Le canzoni del disamore sono importanti quanto le canzoni dell’amore

Come scegliamo le "breakup songs" per cullare la fine di una relazione? Una breve guida sentimentale firmata dall'autrice di Le ragioni del disamore , appena uscito per Nottetempo.

18 Settembre 2026

«Da quella stanza lassù si godeva una strana vista. Là sotto giaceva un mondo abbandonato di colpo. In un occhio si poteva già avere la luna e nell’altro ancora il sole». (Ingeborg Bachmann, Il Buon Dio di Manhattan)

Non so di preciso in quale momento ho sentito che mi sarei potuta disinnamorare di Lupo. Forse quando non abbiamo saputo trovare parole adeguate, tenere e consapevoli, per uscire da una stanza all’ultimo piano, sotto la quale si era appena aperto un piccolo mondo infinito. Nelle diciotto ore precedenti ci eravamo guardati per la prima volta senza i vestiti. Arrivederci, mondo bello, avrebbero suonato bene, per esempio, ma l’avremmo capito tardi.
Qualche anno dopo, il mio primo episodio di vertigine posizionale, o, con un termine più romantico, labirintite, mi ha costretto a cancellare un incontro con Lupo. Quando hai le vertigini, il precipitare è spaventoso, anche se non reale. Ciò che fa più paura è lo stacco radicale, per alcuni secondi, tra te e le coordinate che solitamente ti tengono in equilibrio con il mondo e con gli altri. La solitudine sembra definitiva, e così silenziosa. Dovrebbe essere il contrario (ma forse non lo è del tutto) di quel cadere nell’amore che in inglese si dice falling in love. Non sapevo di preciso quando avrei potuto fare ritorno a una stanza bella, e a che piano, insieme al mio amante segreto. Allora lui mi ha mandato il link a “No Moon in Paris”, di Marianne Faithfull.

Lupo era allora il mio amante segreto perché ancora non ci eravamo detti quanto ci volevamo bene. In compenso, avevamo ora una nostra canzone per parlare al passato («quando ancora ti amavo / e tu amavi me»), per dire l’assenza di qualcosa che stava nel punto di convergenza tra due cieli divisi. Tantissimi amanti prima di noi, si sa, hanno provato a incontrarsi così, guardando la luna da due parti di mondo lontane. Nel nostro caso, una non-luna.
Darsi alla musica è un grande classico nelle pratiche e rituali che accompagnano le rotture sentimentali. Di solito, riascoltiamo in loop i pezzi che associamo a un tempo perduto, alla gioia che, scivolando fuori dal nostro corpo, lo fa ancora vibrare. È come se nel far scorrere la colonna sonora del noi passato, ancora e ancora, cercassimo di accelerarne i titoli di coda e superarli indenni.

Ci sono poi quelle canzoni che mettono a fuoco proprio la fine dell’amore, i suoi come e perché. Taylor Swift è, credo, la massima autorità in ambito break-up songs (che a volte diventano revenge songs). Per esempio, il suo celebratissimo album The Tortured Poets Department offre una quantità di materiale tale da poter riempire da solo uno o due saggi sul disamore e le sue sfaccettature. Confesso di aver passato un certo periodo immersa in uno studio quasi matto e disperatissimo delle sue liriche, lasciandomi andare a identificazioni confortanti (una delle mie preferite: «Il mio ragazzo rompe solo i suoi giochi preferiti / sono regina dei castelli di sabbia che lui distrugge»). In palestra, in cucina o in treno era catartico canticchiare a mo’ di mantra versi che esprimevano accuratamente rabbia, frustrazione, incredulità, malinconia, petulanza “da teenager”, desiderio di rivalsa, e, nei momenti più bassi, un certo senso di superiorità morale. Il successo smisurato di Swift dimostra il nostro disperato bisogno di parole per dare senso a queste esperienze, di parole capaci di risuonare sulla superficie della pelle, dentro le lacrime, sotto la lingua amara, ai bordi dei sorrisi magari ancora possibili.

“No Moon in Paris” non ha svolto per me e Lupo nessuna delle suddette funzioni. Quando sentivamo avvicinarsi un possibile breaking point, la voce roca, tristemente accogliente di Faithfull ci ricordava piuttosto che potevamo ancora «fare finta di essere coraggiosi». Avvicinava dolcemente le nostre solitudini. Negative Capability, il titolo dell’album dove si trova il pezzo, è il termine inventato dal poeta romantico John Keats per dire della capacità umana di sostare nel dubbio, nella confusione, nel mistero, senza forzare vie d’uscita e soluzioni troppo facili e veloci. In quell’attesa, per Keats, si fa poesia. Noi ci facevamo l’amore.

Un’altra delle nostre canzoni per (non) lasciarci è “Sadness as a Gift”, di Adrienne Lenker: la tristezza può essere un dono. Se ci esercitiamo nella capacità negativa, ci insegna qualcosa. Ma cosa? Ci lasciamo andare alle canzoni del disamore, a volte, proprio perché non vogliamo imparare. Per lasciare che siano quei versi e quelle note a dire: è finita, o anche solo: potrebbe finire. Così non lo dobbiamo dire noi, e possiamo mettere da parte lo spavento, e tornare a dedicarci alle ragioni della speranza e della gioia.

«L’amore ci dividerà», cantavano malinconici e sognanti i Joy Division, nella canzone del disamore per eccellenza. È perché ci siamo innamorati che ci disinnamoreremo? Il ritornello racchiude un mistero che mi ha sempre affascinato e disturbato. La canzone non dice semplicemente: ogni amore è destinato prima o poi a scomparire. Non accenna solo a possibili motivi che danno conto della fine: le routine che si incrostano, poche ambizioni e molto risentimento, emozioni bloccate, strade diverse. Suggerisce qualcosa di più strano, ovvero che la dinamica erotica è una forza che unisce le persone, e, allo stesso tempo, una forza contraria, che le spinge ad allontanarsi.

La distanza e l’assenza non sono solo minacce, certo. Spesso alimentano e colorano il desiderio. Se due amanti sono troppo appiccicati, fusi insieme, si perdono: per potersi vedere, toccare, sentire con curiosità e piacere, devono rimanere o ritornare a essere un po’ estranei l’uno all’altro – divisi, dunque. La gioia in cui ci s’immerge non rimane una dimensione compatta e unitaria, ma si frammenta, rifrangedosi in diverse prospettive, come in un prisma. Nella di-visione c’è una visione, anzi, ce ne sono tante, occhi e mani e gambe diverse, che si rincorrono e si solleticano a vicenda. Nel dis-amore, a volte l’amore può mutare, salvandosi.

Ma forse devo smetterla di ascoltare “Love Will Tear Us Apart”. A volte l’amore finisce perché la divisione è diventata tristezza senza più dono. Si perde quando uno dei due amanti lascia la stanza, e l’altro rimane. Quando le parole e i gesti mancano di tenerezza e consapevolezza, e ci affidiamo troppo alle canzoni, senza provare a rimediare. Il dis – distacco, disillusione, disincanto, disperazione – non stava all’inizio dell’amore, ce l’abbiamo messo noi dopo.


Federica Gregoratto, autrice di Le ragioni del disamore (nottetempo, 2026), interverrà al festival 2084 organizzato dalla scuola di Scrittura Belleville domenica 20 settembre alle 14.30, in dialogo con Irene Soave e Polly Barton. Il festival, giunto alla quinta edizione, è in programma il 19 e il 20 settembre negli spazi della redazione di Scomodo a Milano ( Via Jean Jaurès 22 ). Ingresso libero previa registrazione su 2084.bellevillelascuola.com
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