Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Edizioni e/o

Quinta puntata della nostra incursione nella piccola-media editoria: è il turno di e/o

Continua l’inchiesta di Studio sullo stato dell’arte della piccola e media editoria italiana (qui le altre puntate).

 

Sandro Ferri è persona cortese, rispecchia l’immagine dei suoi libri e forse ancor più la tenacia con cui si sono imposti sul mercato. Una pervicacia elegante, discreta. Proprio come quella del loro padrone che nel 1979 mise in piedi la casa editrice e/o a Roma, nel quartiere residenziale di Montesacro. Una zona che in quegli anni fungeva da rifugio per intellettuali, letterati e cineasti: Pietro Germi, Ignazio Silone e prima ancora Ennio Flaiano ne amavano il verde abbondante, i villini d’epoca pur in piena città e una tranquillità che non aveva nulla da invidiare ai quartieri più blasonati dal cinema e dalla dolce vita. «Allora eravamo giovani io e mia moglie», esordisce Ferri senza compiacimenti. «Ma purtroppo proprio in quegli anni Montesacro stava vivendo l’inizio di un decadimento culturale: cinema chiusi, librerie assenti». In effetti era il rifugio di chi l’arte la viveva ogni giorno, luogo meno adatto per chi vi si avvicinava senza protezioni e in veste imprenditoriale. «All’epoca avevamo 25/26 anni e nessuna esperienza nel settore. Mia moglie (Sandra Ozzola, nda) però si era laureata in russo compiendo i suoi studi di slavistica con Angelo Maria Ripellino, allora uno dei massimi esperti in Italia, e aveva mantenuto i contatti con i dipartimenti di russo e ceco dell’Università. Io invece avevo fatto studi di carattere economico e politico, sempre però incentrati sui Paesi dell’est europeo». Non poco per chi di lì a breve si accrediterà come divulgatore di letteratura dell’est, e/o sta proprio per est/ovest. Non c’erano esperienze editoriali ma oltre alla passione i due giovani sposi avevano una competenza specifica su quello che sarebbero andati a pubblicare. «I primi due libri – ricorda Ferri – erano due saggi: Esplosione di un impero?, una riflessione in cui, dieci anni prima della caduta del muro, Helene Carrere D’Encausse prevedeva l’esplosione dell’Unione Sovietica sotto la spinta delle forze nazionali e religiose. L’altro si intitolava Cenere e diamanti. Il cinema di Andrej Vaida, una monografia sul regista polacco di Giandomenico Curi».

 

 

Gli inizi

Questo l’esordio. Poi: «Per una decina d’anni abbiamo scavato nella letteratura dell’est, traducendo libri dal ceco, russo, polacco, dall’ungherese, yiddish e facendo un lavoro davvero importante perché se da un lato non è vero che prima di noi in Italia nessuno avesse pubblicato nulla che proveniva da quelle terre e da quelle culture, è altrettanto vero che si era sempre trattato di pubblicazioni occasionali, facili a cadere nel nulla proprio perché immesse nel mercato senza alcun sostegno. In Italia allignava un po’ l’idea, in parte è un pensiero che esiste ancora oggi, secondo cui quelli fossero posti congelati, lontani e in cui non ci fosse alcuna cultura. In più: da quelle latitudini l’atteggiamento propagandistico della sinistra imponeva l’allineamento a una certa ortodossia comunista; a destra si prendevano in considerazione solo pubblicazioni sui gulag. In realtà c’erano delle società civili e delle culture molto vivaci. E la prima a dimostrarlo fu Christa Wolf, un successo piuttosto eclatante sin da subito: Cassandra, il suo libro più noto che noi pubblicammo nell’84, ha venduto oltre 200 mila copie e continuiamo a venderne migliaia ancora oggi, a quasi trent’anni dalla prima uscita. Un altro autore che ebbe molto successo fu Bohumil Hrabal, scrittore praghese che con Treni strettamente sorvegliati Ho servito il re d’Inghilterra, seguì un corso analogo». Ne sono seguiti tanti altri durante gli anni ottanta, poi la storia ha imposto un cambio di linea editoriale. «Furono due le ragioni, complementari, che ci spinsero a guardare altrove: da una parte quel filone andava esaurendosi, avendo noi pubblicato tutti gli autori più importanti di cui molti erano di una generazione precedente quando uscirono per noi; dall’altra i fatti del 1989, che non fu solo un crollo del sistema politico ma una rivoluzione culturale enorme in seguito alla quale non è quasi più uscito nulla di narrativa. Lo shock spostò l’attenzione locale a tal punto che l’intera produzione letteraria subì una battuta d’arresto, quantomeno nella sfera della narrativa. Ancora oggi quella forza letteraria non s’è ricreata perché in qualche modo non sono ancora riusciti a metabolizzare il cambiamento». Oggi la produzione di e/o prevede poca letteratura dell’est, nel 2011 ha pubblicato tre autori russi proprio con l’intento di riallacciare i rapporti con quella tradizione ma è lo stesso Ferri, senza facili nostalgie, ad ammettere che «oltre alla grossa distanza emotiva che ancora si nutre in Italia per quelle culture, grandi scrittori al momento non ce ne sono».

 

L’incontro con Kundera

Un pezzo di storia di e/o – oggi fonte di tanti bei ricordi, soddisfazioni, riconoscimenti e qualche dispiacere – fu la collaborazione con Milan Kundera. Se non una vera e propria scoperta, di certo la forte valorizzazione di un autore ancora ignoto al grande pubblico. «Il nostro incontro avvenne abbastanza presto, tra il 1981 e il 1982», rammenta Ferri. «Noi conoscevamo i libri di Kundera pubblicati da Bompiani e Mondadori ma ancor più ci appassionavano i saggi che all’epoca aveva iniziato a scrivere: uno era sulle culture delle piccole nazioni e sulle loro capacità di resistenza rispetto alle forze più grandi o totalitariste. Un altro era sul cosmopolitismo della cultura praghese, altri trattavano invece il ruolo della cultura tout court, ma tutti in trasparenza prestavano attenzione al conflitto tra piccole comunità e grandi potenze. Erano discorsi validi anche per realtà in cui non ci fosse un’oppressione politica diretta: la cultura e la lingua Catalana, o il Portogallo dimenticato lì in un angolo affacciato sull’Oceano. Erano scritti interessanti per la loro vivacità e il taglio anticonformista e per nulla accademico che Kundera v’infondeva. Lo andammo a trovare a Parigi, dove viveva in esilio dalla metà degli anni settanta e lì discutemmo della creazione di una collana di cultura praghese per edizioni e/o». La collana metteva in risalto la cultura e il cosmopolitismo che avevano sempre contraddistinta Praga: fino alla seconda guerra mondiale sede di una minoranza di lingua tedesca, a sua volta composta dall’etnia germanica e da quella yiddish, fianco a fianco della componente ceca. Tre culture forti che dalla loro pacifica coesistenza traevano un’espressione molto peculiare. Kundera la descrisse tirando fuori dei libri che erano dei veri e propri gioielli, mai tradotti o completamente dimenticati: Il circolo di Praga di Max Brod, in gergo considerato l’editor di Kafka, che attraverso le esperienze dello scrittore ricostruiva la storia della minoranza di lingua tedesca nella città; La Tonsura di Hrabal, un autore che Kundera considerava un maestro; Valeria e la settimana delle meraviglie in cui il ceco Vitezlav Nezval mescolava un racconto surrealista a tratti vagamente gotici; ci furono i racconti praghesi di Rilke, e Di notte sotto un ponte di pietra di Leo Perutz. Libri che oggi andrebbero riletti come classici della letteratura, probabilmente.

Colpisce il fatto che Kundera non pubblicò nulla a suo nome in questa raffinata collana: «Noi ovviamente lo corteggiavamo per il suo nuovo libro – racconta Ferri – che poi sarebbe stato quel L’insostenibile leggerezza dell’essere che lo avrebbe portato al successo. Quando però il libro fu pronto, la moglie optò per un editore più grande e andò da Adelphi». Ferri non nasconde che e/o rimase male davanti a una sterzata di quel tipo, ma con un understatement tutto brit-romano minimizza: «Non posso certo negare il dispiacere che noi tutti provammo per quella decisione, diciamo che la moglie era molto più attenta di Kundera agli aspetti commerciali e all’economia domestica». Quindi riconosce: «Noi all’epoca avevamo pochi anni di vita e non ancora un grandissimo successo; Adelphi, nata sul finire dei cinquanta, aveva quasi vent’anni più di noi e in quel momento era all’apice della sua popolarità. Era una casa editrice forte, più grande, più conosciuta e molto di moda presso un certo pubblico; noi all’epoca eravamo proprio dei microeditori. Se fosse successo qualche anno più tardi probabilmente sarebbe andata in modo diverso». La collana praghese intanto giungeva a compimento, essendo nella sua natura una collana a collezione, quindi con un inizio e una fine già scritti in sé. Si esaurì più o meno contestualmente alla pubblicazione di Kundera con Adelphi. Ma ci furono anche problemi di natura diversa che Ferri non nasconde: «Kundera era un personaggio molto creativo, anarchico, che poco sopportava le richieste e le imposizioni di traduttori e slavisti di casa nostra: quello che voleva scrivere il saggio introduttivo di trenta pagine al libro di Hrabal, l’altro che voleva un glossario, un altro ancora che cercava di imporre la sua prefazione. Kundera invece voleva una collana molto più agile». «Apprezzai però – è la conclusione dell’editore – che non pensò mai di portare la collana altrove. E questo contribuisce a mantenere bello il ricordo di un’esperienza tutta nostra, iniziata e conclusasi con noi».

 

L’eleganza del riccio

Altro capitolo, altra storia: L’eleganza del riccio, ovvero due milioni e mezzo di copie e una pletora di retroscena, reali o presunti, cui vale la pena cercare di mettere la parola fine. Ferri: «Noi lo prendemmo abbastanza velocemente e questo già mette in dubbio i tanti rifiuti ricevuti da altri editori. Il libro mi pare uscì a settembre in Francia in quattromila copie senza grande successo, Gallimard ce lo presentò a ottobre a Francoforte e noi lo acquistammo entro la fine del mese. Non credo sia rimasto a lungo nel limbo dell’incertezza di tanti editori. Posso pensare che lo fecero leggere contestualmente ad altri in Fiera e che questi non l’abbiano preso in considerazione, ma si trattò di settimane, non oltre». I costi invece? «Costò pochissimo, questo è vero: mi pare 4000 €, perché date le iniziali difficoltà l’editore francese non poteva pensare di venderlo come un successo. Furono i librai a un certo punto a sposarlo, soprattutto qui da noi, e a decretarne l’eccezionale riuscita». È un fenomeno che funziona ancora oggi, quello del libraio di fiducia che s’innamora di un libro e lo consiglia ai clienti? «Il libraio in prima battuta e il passaparola del pubblico a seguire sono ancora la migliore accoppiata per il successo di un libro, più di qualsiasi lancio o promozione. Però ci vuole il libro giusto e la formula segreta non esiste o quantomeno nessuno la conosce», è la conclusione di Ferri.

 

Il mestiere dell’editore

Veniamo ai numeri, allora: «Nel 2011 il fatturato di e/o è stato di cinque milioni, sette l’anno precedente perché il 2010 è stato ancora un anno di ottime vendite per “L’eleganza del riccio”. E la differenza è tutta lì: mentre nel 2010 ne avevamo vendute ancora 250 mila copie, l’anno scorso siamo scesi a 70 mila. Sul prezzo di copertina queste duecentomila copie in meno fanno una differenza anche maggiore dei 2 milioni fatturati in meno, ma siamo andati bene con altri titoli riducendo quindi il divario. Un’altra difficoltà è questa: trovare il punto su cui stabilizzarsi e fare in modo che il proprio fatturato non oscilli più in maniera così evidente dopo un successo del genere». Che tradotto in buona politica, tanto editoriale quanto imprenditoriale vuol dire: siccome un altro best-seller di quella portata puoi star certo che non lo troverai, devi almeno riuscire a pubblicare altri titoli buoni che compensino almeno in parte il calo fisiologico che quel testo avrà negli anni. «Noi siamo un editore di questo calibro – prosegue Ferri – 5 milioni e circa trenta novità all’anno al cui interno trovano posto titoli che vendono dalle 20 alle 50 mila copie. Abbiamo una collana di tascabili con ormai 200 titoli tutti piuttosto forti e che ogni anno ci garantisce una buona fetta di fatturato. Ecco, fatte salve le punte del “riccio” come nel 2008 in cui superammo i 10 milioni (il libro uscì a fine 2007, il successo l’anno successivo, ndr), questo è il nostro cabotaggio che ci fa stare nella fascia dei medio piccoli e in cui manteniamo la nostra identità. È impensabile fare salti mortali per crescere». Peculiare è anche l’andamento complessivo dei trent’anni di e/o che Ferri sintetizza così: «Il nostro andamento è sempre stato costante e in salita ma con questa particolarità: siamo sempre cresciuti del 10/15 per cento annuo, ogni tanto capitano uno o due successi più forti e quindi facciamo uno scatto avanti del 40 per cento, cui segue ovviamente un calo del 5/10 l’anno successivo; quindi si risale costantemente per anni, un altro picco, piccola caduta e via così».

Cosa manca? La distribuzione e le innovative idee con cui Ferri immagina un riassetto del segmento, la brillante esperienza americana di Europa editions e quella meno felice di Sharq/Gharb nei Paesi arabi, il caso Elena Ferrante e il seguito di Massimo Carlotto, i modelli d’ispirazione e il noir mediterraneo, il rapporto con critica e pubblico e le buone logiche imprenditoriali, l’ottima penetrazione dei titoli e/o all’estero e le numerose traduzioni cinematografiche che sono il fiore all’occhiello della casa editrice. Al prossimo giro.

 

Le altre puntate:

Minimum fax
Transeuropa
Ponte alle Grazie
Isbn


54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg