Domenica in Serbia si vota, e gli studenti che da due anni protestano contro il Presidente Aleksandar Vučić hanno presentato la Studentska Lista, che sta raccogliendo grandissimo consenso.
Il 30 ottobre i portuali di tutto il Mediterraneo fermeranno il commercio delle armi rifiutandosi di caricarle e scaricarle dalle navi
Sindacati di sei Paesi hanno indetto una giornata di scioperi nei porti contro il traffico di armi e la militarizzazione degli scali. In Italia l’USB ha esteso la protesta a uno sciopero generale di tutte le categorie.
Il 30 ottobre, in decine di porti tra Europa e Mediterraneo, i portuali si rifiuteranno di caricare e scaricare armi. È la giornata internazionale di scioperi e mobilitazioni indetta dai sindacati del settore di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia: CGT Ports et Docks, ENEDEP, LAB, Liman-İş, ODT, USB e ORSA Porti. Sulle adesioni le cifre non coincidono: secondo Left Voice i sindacati promotori rappresentano i lavoratori di più di quaranta porti e le stime arrivano a 57, mentre secondo l’Unione Sindacale di Base saranno coinvolti oltre cinquanta porti in dieci Paesi, con undici organizzazioni sindacali. L’obiettivo è inceppare la logistica che rifornisce gli eserciti e denunciare il ruolo delle infrastrutture commerciali nelle guerre, con un’attenzione particolare a Gaza, dove secondo i sindacati promotori è in corso un genocidio. L’idea è nata a maggio a Istanbul, al terzo incontro internazionale dei sindacati portuali del Mediterraneo e dell’Europa, e la dichiarazione finale chiede che i porti non vengano usati per spedire armi verso le zone di guerra e non diventino basi militari al servizio della NATO, degli Stati Uniti o dell’Unione europea. Il ragionamento dei sindacati è semplice: se le armi, per arrivare a destinazione, hanno bisogno del lavoro di migliaia di persone, basta che quelle persone smettano di lavorare per fermarle. Una prima giornata del genere c’era già stata il 6 febbraio, e adesso l’idea è rendere stabile il coordinamento per ripeterla e allargarla. Hanno aderito anche il movimento sindacale palestinese, che ha chiesto ai sindacati dei porti e dei trasporti di tutto il mondo di unirsi, e la Global Sumud Flotilla, la flottiglia civile che cerca di portare aiuti a Gaza via mare.
Uno dei centri della mobilitazione sarà l’Italia, dove l’Unione Sindacale di Base ha indetto per quel giorno uno sciopero generale di tutto il settore pubblico e privato, con il sostegno di ORSA Porti, che fa parte del coordinamento internazionale. Allargare la protesta oltre le banchine serve a collegare la lotta contro il traffico di armi a quella degli altri lavoratori e ad aumentare la pressione sul governo e sulle aziende che guadagnano dalla guerra. In Italia non sarebbe la prima volta: il porto di Genova, in particolare, è stato al centro di diverse proteste e blocchi contro le spedizioni di armi destinate a Israele, e proprio a Genova, il 3 ottobre, si è tenuta l’assemblea internazionale che ha definito il programma della giornata. Il coordinamento tra Paesi serve soprattutto a impedire che le compagnie aggirino gli scioperi spostando le navi in altri porti, e per questo i sindacati vogliono che le decisioni vengano prese insieme, sulle due sponde del Mediterraneo.
La giornata, però, non riguarda solo le armi. Nella dichiarazione di Istanbul, come riporta Left Voice, i portuali denunciano anche la precarietà, i ritmi di lavoro sempre più intensi, i problemi di sicurezza e la pressione sui salari, e chiedono aumenti reali, posti stabili, una settimana lavorativa più corta e pensioni dignitose. Rifiutano inoltre l’uso dell’automazione e dell’intelligenza artificiale per tagliare posti di lavoro o peggiorare le condizioni di chi resta. Mentre i governi spendono sempre di più per riarmarsi e le compagnie di navigazione aumentano i profitti, sostengono, chi lavora nei porti se la passa sempre peggio. Lo slogan della giornata, «Ports for Peace, Decent Jobs» (porti per la pace e lavoro dignitoso), tiene insieme le due cose. La Flotilla, da parte sua, chiede che i porti pubblici smettano di servire al trasporto di armi e che vengano protetti i marittimi esposti ai rischi dell’escalation militare.