli sceneggiatori, che ti fanno prima pensare di assistere a una complessissima autocritica degli Stati Uniti per poi trasformarti in un supporter delle più bieche operazioni della CIA. Insomma ho più meno tastato su di me l’efficacia delle tecniche di reclutamento dell’agente Mathison.

 

Anna Momigliano

FILM

Boyhood
Più che “Boyhood”, forse, avrebbero dovuto chiamarlo “Motherhood”, come giustamente faceva notare un recensore di Time. Nel film di Linklater girato nell’arco di dodici anni, il protagonista sarà anche un ragazzino, seguito dalle elementari all’arrivo del college, però tutto ruota intorno alla madre e al romanzo di lei, fatto di errori, decisioni forzate e non per questo meno deleteree, di un esserci sempre e di un’assunzione di responsabilità che è in parte eroica e in parte subita, una non-scelta (in nettissima contrapposizione con la figura del padre Ethan Hawke, il cui arco si sviluppa proprio intorno alle scelte), ma anche di una faticosa e lenta emancipazione socio-economica molto realistica e riuscita solo in parte. Patricia Arquette è una star. Il corpo di lei e i fantasmagorici cambiamenti che lo attraversano, complici le gravidanze dell’attrice, dominano completamente la scena.

Boxtrolls
Finalmente un film per bambini attaccato dalla destra cristiana (ricordate Brave? dà il messaggio che una donna è più felice da zitella; e Frozen? è satanico) che ha ottime ragioni di essere attaccato dalla destra cristiana. Boxtrolls, creazione nostalgico-noir in stop-motion che farebbe molto Neil Gaiman, oppure Tim Burtun, ma non è né dell’uno né dell’altro, è stato accusato di promuovere un’“agenda gay”: i simpatici mostriciattoli che vivono nel sottosuolo e si vestono di scatole di cartone, ingiustamente perseguitati in quanto “diversi”, sarebbero una metafora dell’omosessualità, questa la critica. Che i parrucconi accusino l’industria dell’intrattenimento per l’infanzia di essere “liberale” e “politicizzata” non è certo una novità, ma nella stragrande maggioranza dei casi questi messaggi “di sinistra” sono immaginari. Boxtrolls invece rappresenta un raro caso di film per bambini realmente politicizzato. A fugare ogni dubbi la sigla di coda, che è piuttosto esplicita: “Some kids have a mother and a father […] some kids have a mother and a mother, some kids have a father and a father”. Se siete genitori di sinistra, portate i vostri figli a vedere Boxtrolls.

SERIE

In the Flesh
In un 2014 dominato dalle discussioni con amici “consapevoli della conteporaneità”, san Protasio ora pro nobis, sulle serie Netflix e Hbo, seguito a dei 2013, 2012, e 2011 sullo stesso andazzo (per il 2010 non saprei, non ho avuto una vita sociale), ha fatto piacere guardare qualcosa che, be’, con quella roba lì non c’entra niente. In the Flesh è una mini-serie della Bbc che parla di zombie, dal punto di vista degli zombie. In una campagna inglese post-apocalittica (ma non troppo), sopravvissuta a una guerra contro i morti viventi (loro hanno perso) c’è ancora qualche morto vivente in giro – curato, rieducato, ribattezzato (“non si dice “zombie”, si dice “persone affette da sindrome di morte parziale”, spiega un burocrate politicamente corretto) e reintegrato in una società che non ha molta voglia di accoglierlo a braccia aperte. Gli zombie curati, pardon, le “persone affette da sindrome di morte parziale” vorrebbero tanto integrarsi, ma li accolgono coi forconi. C’è una specie di Ronda Padana che canta “chi non salta zombie è”.

The Honourable Woman
Altra meritevolissima mini-serie Bbc, Honourable Woman appartiene alla categoria dei prodotti televisivi inglesi pensati anche, se non soprattutto, per essere guardati all’estero (leggi: in America, vedi alla voce: Downton Abbey). Thriller politico di ambientazione anglo-mediorientale, ma declinato, senza eccessi, in chiave molto femminile, si distingue per una cura ai limiti del maniacale dei dettagli e per una caratterizzazione non comune di alcuni personaggi. Nonostante il successo di pubblico e critica, non seguirà una seconda stagione.

Tyrant
Probabilmente non si meriterebbe di essere incluso nella lista di “serie migliori”, perché, per quanto gradevole, di “migliore” la nuova creatura di Gideon Raff (Homeland) ha davvero poco. Altro thriller di ambientazione mediorientale (è liberamente ispirata alla vita del dittatore siriano Bashar al-Assad) è assai kitsch, e secondo alcuni pure un po’ razzista. Però è un kitsch che conquista: c’è una gran bella esplosione di sadismo dionisiaco, i cattivi sono crudeli oltre ogni limite, i buoni vorrebbero essere buoni ma sono forse peggiori dei cattivi. Nota positiva: si risolleva molto sull’ultima puntata, con un finale completamente inaspettato e fuori dagli schemi. Quindi se decidete di guardarlo, guardatelo fino alla fine.

Girls
È dalla prima stagione che continuo a chiedermi se Girls sia una minchiatina confezionata bene o la cosa migliore capitata alla televisione dopo i Soprano. Alla fine della terza serie ancora non riesco a darmi una risposta. Da segnalare in quest’ultima stagione la colonna sonora originale. Menzione speciale per “Completely not me” di Jenny Lewis.

 

Mattia Carzaniga

FILM

L’amore bugiardo – Gone Girl di David Fincher
Il romanzo piacione di Gillian Flynn diventa nelle mani di David Fincher la ricognizione dello stato dell’attuale classe media, presa da ansie di autorappresentazione da selfie. Ma anche la storia di un matrimonio che è il grande gioco delle parti, con colpi di scena da soap del pomeriggio e lampi sanguinari à la Cronenberg. Il marito depresso ha davvero ucciso la moglie perfetta? Il pubblico finisce quasi per augurarselo.

Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Il lavoro di oggi è guerra tra poveri. Lo dicono (male) i giornali, lo ripetono (benissimo) i Dardenne. Finisci anche per credere a Marion Cotillard ginnico-chic nel ruolo della pòra crista che deve convincere i colleghi a rinunciare al loro bonus di mille euro per mantenere il suo posto di lavoro. «Un western operaio», l’han definito i due fratelli duri e puri. Alla fine dei duelli da Articolo 18 si piange pure.

Il regno d’inverno – Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan
Che l’attore turco in pensione abbia aperto in Cappadocia l’Hotel Othello è già stupendo. Poi si scopre che il prima silenziosissimo Ceylan si è messo a fare film in cui parlano come in una commedia di Čechov. I soldi bruciati nel camino sembrano invece usciti da I demôni di Dostoevskij. Ma c’è poca erudizione, tanta frustrazione e umanità. Palma d’oro a Cannes molto meritata, anche se parecchi critici l’hanno disertato perché troppo lungo (196 minuti): avevano le ostriche in nota spese.

Big Eyes di Tim Burton
Apparentemente un biopic minore, è in realtà un saggio sulle relazioni tra freak, dunque fra noi tutti. La pittrice kitsch anni ’60 Margaret Keane (Amy Adams, che genio d’attrice) finge per dieci anni che le sue tele siano opera del marito Walter (Christoph Waltz). Burton non è diventato Cristina Comencini, ma racconta le donne che si fanno da parte perché solo gli uomini hanno diritto di stare in società. Orrori domestici, come gli orfanelli con gli occhi grandi (appunto) appesi alle pareti. Esce il 1° gennaio.

Hungry Hearts di Saverio Costanzo
Tra John Cassavetes e Dario Argento, Rohrwacher’s baby è in pericolo: perché mamma Alba vegana ortodossa gli nega anche l’aria che respira. Papà Adam Driver, sopravvissuto alle manie di Lena Dunham in Girls, deve trovare il modo di salvare il neonato e far fuori la pazza. Costanzo gira le ossessioni ecocompatibili degli anni ’10 in chiave horror. A Venezia ho litigato con molta gente per difenderlo: sono pronto a rifarlo a metà gennaio, quando uscirà nelle sale.

Pride di Matthew Warchus
Quando la sciura gallese chiede alla lesbica «Ma è vero quel che si dice sul vostro conto? Che siete tutte vegetariane?» capisci cosa vuol dire saper scrivere i film. Qui è pazzesca pure la storia (vera): manifestanti gay sfruttano lo sciopero dei minatori per unire le sfighe e far sentire la propria voce alla Thatcher. Si ride, si caragna, c’è anche la morale: le società sono sempre più avanti di chi le governa. In Inghilterra trent’anni fa, da noi chissà quando.

SERIE

The Honourable Woman di Hugo Blick
I cattivi sono i palestinesi. Anzi no, gli israeliani. Nemmeno: la stronza è la ricca londinese ebrea col senso di colpa (Maggie Gyllenhaal) che ha ereditato dal padre un impero guerrafondaio e ora vuole lavarsi la coscienza facendo la Madonna dei poveri arabi. Nella favolosa serie Bbc, mandata in onda per la gioia del dibbàttito durante la calda estate di Gerusalemme, fanno tutti piuttosto schifo. Che bellezza.

The Affair di Sarah Treem e Hagai Levi
Noah vorrebbe essere uno scrittore di successo, ma intanto si fa mantenere dalla famiglia della moglie, figlia di un noto bestsellerista. Alison è una cameriera triste: il figlio le è morto annegato. S’incontrano d’estate nella villeggiatura per ricchi di Montauk e parte l’adulterio di nicchia (produce Showtime), con le puntate divise in due secondo i diversi punti di vista maschio/femmina. Nella versione di lui ci sono grandi scopate, in quella di lei tante lacrime.

Silicon Valley di Mike Judge
The Social Network di David Fincher faceva già molto ridere, anche se in pochi (specie da noi) l’avevano capito. Questa è la versione scopertamente cazzona della parabola dei nerd alla ricerca dell’algoritmo che gli svolti il conto in banca. Sono tutti eccezionali, dagli sceneggiatori agli attori. Si pensa ai Camera Café di casa nostra e viene da piangere.

Olive Kitteridge di Lisa Cholodenko
Siamo dalle parti di «È nato prima l’uovo o la gallina?». Perché se il romanzo di partenza è perfetto (lo scrisse Elizabeth Strout, ci vinse un Pulitzer), la miniserie Hbo quasi lo batte. Quotidianità di provincia East Coast con una cinica animatrice di piccinerie molto local (la Olive del titolo, un’immensa Frances McDormand). Più Richard Jenkins e Bill Murray, da spellarsi le mani. Quattro puntate da noi a gennaio, da leggere d’un fiato.

 

Arianna Giorgia Bonazzi

SERIE

Top of the Lake
La miniserie gialla con fotografia da Emmy Top of the lake (2013, ma trasmessa da Sky Atlantic nel 2014) offre il mood di un Revenants neozelandese con una spolverata di Ragazza del Lago nei panni di una Juno abusata e depressa. Da non perdere se volete vedere Peggy di Mad Men (classe 1982) magra e nei panni aderenti di una detective esperta in stupri di minori. Perfetta per chi subisce il fascino delle piccole comunità di deviati, e soprattutto per chi cede al genere giallo solo se firmato da un Oscar donna e lanciato al Sundance Film Festival.

The Affair
The Affair, all’opposto di Top of the Lake, è la storia di una relazione extra-coniugale che ha bisogno del giallo per sentirsi legittimata a raccontare la più classica attrazione fatale. Allo stesso modo in cui i protagonisti decorano gli amplessi di qualche aneddoto d’infanzia sul nonno, o di qualche trauma che giustificherebbe la loro natura fedifraga, gli autori sentono il bisogno di un omicidio per convincerci che non ruota tutto attorno alle labbra di Ruth Wilson (anche lei classe ’82). Il filo rosa e quello giallo trovano reciproca legittimazione narrativa nello stratagemma dell’interrogatorio poliziesco: la versione di lui (nella prima metà di ogni puntata) e quella di lei (seconda metà) rivelano, accostate, un insieme inestricabile di menzogne sia amorose che criminali.

You’re the worst
You’re the worst è tutt’altro genere di storia d’amore. Prima di tutto, è una comedy; in secondo luogo, qui gli innamorati sono un uomo e una donna (Aya Cash… 1982!) single e dichiaratamente spregevoli, che, dopo una notte di sesso occasionale occorsa in un contesto quanto mai inopportuno, iniziano una relazione contrastata – non dall’esterno – ma dalla loro stessa refrattarietà ai sentimenti. La loro eccitante assenza di scrupoli e morale, però, è incrinata da una lenta progressione dell’indesiderato coinvolgimento emotivo, che, pian piano, ce li rivela come quegli animi sensibili che non volevamo che fossero (altrimenti avremmo riguardato HIMYM).

Olive Kitteridge
Perfino Olive Kitteridge, tratto dall’omonimo romanzo di successo planetario, ha bisogno di un finto giallo (si apre annunciando il suicidio della protagonista), per tornare indietro nel tempo e raccontare la vita di una scorbutica professoressa di matematica del Maine, arrivata a sessant’anni (come tutti) attraverso un rosario di piccinerie, tradimenti, umiliazioni, sgradevolezze, dispetti, meschinità e delusioni. In comune con Top of the lake, il resoconto – fatto di andirivieni nel tempo della storia – di una piccola comunità influenzata dall’acqua (qui di mare, lì di lago). Una pistola separa la serie da libro: per il resto, alta qualità.

 

Arnaldo Greco

SERIE

Mad Men
Anche se la settima serie è più deprimente e statica che mai, Mad Men è come I demoni. Vale a dire una di quelle visioni obbligatorie perché con la sua sola esistenza giustifica il resto. Ti redime dai sensi di colpa del guardare ScandalWalking dead e dà quello spessore che rende ancora cool la faccenda delle serie tv.

Episodes
Forse il plot di Episodes regge meno che nelle precedenti stagioni, ma nella terza serie entra in scena una sorta di Carlo Freccero, il direttore di rete Castor Sotto, che vale da solo… è inedita in Italia, quindi non mi resta altro che dire: vale da solo i minuti del download. Il visionario trascina tutto il network con idee abbacinanti finché durante un discorso epocale sulla necessità di abolire il concetto di palinsesto e contrarre tutti gli show in un unico spettacolo continuo, un discorso così immaginifico che quasi quasi convince anche lo spettatore della sua sensatezza, viene portato via dagli infermieri.

Jane the Virgin
Un giorno ho letto che The CW avrebbe mandato in onda una serie, Jane the Virgin, ispirata a una telenovela venezuelana e mi è sembrata giù una buona ragione per vederla. Jane the Virgin racconta la storia di una ragazza particolarmente religiosa che ha deciso di mantenersi pura e illibata fino al matrimonio. Purtroppo per i suoi cristianissimi propositi giunge un ginecologo distratto e le pratica per errore l’inseminazione artificiale. Così Jane resta incinta e, per giunta, di un uomo malato di tumore e sì, si sarà capito, quello è ovviamente l’ultimo embrione utilizzabile. Che si può desiderare di più? È come “un uomo si sveglia ed è uno scarafaggio”.

Homeland
Alle cassandre la quarta serie di Homeland ha finalmente dato la soddisfazione tanto attesa. A tutti è toccato ammettere quello che a loro era evidente fin dal secondo episodio e cioè che Homeland avesse saltato lo squalo. Eppure aver abbandonato anche l’ultima presunzione di realismo ha fatto molto bene alla serie e l’ha rivitalizzata a tal punto che sul finire della quarta stagione ci sono stati alcuni dei migliori episodi in assoluto. (Poi, certo, eliminare Brody è stato fondamentale. Intelligente come quando una squadra Nba si libera dei giocatori col contratto oneroso per progettare un futuro migliore).

Gomorra
Dice che Gomorra non è male però, certo, non è i Sopranos. Probabile. In realtà Gomorra non solo ha dimostrato che si può realizzare un prodotto attuale anche da noi, ma ha anche avuto un impatto sui modi di dire e sugli atteggiamenti che prima d’allora, almeno al Sud, avevano avuto solo prodotti comici. Poi chiedergli di valere come Breaking Bad è come chiedere a Gibran di passare direttamente dai versi sul sole, la luna e l’amore a L’urlo e il furore.

 

Tim Small

Anna M. di Studio mi ha chiesto di scegliere tre bei film e tre belle serie TV del 2014, ma io i film non li guardo, mi sono reso conto che delle cose uscite quest’anno ho visto solo Interstellar22 Jump StreetGuardians of the Galaxy e ho trovato il primo bellissimo e meraviglioso e commovente e il secondo mi ha fatto ridere poco e il terzo mi ha fatto ridere anche meno.

Ho risposto ad Anna chiedendole se potevo scrivere solo di Tv perché mi è ora evidente che io, i film, se non li fa Haneke, non li guardo. Mi ha detto OK, quindi eccoci. Prima cosa da dire: al primo posto metto TransparentSerie dell’anno. È una serie delicata, sottile, intelligente, inaspettatamente potente, una delizia, davvero, con un Jeffrey Tambor assolutamente strepitoso nel ruolo di Mort Pfefferman, uomo sulla settantina in transizione verso la ri-assegnazione di genere, uomo che cambia sesso, in altre parole, è dev’essere un percorso difficilissimo, immagino, ma Mort è sicuro di sé, ora vive come donna, con il nome di Maura, ma non sa come dirlo ai suoi figli, e insomma, poi glielo dice, e da lì nasce la trama, ma la cosa bella di Transparent non è tanto quello di cui parla, ma come ne parla, insomma, come è scritta, come è fatta, come è fotografata, come è interpretata. È l’unica serie che ho visto dove veramente si trattano gli argomenti di genere e sessualità, ma anche semplicemente i rapporti inter-familiari, con la maturità, la serietà emotiva e l’umanità che si meritano. È tutto un flusso, nulla è fisso, nulla è statico, tutti hanno dei problemi con loro stessi, con gli altri. I figli, in Transparent, alla fine, hanno molti più problemi di quanti ne abbia Mort/Maura, che con la sua transizione destabilizza uno status quo e mette scrupolosamente a fuoco tutte le persone che gli stanno attorno, con risultati narrativamente pazzeschi. La cosa più brutta della serie è il nome, perché la crasi nel titolo (transparent) è esattamente l’opposto della serie stessa: non-delicata, non-sottile, non-intelligente.

Ugualmente poco delicata e poco sottile è la mia scelta per la seconda serie dell’anno: Sleepy Hollow, serie fantasy-poliziesca assurdamente scema, ambientata all’interno dell’universo del famoso racconto di Washington Irving, La leggenda di Sleepy Hollow (quella del cavaliere senza testa, la stessa da cui Tim Burton ha tratto uno dei suoi unici tre film guardabili) che è ridicola e scemissima, ma che si diverte così tanto ad esserlo che non puoi che divertirti anche tu. È molto difficile da raccontare, ed è molto difficile spiegare perché 13 milioni di persone la guardino ogni settimana, ma, in qualche modo, Sleepy Hollow funziona. È quella premessa senza senso che, contro ogni aspettativa, piace a un sacco di gente. Ormai giunta alla seconda stagione, Sleepy Hollow ha come protagonista Ichabod Crane, quello del racconto di Irving, che muore durante la Rivoluzione Americana ma si risveglia inspiegabilmente nel 2013, e da lì parte un’assurda dinamica di buddy-cops in cui inizia a lavorare con un’agente di polizia, Abbie Mills, che è donna e afro-americana, e quindi Ichabod dice cose come “Ah, sei una schiava liberata?” e lei gli risponde “Say whaaat?” o cose del genere, e poi lui si lamenta degli iPod che non funzionano e delle tasse troppo alte e chiede quando, esattamente, le donne abbiano iniziato ad usare i pantaloni, e lei lo sfotte perché nel 1700 lui corteggiava le donne tenendole per mano, e insomma, Ichabod e Abbie combattono assieme contro il cavaliere senza testa, che poi si scopre essere uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse, che va in giro, senza testa, su un cavallo con gli occhi di fuoco, e spara con il mitra, e poi nulla, insomma, la moglie di Ichabod è una strega imprigionata nel Purgatorio, e ogni volta che c’è un caso nuovo è sempre una cosa paranormale e viene sempre fuori che in qualche modo c’entra sempre George Washington o Benjamin Franklin o qualche altro amico di Ichabod prima che morisse e c’è sempre qualche connessione assurda con miti sovrannaturali tipo le streghe o gli zombie o i vampiri o i Wendigo o gli spiriti degli indiani d’America e in mezzo a tutto questo Mills magari dice «Ne abbiamo viste tante, ma George Washington zombie è davvero troppo!» oppure «All’inferno il cellulare non prende» e io sto seduto sul divano a guardare questa stronzata pazzesca ma non avete idea di come mi diverto.

In terza posizione metterei Mad Men, che nella sua prima metà di stagione finale promette davvero benissimo, e non molla mai il colpo, mantenendosi su livelli di scrittura eccellenti, in quarta invece The Americans, che nella sua seconda stagione è riuscita a migliorare gli strepitosi risultati della prima. In quinta posizione metterei la sorprendente Last Week Tonight with John Oliver, in cui Oliver, fuggito dall’ormai trito e ritrito Daily Show with Jon Stewart, ha rinvigorito clamorosamente il formato della news-comedy, spostandosi dal format quotidiano di Colbert e Stewart a un format settimanale che gli permette di creare dei segmenti che spesso includono una bella dose di giornalismo duro-e-puro, oltre al tipico commento comico che tende a funzionare quasi sempre. La sua intervista a Stephen Hawking è davvero divertente. Infine, vorrei consigliare vivamente Adventure Time, che continua a migliorare di puntata in puntata, e che sta creando un mondo narrativo così fantasioso, nostalgico, e pieno di meraviglia e sorpresa che al confronto anche Sleepy Hollow sembra noioso. Esempio: puntata in cui Finn deve andare dal dentista e quindi lo buttano in un pozzo pieno di serpenti e burro marcio e poi finisce al fronte con un esercito di formiche a combattere contro dei vermi giganti. Ultima menzione d’onore: Rick and Morty, in cui un nonno alcolizzato / genio della scienza porta il nipote in giro a fare avventure interstellari in dimensioni parallele o in un futuro in cui i cani hanno preso il controllo della terra o all’interno dello stomaco di un barbone morto, creato da Justin Roiland e Dan Harmon di CommunityThe Sarah Silverman Show. Esilarante. Rick and Morty. hundred days, forever, all day long, Rick and Morty. One hundred years, Rick and Morty adventures dot com. Rick and Morty.

P.S. X-Factor fa schifo.

 

Nell’immagine: gli opening titles di True Detective

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