Dal 2019 la sua Roc Nation decide chi si esibisce nell'intervallo della finale del football americano. Dopo settimane di tentennamenti, secondo diverse fonti, la decisione è stata presa: il palco toccherà proprio a lui.
C’è una cantante italianissima che dal 23 agosto 1978 non si fa più vedere in pubblico e che da allora esiste soltanto come voce: una presenza che ha attraversato quasi mezzo secolo di musica senza mai concedersi a una telecamera. È a lei che Grian Chatten, voce e penna dei Fontaines D.C., dice di essersi ispirato durante la creazione del nuovo disco. «Sono davvero innamorato della musica di Mina. Mi ha aiutato a trovare quel senso di umanità che volevo infondere in questo disco», ha raccontato ad Ann Powers in un’intervista a Npr, come avevamo scritto anche qui su Studio. Le voci, intanto, le ha registrate a Palermo, chiuso in una cabina improvvisata fatta di materassi e cuscini. C’è molta Italia, insomma, nell’immaginario di una band nata nei pub di Dublino, e anche un certo umorismo, forse involontario. Il legame è scritto perfino nel nome “Fontaines” che viene da Johnny Fontane, il cantante del Padrino, film per cui Coppola avrebbe voluto proprio Mina nel ruolo poi andato a Diane Keaton. E così per raccontare un mondo in cui nessuno può più permettersi di sparire, i Fontaines D.C. sono andati a cercare il calore umano nell’unica persona che ci è riuscita davvero. Sparire, nascondersi, farsi sentire senza farsi vedere: Mina quel manuale l’ha scritto quasi cinquant’anni fa, e non è mai andata in tv a presentarlo – ovviamente. Il disco si chiama Dopamine Chamber, è il quinto della band ed è uscito il 16 ottobre per XL Recordings: undici brani, prodotti ancora una volta da James Ford e registrati tra Londra, la campagna inglese e Palermo. Chi si aspetta le chitarre tese di Dogrel farà bene a sedersi e ad accogliere questa nuova linea creativa fontaniana, in diversi brani infatti non ci sono proprio, e al loro posto arrivano archi rubati al pop italiano degli anni Sessanta, quello, di fatto, in cui Mina era regina. Dei Fontaines degli esordi, in questo disco, resta soltanto e soprattutto la voce di Chatten.
Viviamo in una gloriosa epoca della distrazione
«Viviamo in una gloriosa epoca della distrazione», dice Chatten. Il mondo, spiega, in questo momento fa paura, e la reazione più comune è scappare, nascondersi, distrarsi: esattamente quello che ha fatto Mina. Dopamine Chamber nasce da questa idea di fuga e la trasforma in un luogo. «L’album nella sua essenza rappresenta una stanza della dopamina», ha spiegato Chatten presentandolo. «Ci entri e questi brani alterano la mente o l’umore». Rispetto a Romance il disco è più cupo e la band lo misura con una proporzione: Romance era «al 60% umano e al 40% corrotto dall’automazione e da una perdita del sentimento», mentre in Dopamine Chamber il rapporto si inverte. Anche la speranza è rimasta fuori, per scelta: «Ho pensato che sarebbe stato più potente lasciare fuori la speranza e riflettere onestamente la bruttezza», ha detto Chatten, ha poi aggiunto: «Give me something to hope for, and then I’ll write that album», datemi qualcosa in cui sperare e scriverò quel disco.
Per spiegare il titolo, il tema del disco e il perché di queste percentuali, l’assenza delle chitarre e tutte le loro parole abbiamo senso, bisogna cominciare a spiegare cosa è la gentilissima dopamina. È la sostanza che il cervello rilascia quando riceve una ricompensa, ed è esattamente quel micro-entusiasmo su cui si reggono i social: ogni notizia, ogni meme, ogni notifica ne dà una piccola dose e si continua a doomscrollare per averne un’altra. Dentro la stanza, quindi, c’è tutto quello che passa ogni giorno sul telefono, dall’intelligenza artificiale, al collasso climatico e la violenza politica, mescolati insieme ai meme, i video dei gattini e il succoso gossip. Arrivano dallo stesso feed e finiscono per pesare su tutti allo stesso modo. «It is quite grotesque, being able to self-prescribe dopamine through your phone», ha detto Chatten a Clash: trova grottesco che ci si possa prescrivere la dopamina da soli, con il telefono in mano. E il disco è prima di tutto un’ammissione: anche lui ci è dentro e non ci fa la predica. Come scrive Pitchfork, Chatten sa che gridare contro il telefono sarebbe solo inutile e invece di produrre un disco arrabbiato, i Fontaines hanno fatto un disco seducente che accompagna l’ascoltatore verso la dissociazione.
Poi torna ancora l’Italia. “Marianne”, il primo singolo, nasce dalla serie Netflix Ripley con Andrew Scott: «Mi sono rimaste dentro quelle lunghe inquadrature», racconta Chatten, «l’idea di qualcuno che fugge e cerca di sostituire la propria anima con i beni materiali e con una vita che non gli appartiene». Tom Ripley, il personaggio di Patricia Highsmith, è il più celebre scammer d’identità della letteratura, e l’Italia è il luogo in cui si prende la vita di un altro. Chatten ha scritto i testi tra Venezia, la Sicilia e Vienna, e descrive il disco come diviso tra due poli: da una parte Mina, il lato umano e dall’altra John Maus, Depeche Mode, New Order, la Disintegration dei Cure, Björk e il cinema di Ridley Scott, il lato freddo e distopico. L’altro grande tema è l’identità. Parlando di “Tongue”, Chatten dice: «È come se tutti gridassimo nel vuoto, finché qualcosa che magari non ci rappresenta davvero diventa virale. Il concetto stesso di identità viene smontato e venduto a pezzi». Si scaglia contro l’illusione di questa permanenza del digitale, e allora dice che scrive spesso su fogli destinati al macero, per ricordarsi che nessuna idea è definitiva. «Le cose acquistano significato perché sono transitorie», dice. «Le persone si amano intensamente perché sanno che invecchieranno e moriranno».
Una stanza della dopamina
Se la stanza della dopamina, a cui non solo tutti noi vorremmo accedere, ma avesse una porta quella sarebbe il brano “Marianne”, diventato il brano più alto in classifica nella storia della band anche grazie – ci piace sottolinearlo – agli archi che rimandano al pop italiano degli anni Sessanta. Qui nasce la domanda che descrive tutto il disco: quanto sarebbe disposta una persona a rinunciare alla propria immaginazione se l’alternativa fosse rimanere pienamente consapevole della catastrofe? Nella vita ci sono amori infiniti e amori che finiscono, e “Tongue” brutalmente ce lo ricorda. È il brano più spigoloso del disco: Consequence lo definisce il momento più frastagliato dell’album e Clash ci sente un basso ispirato a Wu-Tang Clan e Mobb Deep. Sotto quel suono nervoso, però, c’è una storia d’amore che sta finendo. Lei ha smesso di amare e non fa nulla per nasconderlo; lui resta lì, con tutto quello che vorrebbe dire e la sensazione che nessuno sia più disposto ad ascoltarlo. Le parole, che in un amore sono tutto, si bloccano in bocca, diventano l’arma che ferisce e ciò che non si riesce più a pronunciare «Oh, she has a tongue to take apart your life, Am I allowed to say it if nobody’s gonna listen». Ed è il modo più onesto di raccontare un addio, senza le parole giuste. Del resto la prima vittima del disco è proprio l’amore, che in Dopamine Chamber rischia di diventare soltanto un’altra dose di dopamina.
“Where Is Gone?” è il primo featuring nella storia di un album dei Fontaines D.C., e anche il loro primo duetto: l’ospite prescelta è Rosalía. Chatten aveva cominciato a scriverla anni fa a Città del Messico; lui e O’Connell parlavano da tempo di coinvolgerla, così la band le ha mandato quattro brani e lei ha scelto questo. È una canzone sulla morte delle persone care e su ciò che resta dopo, o può essere interpretato – come per Pitchfork – in un duetto d’amore tra due voci che non sono romanticamente alla pari, uno ama più dell’altro, trasportati in un futuro in rovina, il tutto con una Rosalía molto romantica e Chatten, gelido, artisticamente molto vicino al suo album solista, Chaos for the Fly. «È una compositrice, arrangiatrice e autrice incredibile», dice Chatten. «Il fatto che abbia voluto cantare su qualcosa che avevamo creato noi mi riempie di umiltà. È sicuramente uno dei momenti più alti della mia carriera».
Il resto della scaletta va da “Six Shot Morning”, in apertura, a “Intimate”, in chiusura; in mezzo c’è “Japan”, che Clash descrive come un ritornello da stadio alla Arctic Monkeys di Humbug e Pitchfork come una ballata dream-pop costruita intorno a un uomo manipolatore. Sul risultato la critica si è divisa: NME lo ha ritenuto un capolavoro con cinque stelle su cinque, accostandolo a Disintegration dei Cure e a Mezzanine dei Massive Attack. Pitchfork, che gli assegna 7.8, parla di musica crudele e bellissima, secondo Metacritic. Di parere opposto The Line of Best Fit, che gli dà 6 su 10 e vede una band ormai ripetitiva e smarrita, alla ricerca del sé, e Slant, che si ferma a 50 su 100 e ritiene che i riferimenti nostalgici del disco non dicano molto sul presente.
Più dublinesi dei dublinesi
Grian Chatten, Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan III e Tom Coll si conoscono al BIMM di Dublino e, prima ancora delle canzoni, pubblicano insieme due raccolte di poesie: Vroom, ispirata alla Beat Generation, il movimento letterario americano degli anni Cinquanta di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, fatto di viaggi, libertà e scrittura istintiva, e Winding, dedicata ai poeti irlandesi Patrick Kavanagh, James Joyce e W.B. Yeats. Curiosamente, quasi nessuno di loro è dublinese: Coll e Deegan vengono da Castlebar, O’Connell è cresciuto a Madrid e Chatten è nato in Inghilterra e cresciuto a Skerries, sulla costa a nord della città. Proprio per questo, racconta, ha sempre cercato di essere più dublinese degli altri. Il primo album, Dogrel (2019), prodotto da Dan Carey, prende il nome dalla doggerel, la poesia popolare irlandese e ottiene una nomination al Mercury Prize. Il secondo, A Hero’s Death (2020), manca il primo posto in classifica solo perché Taylor Swift anticipa l’uscita di Folklore, ma viene candidato ai Grammy.
Il numero uno arriva con Skinty Fia (2022), scritto dopo il trasferimento a Londra: primo posto sia in Irlanda sia in Gran Bretagna. Il titolo è un’imprecazione che usava la prozia di Tom Coll e significa “la dannazione del cervo”. Il brano d’apertura, “In ár gCroíthe go deo”, si ispira alla storia di Margaret Keane, un’irlandese sepolta a Coventry: un tribunale ecclesiastico aveva imposto alla famiglia di tradurre in inglese l’epitaffio in gaelico, temendo che potesse sembrare uno slogan politico. La decisione fu ribaltata in appello e la band registrò la voce del brano quello stesso giorno. Con Romance del 2024, cambiano etichetta e produttore, XL e James Ford, e il pubblico si allarga: “Starburster” diventa la sigla di MobLand, la serie di Guy Ritchie, il disco vende il doppio di Skinty Fia nella prima settimana, e arrivano il platino, due nomination ai Grammy, la shortlist del Mercury e il secondo BRIT Award come miglior gruppo internazionale.
Con il successo è cresciuta anche l’esposizione, e il terreno su cui la band ha fatto più discutere è sicuramente la difesa della Palestina. Nell’agosto 2024 hanno cancellato un concerto a Istanbul dopo un confronto con artisti e attivisti palestinesi e a novembre O’Connell ha chiuso il suo discorso ai Rolling Stone UK Awards gridando “Free Palestine” e insultando Netanyahu. Nel luglio 2025 la band ha portato sul palco di Roskilde un gruppo di attivisti pro-Palestina, provocando le proteste di alcuni consiglieri comunali contro il festival; pochi giorni dopo, a Rock Werchter, sul palco è comparso uno striscione che accusava Israele di genocidio. Nello stesso periodo i Fontaines hanno definito una caccia alle streghe le indagini su Kneecap – ne avevamo scritto anche qui – e Bob Vylan dopo Glastonbury, e hanno lanciato con il Bohemians FC una maglia per raccogliere fondi per Gaza. Chatten dice di preferire una politica implicita nelle canzoni ed esplicita dal vivo, e collega la sensibilità irlandese verso la Palestina alla memoria della Grande carestia e dell’oppressione subita dall’Irlanda. Lo stesso legame passa per “Black Boys On Mopeds” di Sinéad O’Connor, che la band ha reinciso per la raccolta benefica HELP(2) di War Child e che Chatten ha imparato da bambino ascoltando sua madre.
Una vita vissuta pienamente
Per arrivare agli undici brani di Dopamine Chamber la band ne ha scritti circa quaranta, e Deegan ha raccontato su Instagram che “Marianne”, oggi il loro singolo di maggior successo, all’inizio era rimasta fuori dalla scaletta. Anche l’annuncio è stato costruito come un enigma: due settimane di teaser criptici e una pagina Bandcamp con i brani indicati solo come “Track 1”, “Track 3” e così via. Nel frattempo “Marianne” e “Six Shot Morning” venivano suonate per la prima volta l’8 agosto a Cadice, prima ancora che il disco avesse un nome. Nel marzo 2025 un’ernia del disco di Chatten ha costretto la band a cancellare l’intera tournée latinoamericana, Lollapalooza Argentina compreso, con un annuncio arrivato proprio da Città del Messico. Tra un disco e l’altro c’è stato anche l’incontro con Damon Albarn in “Flags” che Chatten descrive, il leader di Blur e Gorillaz, come un uomo che ha scelto da tempo di dedicarsi completamente alla musica, nel modo più masochistico del termine. «Ma è una vita vissuta pienamente», aggiunge. Adesso la band si prepara al tour più grande della sua storia: venti arene in quattordici Paesi, da Lisbona il 21 ottobre fino alla O2 di Londra e non manca l’italianissima data bolognese del 26 ottobre all’Unipol Arena di Bologna (sold out in pochissime ore). Torneranno in Italia il 18 giugno 2027 al Rock in Roma e il 19 agli I-Days di Milano. Eppure, con tutte queste arene davanti, quando Ann Powers gli chiede come immagina il futuro, Chatten risponde «Ho questa immagine un po’ romantica di noi che festeggiamo il Natale insieme quando saremo vecchi, con i nostri figli che ci corrono intorno. Spero davvero che anche gli altri la pensino così». Nel frattempo, per restare uniti, hanno una regola semplice: abbracciarsi prima di parlarsi, praticamente ogni giorno.
