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A causa del caldo estremo e della crisi climatica, in Europa c’è una nuova forma di siccità Secondo gli scienziati, questa nuova siccità non è più dovuta alle poche piogge ma alle temperature troppo elevate. E trovare dei rimedi è difficilissimo.
I proprietari di Myspace dicono che Myspace sta per tornare, un’altra volta Lo hanno annunciato Chris DeWolfe e Tim Vanderhook, gli stessi che però avevano annunciato la stessa cosa già nel 2013, con scarsi risultati.
Dei milionari inglesi hanno chiesto al loro governo di essere essere tassati di più «perché possiamo permetterci di pagare molto di più» Lo hanno fatto con una lettera, firmata Patriotic Millionaires, in cui propongono anche una tassa del 2 per cento sui patrimoni oltre i 10 milioni.
La BCE ha lanciato un “referendum” per decidere il design delle nuove banconote euro, e la scelta sostanzialmente è: uomini o uccelli? Preferite Maria Callas o il picchio muraiolo? Leonardo da Vinci o il gruccione? Bertha von Suttner o il martin pescatore? Avete tempo fino al 21 settembre per decidere.
Un contadino tedesco ha costruito un santuario per salvare dal macello i montoni gay che rifiutano di accoppiarsi con le pecore Lui si chiama Michael Stücke e il rifugio Rainbow Wool: dal 2023 a oggi hanno salvato decine e decine di animali.
Una delle candidate al titolo di borsa dell’estate è una falsa Birkin fatta di plastica ma che sembra fatta di gelatina Si chiama Firkin, contrazione di Fake e di Birkin, appunto. Non costa neanche pochissimo: si va dai 30 ai 100 euro.
È in corso un boom delle vendite di cd, ma la maggior parte di chi li compra non possiede un lettore cd E allora perché li compra? Non certo per ascoltare musica ma per collezionare un oggetto. Ed esibirlo sui social, ovviamente.
Il film più strano della prossima Mostra del Cinema di Venezia è senza dubbio Joie de vivre di Luca Guadagnino, un documentario su Bernardo Bertolucci lungo più di 7 ore Nel presentarlo, il direttore della Mostra Alberto Barbera ha assicurato che «si rimane inchiodati allo schermo per sette ore, noi abbiamo fatto questa esperienza senza riuscire a staccare un attimo lo sguardo».

Pulitzer contro Hearst alla guerra delle fake news

Si chiamava "yellow journalism" e invase i quotidiani più venduti di New York alla fine dell'Ottocento con storielle salaci e spesso infondate.

di Studio
24 Ottobre 2017

Il termine “fake news” è salito alla ribalta del dibattito pubblico dopo la vittoria di Donald Trump. Secondo molti osservatori la sua elezione non sarebbe stata possibile senza l’apporto fondamentale di bufale confezionate ad arte. Di quanto siano “appetibili” le fake news rispetto ai frutti di un serio e scrupoloso reporting, di come viaggino in camere di risonanza chiamate “bolle” e del ruolo fondamentale dei social per la loro diffusione si è molto parlato. Si è anche detto e ripetuto che le fake news esistono da sempre: prima si chiamavano pasquinate, canard, almanacchi o calendari. In questo articolo della New York Review of Books c’è una rassegna molto completa di che forma hanno avuto le bufale nel corso dei secoli e l’autore non tralascia di ricordare che, storicamente, la cattiva informazione ha generato il suo contrario. Il Canard Enchainé, il giornale dello scoop sullo stipendio alla moglie di Fillon, ad esempio, è nato come risposta, appunto, ai canard. E l’accuratezza del New York Times è una risposta al sensazionalismo del yellow journalism.

Nonostante il nome di Joseph Pulitzer oggi sia legato a un prestigioso premio giornalistico e letterario, i contemporanei non avevano una grande opinione del magnate che nel 1884 acquistò Il New York World. In poco tempo, Pulitzer trovò un avversario all’altezza delle sue ambizioni: nel 1885 William Randolph Hearst rilevò, dal fratello di Pulitzer (Albert), il New York Journal. In poco tempo la competizione tra i due quotidiani della Grande Mela divenne così infuocata che l’opinione pubblica (questo soggetto astratto, che fu Walter Lippman a definire) fu investita da un mare di storielle salaci, sensazionali e, la maggior parte delle volte, non verificate o inventate di sana pianta. Questa guerra a colpi di bufale, che scandalizzava i lettori perbene, cioè i ricchi che fino a quel momento erano stati i soli a poter avere accesso ai periodici, prese il nome di “yellow journalism”.

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Secondo alcuni storici (un’opinione successivamente ridimensionata) fu proprio l’informazione partigiana, “aggressiva” e infondata dei due quotidiani rivali che provocò la Guerra ispano-americana (1898), anche chiamata “Guerra dei giornali” (da Hearst, che se la autoattribuì). Quando la nave statunitense Uss Maine affondò nel porto dell’Avana (sempre nel ‘98), il Journal lanciò contro gli spagnoli un’accusa infondata e la popolazione fu mobilitata con lo slogan «remember the Maine, to Hell with Spain (ricorda la Maine, al diavolo la Spagna)». I quotidiani “più seri” non smisero mai di biasimare le pratiche dello yellow journalism.

Nel 1901, il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Willam McKinley fu assassinato e il Journal fu accusato di essere il mandante ideologico del gesto (Hearst d’altra parte appoggiava il democratico William Jennings Bryan, e aveva lui stesso ambizioni politiche). Entrambe le pubblicazioni, inoltre, furono accusate di ostacolare il corso della giustizia suscitando l’indignazione e la mobilitazione popolari in occasione di fatti di cronaca con una certa eco. Ma l’etichetta yellow journalism, proprio come il termine “fake news”, servì anche a screditare un reporting accurato che risultava scomodo al potere. Quando i giornali rivelarono che Mussolini era malato, il duce rispose loro con l’etichetta “yellow press”, nonostante le sue condizioni di salute fossero realmente precarie.

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Non si capisce se il riferimento al “giallo” della definizione derivi da il tipo di inchiostro utilizzato sulle pagine del World e del Journal o dal personaggio di Yellow Kid, un incontrollabile monello dei bassifondi protagonista dei fumetti di Richard Outcault, che Hearst soffiò alle pagine del giornale di Pulitzer. In ogni caso, le strisce di Outcault sono un simbolo di tutto quello che il quotidiano cominciò ad affiancare alle notizie più “serie”: pubblicità (anche ingannevole), un supplemento domenicale, immagini formato gigante, un titolo su più colonne, ecc. I giornali raggiunsero nuovi lettori, sia abbassando considerevolmente il prezzo delle pubblicazioni, sia conformandosi al gusto degli strati sociali più bassi della popolazione. Alcuni storici ne hanno apprezzato il vigore nel combattere i privilegi, la corruzione del governo e gli abusi delle multinazionali, facendo proprie le battaglie dell’uomo comune. Altri revisionisti si spingono addirittura a dire che, se il Journal e World avessero separato le storie di sesso, criminalità, gossip, sport e catastrofi da tutto il resto, sarebbero stati i migliori quotidiani del tempo. Insomma, nonostante molte pratiche fossero assolutamente censurabili, non tutto quello che fecero Pulitzer ed Hearst fu da dimenticare. D’altra parte lo yellow journalism generò il suo opposto nel New York Times e nel codice di Adolph Ochs (un altro magnate della stampa, proprietario del Times) che a suo modo costituiva un eccesso di seriosità («nessuna immagine, nessun titolo a due colonne, nessuna pubblicità in prima pagina» e così via). Secondo altri la fine dello yellow journalism è dovuta ai tentativi di Pulitzer di ripulire la sua immagine pubblica dagli eccessi di quella stagione, e su Jstor si mette in evidenza il ruolo deterrente delle corti di giustizia e di lettori più attenti. In particolar modo il peso di utenti più responsabili sarebbe stato fondamentale.

Per l’autrice, Alexandra Samuels, la versione odierna dello yellow journalism potrebbe essere il giornalismo orientato al clickbaiting: «Le fake news non compaiono in un vuoto», scrive, «sono costruite su una cultura favorevole ai titoli acchiappa-click, alla partigianeria e alla priorità delle notizie di “human interest” sulle “hard news”». La lezione dello yellow journalism, al contrario, ci insegnerebbe a non indulgere in simili pratiche: «Rigettare il più ampio catalogo di storie, nuove fonti e siti web in cui (le fake news) sono situate» è compito di ognuno di noi, che al contrario dovrebbe leggere, condividere e finanziare soltanto il giornalismo di qualità.

Le foto, della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, rappresentano alcune illustrazioni apparse dal 1984 al 1910 sulla rivista satirica Puck sul tema dello yellow journalism
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