Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
Il movimento studentesco serbo non si accontenta più di protestare e basta: si è candidato alle elezioni e potrebbe seriamente vincerle
Domenica in Serbia si vota, e gli studenti che da due anni protestano contro il Presidente Aleksandar Vučić hanno presentato la Studentska Lista, che sta raccogliendo grandissimo consenso.
Gli studenti serbi che domenica (25 ottobre) sfideranno il Presidente uscente Aleksandar Vučić alle elezioni parlamentari hanno un’app che segna, casa per casa, chi li voterà. A Krnjača, un quartiere alla periferia di Belgrado, la usano gli studenti che fanno il porta a porta tra i palazzi con un cordino al collo con scritto «vittoria» e una lista di domande da fare. Sono volontari di Lista studentesca (Studentska Lista), il movimento che da due anni riempie le piazze serbe, e vengono accolti quasi ovunque con entusiasmo.
Molti promettono il voto, i tassisti si offrono di accompagnare gli elettori ai seggi. «L’affluenza è la chiave» dice uno di loro. Gli studenti sperano di ripetere quello che è successo ad aprile nella vicina Ungheria, dove ha perso Viktor Orbán, il più stretto alleato di Vučić, in un effetto domino che potrebbe riportare la democrazia in quel pezzo d’Europa. Per Vučić è la sfida più dura alla fine di dodici anni al potere, seguendo una traiettoria sempre più autoritaria. A fine settembre si è dimesso da Presidente prima della scadenza del suo secondo e ha convocato elezioni anticipate, per restare al potere come Primo Ministro alla guida del suo Partito progressista serbo, l’SNS, e probabilmente con la speranza di cogliere gli studenti impreparati. Loro hanno risposto inventandosi un esperimento democratico: i 250 candidati sono stati proposti soprattutto dalle facoltà delle università da cui è nata la protesta, tra loro ci sono più di 160 ricercatori e ognuno è stato approvato dalle assemblee plenarie del movimento.
Come scrive il Guardian, quando Veličković chiede quale sia il problema più grande della Serbia, molti ridono e rispondono: «Quanto tempo hai?». La lamentela più frequente è la corruzione. Nell’indice di Transparency International la Serbia è messa molto peggio di tutti i suoi vicini, e in Europa fanno peggio solo le dittature di Bielorussia e Russia. Si parla spesso di legami tra l’SNS e la criminalità organizzata, e lo slogan degli studenti dice apertamente «Serbia o mafia?». Il governo nega tutto, ovviamente. A Krnjača poi ci sono il ponte che collega il quartiere al centro, riparato male, e le fogne che esplodono a ogni temporale, nonostante Vučić, raccontano i residenti, fosse venuto di persona pochi anni fa a promettere di sistemarle. L’economia cresce, ma è diffusa l’idea che i frutti non siano distribuiti in modo equo: nel quartiere hanno aperto concessionari Porsche e Land Rover mentre gli spazi pubblici sono trascurati e i tram di Belgrado hanno più di cinquant’anni. Le proteste sono nate proprio da un cedimento delle infrastrutture. L’1 novembre 2024 la pensilina di cemento della stazione di Novi Sad è crollata uccidendo 16 persone. Tutto fa pensare a modifiche fatte male durante la ristrutturazione, ma non c’è ancora una conclusione ufficiale sulle cause e nessun funzionario si è assunto la responsabilità. Tre settimane dopo, quando gli studenti di Belgrado bloccarono una strada per una veglia in memoria delle vittime, furono aggrediti da un gruppo di sostenitori dell’SNS, e la protesta si allargò a tutto il Paese. All’inizio gli studenti hanno tenuto le distanze dai partiti di opposizione ed evitato capi e gerarchie, un po’ per scelta e un po’ per calcolo, perché il governo e i media di stato colpiscono gli avversari screditandoli, e un movimento collettivo offre meno bersagli.
Vučić si è fatto conoscere negli anni Novanta come nazionalista radicale, sostenitore della politica di espansione e pulizia etnica dell’allora presidente Slobodan Milošević, di cui fu Ministro dell’Informazione per tutta la guerra in Kosovo. Da Presidente non ne ha ripetuto il militarismo, ma usa ancora lo stesso repertorio nazionalista e liquida gli oppositori come pedine di non meglio precisate “potenze straniere”. Con gli studenti finora non ha funzionato. Un sondaggio pubblicato a luglio da un’organizzazione serba per la democrazia, il Centro per la ricerca, la trasparenza e la responsabilità (CRTA), insieme all’Università di Stanford, dava gli studenti al 45 per cento e l’SNS al trentasei. Era però prima delle dimissioni di Vučić e della sua campagna, e i sondaggi più recenti danno in testa l’SNS, anche se vengono da istituti che l’opposizione considera vicini al governo. Vučić stesso sembra prendere la minaccia sul serio. Solo ad agosto è andato in diretta televisiva 129 volte, più di quattro volte rispetto al mese prima.