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Chi ha ragione: gli ottimisti o i pessimisti?

Il 2016 per molti è stato un disastro, per Zadie Smith è il «peggiore periodo politico», ma altri dicono che viviamo nell'epoca migliore.

In un discorso molto ripreso sui social, Zadie Smith ha parlato di ottimismo, di pessimismo, del clima politico del 2016 e di come siano cambiate in peggio le cose, rispetto a quando era uscito, diciassette anni fa, il libro che l’ha resa famosa: Denti Bianchi, pubblicato in Italia poco più tardi da Mondadori nella traduzione di Laura Grimaldi. Smith l’ha pronunciato lo scorso novembre a Berlino, quando ha ricevuto il premio Welt per la letteratura, ma è stato pubblicato molto più recentemente, prima sulla New York Review of Books, poi tradotto su Repubblica. Forse l’avete letto, è un bel discorso; quello che interessa qui, però, è che la scrittrice si è inserita in un dibattito più ampio, e raramente all’altezza letteraria di Smith, sulla natura dell’epoca in cui viviamo: da un lato i pessimisti, che dicono che le cose vanno sempre peggio, dall’altro gli ottimisti che dicono che, dati alla mano, viviamo in una delle epoche storiche migliori di sempre.

Non si contano, per dire, le testate che che hanno dichiarato il 2016 il peggiore anno di sempre, o se non altro uno dei peggiori della storia recente: Slate, BuzzFeed, il Washington Post e il Telegraph, per fare qualche esempio. Sul banco degli imputati ci sono, in ordine sparso: gli attentati terroristici a Nizza e Bruxelles, il virus Zika, la Brexit, i massacri in Siria e in Iraq, la morte di David Bowie, Leonard Cohen e Prince, l’elezione di Donald Trump e, più in genere, l’impressione che ci sia una recrudescenza di odio razziale in America. Ha risposto, tra il serio e il faceto, Newsweek: come si fa a dire che il 2016 è l’anno peggiore? Vogliamo mettere con il 1943, quello della Soluzione finale? Oppure con il 1918, quando la spagnola e la Grande Guerra, messe insieme, hanno mietuto 50 milioni di vittime? E la peste bubbonica? E l’invasione dei Mongoli, i gulag, il genocidio dei nativi americani? E quell’asteroide che 65 milioni di anni fa ha cancellato il novanta per cento delle forme di vita dalla faccia della Terra?

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Dunque, l’umanità sta meglio oggi o stava meglio ieri? Naturalmente, molto dipende da che cosa si intende per “oggi”, da cosa s’intende per “ieri” e dalla condizione dell’osservatore. A complicare le cose, poi, c’è la distanza che separa la nostra percezione dei fatti dai fatti stessi, insomma la natura umana, che è pessimista, o meglio incline a idealizzare il passato, a temere il futuro e, di rimando, a guardare con sospetto il presente. Tutte contraddizioni, peraltro, affrontate da Zadie Smith. In un paragrafo, per esempio, nota che «sette Repubblicani su dieci preferiscono l’America degli anni Cinquanta», insomma ritengono che si stava meglio mezzo secolo fa, per poi fare notare che questo tipo di nostalgia interessa perlopiù maschi bianchi, cioè una categoria di persone che in una società à la Mad Men avrebbe potuto cavarsela più che bene, mentre difficilmente riguarderebbe una donna nera come lei, che in quel contesto non avrebbe potuto andare all’università, fare un lavoro appagante e sposare chi voleva.

Più in là però la scrittrice, che negli anni Cinquanta non era nata, paragona la situazione attuale, il «peggiore periodo politico che abbia mai conosciuto», con il clima del 1999, anno della prima pubblicazione di White Teeth nel Regno Unito, quando si stava meglio di oggi, secondo lei, non tanto perché la situazione politica fosse migliore di per sé, quanto perché era un’epoca «piena di possibilità», dove si aveva l’impressione che le cose fossero destinate a migliorare, mentre oggi ci troviamo a fare i conti col fatto che, beh, non sono migliorate: l’autrice si riferisce, nello specifico, al multiculturalismo. Dopodiché Smith prende in considerazione la sua condizione anagrafica, ammettendo che forse parte del nuovo pessimismo ha a che vedere con l’ingresso nella fatidica mezza età (ha 41 anni).

A kayaker watches the sun set through a thick blac

Riassumendo, nel 2016 si sta peggio del 1999, ma si sta meglio del 1950. Questo, almeno, nella percezione di una donna di colore, che negli anni Cinquanta avrebbe avuto prospettive assai ridotte, che nei Novanta s’era convinta che questa cosa del multiculturalismo prima o poi avrebbe dovuto funzionare, e che ora vede l’estrema destra xenofoba e razzista avanzare pericolosamente in Europa e in America, ma che in fondo non esclude che il suo pessimismo potrebbe essere in parte dovuto all’età. Nel discorso di Zadie Smith c’è davvero molto del dibattito più ampio sul come giudicare l’epoca in cui viviamo: che la Storia non è una linea retta, oggi si può stare peggio di ieri ma meglio dell’altro ieri; che la percezione dello stare meglio o dello stare peggio dipende molto, a livello oggettivo, dalla categoria cui si appartiene (genere, nazionalità, etnia e ceto sociale); e infine che la stessa percezione ha anche una dimensione soggettiva.

La scorsa estate lo Spectator ha pubblicato una storia di copertina contro il pessimismo intitolata “Why can’t we see that we’re living in a golden age”? Dati alla mano, scriveva Johan Norberg, viviamo in una delle epoche migliori della Storia, dove la mortalità per malattia è stata drammaticamente ridotta dagli antibiotici, donne e gay hanno molti più diritti del passato, non ci sono conflitti paragonabili per devastazione alla Grande Guerra, e persino i Paesi più poveri sono meno poveri di prima. Allora, si domanda, perché ci ostiniamo a essere pessimisti? Infatti il 5 per cento degli inglesi e il sette per cento degli americani si dice convinto che le cose stiano peggiorando. L’autore avanza una serie di ipotesi, che hanno a che vedere con il pessimismo umano e la diffusione delle notizie. «Più diventiamo ricchi, più s’abbassa la nostra soglia di tolleranza per la povertà globale, dunque ci arrabbiamo», scrive. Poi, aggiunge, in un mondo globalizzato le notizie rimbalzano molto più in fretta, dunque abbiamo l’impressione che accadano più cose sgradevoli per il semplice fatto che ne siamo maggiormente informati: «Qualche decennio fa, non avremmo mai letto di quella cittadina asiatica spazzata via da un ciclone, adesso troviamo la notizia a pagina 17».

si stava meglio prima

Alle spiegazioni fornite da Norberg si potrebbe poi aggiungere un accenno a quello che gli scienziati sociali definiscono “declinismo”, cioè l’impressione diffusa che le cose vadano sempre peggio indipendentemente dai dati di fatto: è un «trucco della nostra mente», ha spiegato Pete Etchells sul Guardian, che si descrive col fatto che «le persone tendono a ricordare più cose di quando erano bambini e giovani, e di quel periodo tendono a ricordare maggiormente gli episodi positivi», mentre quando ci rapportiamo al presente «tendiamo a soffermarci sugli aspetti critici, perché processiamo le informazioni negative con maggiore attenzione rispetto a quelle negative». In altre parole, è un cortocircuito evolutivo: per sopravvivere abbiamo imparato a prestare maggiore attenzione ai fatti negativi, insomma a preoccuparci, ma questa preoccupazione ci sta rovinando la vita.

Dunque, il mondo sta migliorando e chi dice il contrario è soltanto vittima di un trucco della mente? In realtà la questione è ben più complessa, e riguarda quella distinzione tra il breve e il medio termine di cui si discuteva prima e le differenze sociologiche cui accennava Smith. Nel lungo termine e se si guarda il quadro ampio, sembra che le cose stiano migliorando un po’ per tutti: moriamo meno, siamo sempre meno violenti, i poveri sono sempre meno poveri e donne e gay se la passano meglio. Questo non significa che in un lasso di tempo più breve e per gruppi specifici di persone le cose non possano essere peggiorate.Per fare un esempio un po’ brusco: certamente un siriano di oggi se la passa peggio rispetto al 2006. Per fare un esempio meno brusco: esistono alcune categorie che, nel mondo occidentale, se la passano un po’ peggio rispetto non al passato remoto, ma agli ultimi decenni. Come faceva notare Marco Alfieri su Studio, il reddito dei giovani in Italia dal 2006 ad oggi si è abbassato.

Quanto ai maschi bianchi che rimpiangono gli anni Cinquanta, ha scritto delle cose molto interessanti Tim Samuels, un giornalista della Bbc, nel suo recente saggio Who Stole My Spear (Random House), che parla proprio di maschi, perlopiù bianchi, confusi. La tesi di Samuels, che non è un trumpiano, né un nostalgico, né un misogino, è che, inutile negarlo, qualche decennio fa il solo fatto di nascere maschio ti conferiva un vantaggio, un privilegio, insomma una condizione di potere, che adesso non si ha più perché, beh, quella metà dell’umanità che prima era in una condizione inferiore adesso è tua pari: non è un buon motivo per tornare indietro, dice il giornalista, le donne devono avere pari diritti e opportunità perché è la cosa moralmente giusta, ma almeno lasciateci dire che (per noi, e non per loro) le cose erano più facili prima.

 

Immagini: Getty
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