Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale
Nella scorsa primavera, un chatbot ha rivelato ai militari Usa che una nave cinese stava trasportando materiali per armi nucleari in Medio Oriente. Non era vero nulla.
C’erano aerei militari in volo e uomini armati pronti a salire a bordo. Il rapporto circolato questa primavera tra le forze armate statunitensi, in piena guerra con l’Iran, diceva che una nave cinese in Medio Oriente stava trasportando componenti necessari all’implementazione di un programma bellico nucleare. A partire da queste informazioni, i militari si erano subito messi a pianificare l’intercettazione, secondo quattro fonti a conoscenza dell’episodio raggiunte da Cnn. Solo poco prima dell’operazione, un benemerito analista si è fatto venire il dubbio e ha fatto quello che chiunque usi l’AI per lavoro ormai sa benissimo: sempre meglio controllare che la macchina non abbia preso un grosso, grossissimo granchio. Il rapporto era stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e il chatbot usato dall’analista aveva identificato male il carico. Secondo una delle fonti il rapporto era completamente falso e ha quasi scatenato una guerra, perché qualunque operazione americana contro una nave cinese si sarebbe potuta trasformare in uno scontro armato tra i Paesi e, potenzialmente, in un conflitto mondiale.
L’analista che ha quasi scatenato la Terza guerra mondiale, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe interrogato un chatbot sui rapporti di intelligence relativi al manifesto di carico della nave cinese in questione, informazioni raccolte dal Comando operazioni speciali del Pacifico, che ha sede alle Hawaii. Il chatbot, nella sua risposta, ha mescolato informazioni di pubblico dominio a intercettazioni riservate in possesso del governo degli Stati Uniti, arrivando, ancora non è chiaro secondo quale percorso logico, alla sua (gravissima) conclusione. Poi l’analista ha usato di nuovo l’intelligenza artificiale per trasformare il risultato in un rapporto d’intelligence standard, il formato a cui i militari sono abituati e di cui si fidano, e lo ha passato lungo la catena di comando. Non è chiaro se il chatbot fosse commerciale o governativo, e secondo un ex alto funzionario la differenza conta poco perché gli strumenti interni, dice «sono per lo più copie di quelli commerciali, con una patina di novità messa sopra». Una delle fonti sostiene che allucinazioni (si chiamano così gli errori grossolani che talvolta le AI commettono) di questo tipo non sono un caso isolato da quando questi strumenti si sono diffusi negli apparati militari.
Già a gennaio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva presentato la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, promettendo di dare libero sfogo alla sperimentazione, eliminare le barriere burocratiche e mettere i modelli americani nelle mani di tutti i tre milioni di dipendenti civili e militari del dipartimento. Lo sforzo però è frammentato: ogni parte del governo usa strumenti propri con regole di sicurezza proprie, e non esiste uno standard unico su come verificare quello che questi sistemi producono. Nel frattempo, l’uso per individuare i bersagli è in forte aumento, dice un’altra fonte, senza vere linee guida su come l’intervento umano possa evitare vittime civili o fuoco amico. Alcuni funzionari di lunga data, favorevoli in generale all’intelligenza artificiale in ambito militare, raccontano che la tecnologia spinge gli analisti a produrre più in fretta, e che i più giovani, cresciuti con questi strumenti, tendono a fidarsene senza controllare.