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11:30 venerdì 11 settembre 2026
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso per il Leone d'Oro e il titolo viene da un acronimo militare israeliano usato in modo eufemistico per indicare i civili che si prevede di uccidere durante un attacco.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.
Il crossover tra A24 e Dior sembra strano ma in realtà ha perfettamente senso sia per A24 che per Dior Per i prossimi due anni il brand diverrà main partner del Cherry Lane Theatre di New York, istituzione centenaria acquisita da A24 nel 2023
Il nuovo corto di Maison Margiela sembra il trailer di un film di Dario Argento Si chiama Anonymity e ricorda molto Suspiria, sia per alcune scene che per la colonna sonora che cita le musiche dei Goblin.
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.

Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio

A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.

03 Giugno 2026

L’ufficio open space, a lungo celebrato come simbolo di flessibilità e collaborazione, potrebbe in realtà rivelarsi un nemico del nostro cervello. A dirlo e dimostrarlo con montagne di dati è uno studio neuroscientifico che ha misurato, tramite elettroencefalogramma, lo sforzo mentale di 26 partecipanti durante lo svolgimento di tipiche mansioni da ufficio (lettura, scrittura, ascolto) in due ambienti distinti: un open space e un microspazio chiuso (work pod, stile Gli incredibili). Se, da un lato, nell’ufficio aperto l’attività neurale aumenta progressivamente per compensare le distrazioni (un segno di affaticamento mentale crescente per mantenere alte le prestazioni), dall’altro, all’interno del cubicolo isolato, l’attivazione corticale tende a diminuire nel tempo. Questo significa che gli spazi chiusi richiedono un minor sforzo cerebrale per svolgere il medesimo compito.

La ricerca, pubblicata su MDPI, si intitola Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload: Effects of Workspace Type e mette nero su bianco ciò che la psicologia ambientale aveva già evidenziato tramite questionari e test soggettivi, ovvero un calo del benessere e della concentrazione. Grazie agli elettroencefalogrammi, l’analisi si è spostata dai pareri autovalutativi alla precisa rilevazione dell’attività cerebrale. Tra le scoperte della rcierca, quindi, emerge che lo spazio di lavoro non è un “contenitore neutro” ma un modulatore attivo del nostro funzionamento cognitivo, e proprio per questo lavorare in un open space costringe il cervello a un sforzo continuo per filtrare gli stimoli esterni (rumore, continue interruzioni e scarsa privacy per citarne alcuni) a discapito di salute mentale, stanchezza e prestazioni.

Ma dal momento che non si può invertire la rotta degli uffici sempre più aperti e comuni, lo studio conferma che si potrebbero integrare, nel panorama ufficio work pod, cabine insonorizzate o stanze silenziose da non intendere però come semplice comfort ma come necessità per preservare la salute mentale e la produttività dei dipendenti. Il senso è di fornire ai lavoratori dei rifugi temporanei in cui sfuggire al rumore di fondo, una possibilità essenziale non solo per ottimizzare la resa nelle attività che richiedono concentrazione profonda, ma soprattutto per salvaguardare la salute cognitiva nel lungo periodo ed evitare – o per lo meno ritardare – il burnout (anche se per stare sicuri servirebbe una vacanza ogni due mesi).

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