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Mai più Giappone

Se avete figli lasciateli coi nonni, mandateli alla colonia estiva o non partite neanche voi. Guida parziale al Sol Levante di un genitore-turista.

Continua Studio Viaggi, una serie di pezzi incentrati su posti di vacanza, o perlomeno in cui si è stati a passare parte dell’estate, da leggere in queste settimane d’agosto, con cui vi accompagneremo nei prossimi giorni. Qui la prima puntata, Lanzarote, qui la seconda, Capri, qui la terza, AntiparosBuona lettura.

Diverse volte durante il nostro viaggio in Giappone, mentre rinunciavo a visitare Hiroshima o a cenare nel ristorante in cui Tarantino ha girato Kill Bill, ho smaltito la frustrazione immaginando l’attacco di questo pezzo nella maniera più provocatoria possibile. Volevo si inserisse nella scia dei “Finalmente un ristorante senza bambini” e “ho pagato volentieri un surplus a Ryanair per non avere bambini vicino in aereo”. Volevo spingermi ancora più in là: “Non portate i bambini in viaggio”. Lasciateli coi nonni, mandateli alla colonia estiva o, semplicemente, non andate da nessuna parte neppure voi. Accettate un consiglio, rassegnatevi.

Un paio d’anni fa avevamo viaggiato, ma stavolta il plurale si riferisce solo a me e a mia moglie, in Armenia, e lì, facendo couchsurfing, eravamo finiti a casa di una coppia di americani (lui wasp, lei d’origine filippina). I due, in maniera indiretta cioè perfida, col perfezionismo d’una coppia da film di Malick, avevano messo in dubbio la nostra scelta di viaggiare senza bambini. Per avallare la loro posizione ci avevano mostrato un album di foto del figlio (anni 4) con monumenti di mezzo mondo (molti più di quanti io ne abbia tuttora visitati): piramidi inca, Sidney, Taj Mahal, sempre con lui in primo piano e il monumento sullo sfondo, tipo nano di Amélie. A ulteriore riprova dell’alto valore della loro scelta c’erano le foto del figlio ricoverato negli ospedali di diversi luoghi del mondo (ricordo bene le foto dell’ospedale di Manila perché mi parve decisamente migliore di quanto avrei mai potuto immaginare) perché il bambino era affetto da una malformazione al cuore e quindi aveva bisogno di tenere sotto controllo certi valori a intervalli regolari e dopo certi periodi di “stress”.

Giappone

Il discorso c’aveva fatto sentire in colpa (che poi significa aveva fatto sentire in colpa mia moglie e, di rimando, me), un senso di colpa che – nella decisione, stavolta, di viaggiare con i figli – andava ad aggiungersi a quello che dicono comune a un sacco di genitori e cioè di volare senza prole: vale a dire la paura di cadere, essere dirottati o ci siamo capiti, insomma di “lasciarli soli” per sempre. Per me la paura di volare è come la paura delle barbe o la paura dei bottoni o dei manichini. Una di quelle cosa che accetto ma non comprendo. E mi sembra che il discorso di volare sapendo che i tuoi figli sono al sicuro sia preferibile a quello di “se dobbiamo morire, dobbiamo morire tutti assieme”, ma da buon ventre molle non ho discusso la cosa perché non vedo margini. Dopotutto non vai a dire a uno che ha paura dei bottoni che, in fondo, i bottoni non fanno niente, semmai porti il pantalone dal sarto e sostituisci i bottoni col velcro.

Ogni volta che, prima di prenotare e poi partire, ho accennato a qualcuno l’idea di viaggiare in Giappone coi bambini ho ricevuto in cambio solo apprezzamenti entusiastici. Per loro sarà fantastico, li invidio moltissimo, se lo ricorderanno per sempre, sarà una grande esperienza, sono grandi abbastanza per ricordarselo e piccoli per meravigliarsi, il Giappone è un Paese perfettamente a misura di bambino (questo me lo ricordo bene perché dissimulai sapienza a riguardo), ma soprattutto il più comune “se lo troveranno fatto”. Come a dire che dovendo mettere una bandiera per Stato, come fossero i ventiquattro territori del Risiko, togliersi il Giappone quando non hai ancora sette anni è un grande lusso.

Nessuno di questi mi ha, però, mai convinto. Innanzitutto perché ho sempre l’impressione che il valore “esperienziale” del viaggio sia molto sopravvalutato. (Non parlo solo di bambini ma anche dei tanti “sono solare, amo viaggiare e per me l’amicizia è tutto”). Così quando vedevo i bambini camminare per le vie di Akihabara senza entusiasmo nonostante gli schermi, il casino e gli otaku o chiedermi perché dovevano immergersi nelle acque bollenti di un onsen (cioè le terme giapponesi, grandi vasche di pietre, nel “migliore dei casi” a oltre 40°, in cui ci si immerge nudi con una pezza sulla fronte bagnata per evitare svarioni dovuti al caldo) riuscivo solo a trovare conferme all’assurdità del postulato moderno per cui provare una cosa sia necessariamente meglio che farsela raccontare o non conoscerla affatto. E quando ci siamo trovati alla ricerca di un McDonald per evitare che digiunassero visto che al terzo giorno di udon e ramen cominciavano a deperire a vista d’occhio (ma soprattutto rischiavano di avere poche energie per camminare quanto il nostro marziale programma di viaggio richiedeva) non riuscivo a innervosirmi con loro, a intimargli di farsi piacere lo yakitori con la stessa convinzione con cui, da più piccoli, provavo a costringerli a mangiare le verdure. Non mi sembrava la stessa necessità perché stavolta non c’era alcuna necessità di educarli, stavolta avevano ragione loro.

Giappone

Da ragazzino ho viaggiato pochissimo. I miei genitori non solo non ci portavano mai in viaggio (ho superato per la prima volta i sacri confini solo in occasione della gita al liceo), ma non ci portavano neanche in vacanza. Facemmo la prima vacanza con loro, senza peraltro uscire dalla provincia di appartenenza, solo perché una volta una maestra di mio fratello chiese a mia madre com’era andata la vacanza in quel villaggio pugliese perché voleva andarci anche lei e mia madre, a fatica, ricostruì che mio fratello inventava vacanze (ma non troppo esotiche) per non fare scena muta con compagni di classe e professori alle classiche domande settembrine su come i ragazzi avevano trascorso le vacanze. Anch’io scoprii da mio fratello che non andare in vacanza era disdicevole, a me piaceva stare a casa senza fare niente e, di quella prima estate, ricordo solo la noia di non fare niente ma in un posto che non ti appartiene neppure, dove si prendeva solo Raiuno e non c’erano né giochi né giornaletti.

L’unica cosa sopravvalutata quanto i viaggi sono i traumi infantili, dunque non credo minimamente che questo ameno ricordo abbia contato per me, figuriamoci se credo che possa servire a loro, ma mentre ero nell’ennesimo McDonald’s, per non ripetere per l’ennesima volta “ditemi voi se devo venire fino a Kyoto per guardarvi mangiare l’happy meal” e sentirmi rispondere che però lì i regalini sono più belli (peraltro vero), ho provato anche questa carta con la consapevolezza di essere solo un vecchio rompicoglioni e sperando che almeno per i successivi dieci minuti avrebbero fatto uno sforzo. Così quando siamo arrivati nella culla della spiritualità giapponese, il santuario Koshima-Deru che domina l’antica capitale, ma la cui spiritualità è stata ampiamente spillata poco alla volta da milioni di turisti che pascolano lungo il percorso come mi era capitato di vedere solo a Venezia lungo il tragitto Stazione Ferroviaria – Piazza San Marco, e mio figlio mi ha chiesto il telefono illudendomi di voler scattare delle foto ma, in realtà, per una (più prosaica?) giocata di Pokémon Go non ho potuto fare a meno di cederglielo senza insistere. E quando pochi metri più avanti ho notato un nugolo di ragazzini tutti muniti di telefono e ho capito che lì c’era qualcosa che non tornava e, difatti, mio figlio c’è tornato incontro finalmente entusiasta d’essere in un tempio perché in quel tempio, ebbene sì, aveva catturato un Pokémon leggendario, rarissimo, m’è sembrato che lui si fosse inserito nella mentalità del tempo molto meglio di me. Io al massimo stavo provando a riallinearmi sul periodo Edo e sullo shogunato, a capire la differenza tra le varie scuole del buddismo e sulla filosofia del giardino zen, lui era proiettato nel futuro.

Donna giapponese

Come ogni baby talking era una banalità evidente a tutti tranne a me che l’ascoltavo ma allo stesso modo, come ogni banalità, risolveva bene il contingente e mi rimetteva davanti a un altro atteggiamento, moderno e assurdo nel rapporto coi bambini, l’ansia di spiegargli tutto. Non c’è fatto di cronaca, ormai, che non si becchi il suo editoriale sul come dirlo ai bambini. (Tanto che mi immagino i figli degli editorialisti che, davanti alle tragedie, sono preoccupati di tornare a casa e trovarsi padre o madre che glielo “spiegano”). Serviva davvero quella specie di Furio di Bianco, rosso e verdone che li inseguiva spiegandogli che dovevano guardare lì perché c’era una sfilata di torj (quei portali arancioni rossi simboli del Giappone) da non perdere, quella varietà di pesce del mercato di Tsukiji (il mercato di pesce di Tokyo, a dar rette alle guide il più grande del mondo) o almeno quel cavolo di Doraemon e la sua fidanzata, almeno quello potreste guardarlo invece di litigare tra di voi? (Dicono che non sia la fidanzata, ma la sorella).

Invece davanti ai famosi Love Hotel di Shibuya, che volevo almeno vedere perché tanto non si accorgeranno di nulla e invece, sì, se ne accorgevano e facevano domande ma a quelle, invece, non volevo rispondere, mi sono accorto che l’errore non era tanto nell’essere andato in Giappone con i bambini, ma nell’esserci andato anche io, a 36 anni, invece che tra i 19 e il 25 come avrei sempre desiderato e come non sono mai riuscito, per ovvii motivi, a fare. (Guardando Benjamin Button ho sviluppato una teoria, di cui sono ancora convinto, secondo la quale alle persone dovrebbe essere data la possibilità di prendere la pensione da giovani quando i soldi gli servono davvero e hanno le energie per studiare, viaggiare e fare cose mentre da vecchi dovrebbero lavorare visto che i soldi finiscono solo in medicine e regali a figli e nipoti ingrati). Probabilmente non erano loro i fuori età, ma ero io.

Ovviamente due giorni dopo essere tornati le fotografie vengono riordinate e i ricordi lucidati. Ascolti uno di loro parlare con un coetaneo di Tokyo e nonostante ti fossi stragiurato “mai più” ti convinci che invece ne è valsa la pena. Continuerai come i brontoloni delle serie tv anni ’70 a recitare la tua parte ma intanto già pianifichi la rottura di scatole dell’anno prossimo. Te la studi impegnativa, l’esatto contrario di ciò che sarebbe rilassante, difficile, di scarso interesse ma sapendo che quando uno di loro a metà pomeriggio ti inviterà a tornare in albergo per godersi un po’ di sana wi-fi sta, in fondo, dicendo quello che anche tu desidereresti fare se solo imparassi meglio ad ammetterlo.

 

All’interno portfolio di Fred Dufour (AFP/Getty Images).

 

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