L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
I data server per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali
Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
Dietro i 47 miliardi di dollari investiti nel 2025 negli Stati Uniti in server farm si nasconde un costo che non compare nei bilanci dei committenti: quello che bisogna sostenere per rimediare alle crisi ambientali e occupazionali che travolgono le comunità che loro malgrado si ritrovano un data center come vicino di casa. Una ricerca del National Bureau of Economic Research rivela che la data center mania, alimentata dalla bolla dell’intelligenza artificiale, ha generato danni ambientali per 25 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno. E non si tratta solo dei già noti consumi di acqua e suolo, ma di una crisi sanitaria legata al particolato (PM2.5) emesso dalle reti energetiche locali per alimentare questi giganteschi stabilimenti.
In zone ad alta densità come la Data Center Alley in Virginia o nei poli energetici del Texas (che insieme pesano per il 30 per cento dei costi sanitari che lo Stato deve sostenere per risolvere i guai causati dai data center), l’idillio tra amministrazioni locali e broligarchi si sta via via consumando con crescente soddisfazione di ambo le parti. Sebbene i centri siano spesso i principali contribuenti fiscali il contributo totale del settore dei data center alle entrate pubbliche, tasse comprese, è passato da 66,2 miliardi di dollari nel 2017 a 162,7 miliardi di dollari nel 2023 – le generose agevolazioni concesse per attirarli e la scarsa ricaduta occupazionale hanno trasformato la promessa di prosperità in una trappola economica. Come scrive Fortune, gli abitanti si ritrovano con bollette elettriche più alte, inquinamento acustico e ambientale e mancanza di posti di lavoro promessi, mentre le entrate pubbliche vengono erose dai sussidi concessi a strutture che, una volta costruite, richiedono pochissimo personale umano per andare avanti ma una quantità smisurata di energia e acqua per raffreddare i circuiti.
Il paradosso, sollevato dall’economista Nicholas Muller della Carnegie Mellon University, che ha analizzato circa 2.800 data center attualmente operativi negli Stati Uniti, è che l’impatto dei data center rimarrà negativo e a carico delle generazioni future finché l’AI non manterrà le sue promesse di boom economico. Se l’intelligenza artificiale non dovesse portare un aumento della produttività capace di giustificare questi costi sociali, i server rimarranno solo ingombranti strutture nel deserto, colpevoli di compromettere la salute pubblica per addestrare macchine di cui il mercato non sa bene che fare. Il mondo AI si trova quindi, ancora una volta, di fronte a un bivio: continuare la sua folle rincorsa o fermarsi a riflettere e riprogrammarsi.
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