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13:16 giovedì 20 agosto 2026
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

Noi siamo degli autarchici, per questo amiamo la serata delle cover

Iniziata quasi per caso, come riempitivo, è diventata l'appuntamento più atteso del Festival. E ha anche anticipato (e forse favorito) la tendenza "nazionalista" delle classifiche degli ultimi anni.

14 Febbraio 2025

Per chi ama cercare segni della trasformazione della cultura popolare di questo Paese, l’avvento negli anni Dieci della “serata delle cover con duetti” nel Festival di Sanremo è, nel suo piccolo, molto significativo. In una quindicina d’anni, una trovata estemporanea è diventata la variabile istituzionalizzata all’interno del rito nazionalmusicale italiano. Per i 30 (quest’anno 29) prescelti dal Maestro di Cerimonie di turno, è la grande occasione per giocarsi un jolly fondamentale per dare uno spin artistico al proprio prodotto, chiarire al pubblico meno attento chi sono (o chi si credono di essere), e farsi amico un fandom che può tornare utile per aumentare la propria visibilità – e pure un pochino di rispetto da parte della sedicente critica musicale. E non è casuale che l’idea nasca da un momento di celebrazione patriottica, un ulteriore passo nella contemplazione dell’italico ombelico.

È giusto premettere che l’idea di includere nella gara un ospite di prestigio, spesso straniero, non è nuova, anche se estranea agli anni ’50 e alla prima fase rigorosamente pastasciuttiera del Festival. Furono gli anni ’60 a portare una grande curiosità per la musica internazionale, con il picco dell’edizione del 1968, quando Louis Armstrong, Wilson Pickett, Dionne Warwick e Shirley Bassey furono invitati a interpretare i brani di Lara Saint-Paul, Fausto Leali, Tony Del Monaco e Peppino Gagliardi. I revival di quell’idea sono stati tentati più volte nel tempo, a partire da Pippo Baudo nel 1990, quando Ray Charles reinterpretò “Amori” di Toto Cutugno e Miriam Makeba adottò “Bisognerebbe non pensare che a te” di Caterina Caselli.

Ma con l’inizio del secolo attuale, la Sacra Kermesse ha preso una decisa strada antiglobalista. Se per le generazioni precedenti un grosso appeal del programma di RaiUno era la presenza di star internazionali, con apparizioni rimaste leggendarie (citando solo alcuni nomi fatidici: Duran Duran, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Whitney Houston, Madonna), dopo il G8 di Genova 2001 nessuno è stato no global quanto il Festival di Sanremo. Una tendenza che ha anticipato (e forse in parte indirizzato) quella dei giovani contemporanei, quasi del tutto disinteressati a musica che non sia locale, come da cinque anni testimoniano classifiche di vendita orgogliosamente autarchiche.

Dopo una ulteriore reintroduzione del featuring pregiato da parte di Paolo Bonolis nel 2009 (con Michele Placido al fianco di Al Bano e Todd Rundgren ad accompagnare Patty Pravo), per l’edizione del 2010 presentata da Antonella Clerici, la piccola idea di dedicare il venerdì sera alla rivisitazione di brani storici sanremesi con artisti come Elisa, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Francesco Renga, all’epoca più popolari dei concorrenti in gara (fu l’anno in cui Valerio Scanu soffiò la vittoria a Emanuele Filiberto e Pupo), portò all’esterno del Teatro Ariston una folla superiore ai giorni precedenti. La strada per gli anni successivi era tracciata.

Nel 2011 la terza serata fu dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia, permettendo agli iscritti di scegliere un brano solidamente tricolore. Gli artisti in gara intuirono l’importanza della scelta per il proprio posizionamento personale: Davide Van De Sfroos (etichettato come leghista) portò “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori; Anna Tatangelo, che aveva appena avuto un figlio insieme a Gigi D’Alessio, portò “Mamma” di Beniamino Gigli, l’ipermilanese Roberto Vecchioni cantò “‘O surdato ‘nnamurato”. Nel 2012 l’idea fu rilanciata con le “Canzoni italiane famose nel mondo”: Samuele Bersani (di Rimini) cantò “Romagna mia” con Goran Bregovic, i Marlene Kuntz ripresero “Impressioni di settembre” della PFM con il featuring di Patti Smith. Nel 2013 (direttore artistico Fabio Fazio) il tema fu di nuovo “Sanremo Story”, nome cambiato nel 2014 in “Sanremo Club”: non era zuppa, bensì pan bagnato. Col 2015, Carlo Conti inventò il “Torneo delle cover”, vinto da Nek grazie a “Se telefonando” di Mina. A quel punto, i dati diedero un verdetto quasi clamoroso: la terza serata del Festival aveva ascolti di poco inferiori a quelli della serata inaugurale, quella per la quale l’hype veniva costruito per mesi con ossessiva insistenza mediatica.

Dieci anni dopo, la “serata delle cover” è un momento cruciale per la santissima sbornia musical-televisiva. Cruciale anche nel senso di determinante: Angelina Mango avrebbe vinto Sanremo 2024 senza quella cover de “La rondine” di Mango? Ma la serata è anche un momento confortevole per gli spettatori, quello in cui molti over 35 possono dire “questa la conosco” (della canzone) ma anche “questo lo conosco” (dell’ospite). E per chi viene invitato a duettare conta l’idea di essere omaggiati di persona, un forte incentivo per artisti che in anni oggi impensabili snobbavano Sanremo – oltre a conferire la dolce illusione che le celebrity in gara in questi anni siano artisticamente avvicinabili a loro. Questo percorso (illusione?) di immedesimazione tra invitante e invitato ha raggiunto il picco nell’anno in cui Achille Lauro si è presentato sul palco in cosplay, travestito da David Bowie, terzo invitato (assente per cause di forza maggiore: era morto) nel suo duetto con Annalisa.

Volendo, poi, è un momento mutuato dai talent come X Factor e Amici, nei quali le canzoni originali sono ormai il punto debole, e quasi sempre si perdono negli abissi dello streaming un mese dopo la fine della maratona televisiva. Ma è soprattutto un momento supremo di esaltazione mistica dell’italianità e della sanremità. Gli americani hanno il “Pledge of Allegiance” alla bandiera, la nostra identità nazionale passa per il giuramento di fedeltà al Festival – e in fondo la serata delle cover è utile per capire che il posto in cui viviamo è a sua volta una specie di cover di un’Italia che “Mmh, sì, oggi è così e bisogna accettarlo però senza offesa, era meglio quella vera”.

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