La campagna si intitola Simple Stories e tra i protagonisti ci sono Hunter Schafer, Kelvin Harrison Jr, Troye Sivan e Chen Haoyu.
Una delle candidate al titolo di borsa dell’estate è una falsa Birkin fatta di plastica ma che sembra fatta di gelatina
Si chiama Firkin, contrazione di Fake e di Birkin, appunto. Non costa neanche pochissimo: si va dai 30 ai 100 euro.
Nel 2001 andava in onda l’undicesimo episodio della quarta stagione di Sex and the City, intitolato Vorrei, potrei, dovrei, in cui Samantha Jones si innamorava perdutamente di un modello da 35 cm in pelle rossa esposto nella vetrina della boutique di New York insieme a Carrie Bradshaw. Per comprarla, scopriva però che la lista d’attesa era lunga ben cinque anni: «Cinque anni per una borsa?», chiedeva, sconvolta. E il commesso le rispondeva: «Non è una borsa, è una Birkin». In quell’episodio, Samantha arrivava persino a usare il nome della sua cliente VIP Lucy Liu (presente in carne ed ossa in uno dei tanti cameo della serie) pur di saltare la fila e stringere tra le mani quell’oggetto del desiderio.
Oggi, quella stessa silhouette si è tinta di colori caramello ed è diventata trasparente, gommosa e impermeabile. Si chiama Firkin, contrazione di Fake Birkin o Jelly Birkin, un oggetto in PVC che le persone stanno usando per dissacrare il concetto stesso di lusso. Se per pure caso aprite TikTok o qualsiasi sito di ultra fast fashion, la Firkin e i video “what’s in my jelly Firkin” sono ovunque: le borse si trovano in ogni colorazione, in ogni grandezza e a prezzi tutt’altro che ultrabassi. Una rivisitazione pop di un classico che gioca apertamente con la cultura del contraffatto, prendendo una silhouette da migliaia di euro e rendendola popolare, vendendola a prezzi tra i 30 e i 100 euro. “Rivisitazioni” a cui la borsa Hermès orma si è abituata (per non dire rassegnata), considerato che solo lo scorso anno abbiamo parlato lungamente del trend della “Birkin di Walmart”.
Se questo oggetto è riuscito a emergere dal mare magno degli oggetti che diventano virali sui social un giorno sì e l’altro pure è anche grazie al fatto che esso rientra nella tanto amata e altrettanto odiata estetica Y2K e, per la precisione, nel trend Jelly-core, movimento nostalgico dei primi anni 2000, il cui codice è costituito da sandali in PVC stile Polly Pocket, gioielli oversize in resina e accessori gelatinosi e fluorescenti. È uno sfottò alla moda, un meme-moda, volutamente autoironico e non-volutamente in tendenza. Se nella New York del 2001 Samantha Jones doveva ricorrere a un’identità rubata per scavalcare le liste d’attesa, la Gen Z, generazione internettiana, trasforma il mitologico oggetto in un trend siliconato, resistente all’acqua e talmente camp da divenire impermeabile alle critiche.