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00:00 giovedì 3 settembre 2026
Il nuovo report dell’Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio Non solo non riusciremo a tenere l'aumento della temperatura sotto gli 1,5 gradi di media, ma entro la fine del secolo rischiamo che l'aumento tocchi i 3 gradi.
La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.
A Gaza non si possono più far volare gli aquiloni perché Israele li considera una minaccia terroristica Lo ha annunciato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, secondo il quale «Un aquilone viene trattato come un drone, con o senza esplosivi».
Ci sono così tanti video dell’inondazione in Nepal generati con l’AI che il governo nepalese ha intimato alle piattaforme di rimuoverli tutti immediatamente E ha pure creato una task force di polizia esclusivamente dedicata alla caccia di questi contenuti e alla denuncia delle persone che li creano e diffondono.
Ib Kamara lascia Off White ed è l’ennesima brutta notizia per lo streetwear Sono previste però special capsule firmate da lui con dieci collaboratori esterni, tra cui il musicista Kid Cudi e lo stilista Raul Lopez.
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.

Essere Raf Simons oggi non basta

La chiusura della linea del designer belga racconta bene com'è cambiato il sistema della moda e quali opportunità e rischi comporti.

22 Novembre 2022

«Mi mancano le parole per esprimere quanto sia orgoglioso di tutto quello che abbiamo raggiunto. Sono grato per l’incredibile supporto che ho ricevuto dal mio team, da coloro con cui ho collaborato, dalla stampa ai buyer, dagli amici alla mia famiglia fino ai nostri devoti fan e follower. Grazie a tutti per aver creduto nella nostra visione e per aver creduto in me». Con queste parole, poche e semplici, Raf Simons ha comunicato con un post su Instagram, l’unico del profilo ufficiale, la chiusura della sua linea di moda dopo ventisette anni: un addio al marchio che porta il suo nome, la cui ultima collezione acquistabile sarà quella per la Primavera Estate 2023 presentata a Londra lo scorso ottobre. Anche quella volta, lo show di Simons si era trasformato in un rave semi spontaneo: come da tradizione, non c’erano posti assegnati – «Abbiamo invitato tutti. Non volevo uno spettacolo per 300 persone sedute in file diverse. Questo è uno spettacolo che è pura democrazia. Nessuna gerarchia», aveva detto a Vogue Us – e la sfilata era diventata l’occasione di celebrare un certo sguardo sulla moda, quello che mette al centro le sottoculture giovanili e le usa per sfondare il muro dell’esclusività che ha sempre caratterizzato il settore.

Solo nel 2013, A$AP Rocky cantava “Rick Owens, Raf Simons / boy she got it by the stock” in Fashion Killa, una delle tante occasioni in cui il rapper americano ha professato il suo amore per il designer (e probabilmente anche quello per Rihanna, protagonista del video), sublimato poi nella traccia RAF del 2017, in cui insieme a Frank Ocean, Playboi Carti, Lil Uzi Vert e Migos’ Quavo spiegava perché vestire Raf Simons, all’epoca direttore creativo di Calvin Klein, era indissolubilmente legato a una specifica idea di “coolness”, un’altra parola, concetto o forse illusione, a cui abbiamo detto addio molto tempo fa. Come Rick Owens e Riccardo Tisci, Simons è stato infatti uno di quegli stilisti che ha anticipato e allo stesso tempo goduto della grande onda di popolarità dello streetwear esplosa nell’ultimo decennio che ha rivoluzionato la moda così come la conoscevamo, di fatto stravolgendone i meccanismi e stravolgendosi esso stesso (lo streetwear) nel mentre.

Il lavoro seminale fatto da Simons dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, a cominciare dall’esplorazione della rabbia e della ribellione giovanile fino alle collaborazioni con artisti come Sterling Ruby, lo hanno reso punto di riferimento naturale (organico, con il linguaggio plasmato dal digitale) per tutto quello che sarebbe venuto dopo, compresa l’implosione delle sottoculture per mano dei social media e l’imporsi di un gusto globalizzato sempre più slegato dalle scene territoriali. Oggi che ci chiediamo cosa è rimasto di quel movimento e di tutto quello che ci è girato intorno – Is Luxury’s Streetwear Obsession Over? si chiedevano da Business of Fashion solo qualche settimana fa – fa molto riflettere la scelta di chiudere il marchio che porta il suo nome, tanto più se si pensa alla carriera di Simons nell’industria e la si collega a tutti i cambiamenti di cui stiamo discutendo.

La sua esperienza da Jil Sander, iniziata nel 2005 e continuata fino al ritorno della designer fondatrice, nel 2011, poi quella da Dior, battezzata nel 2012 e conclusasi bruscamente nel 2015, quindi il passaggio da Calvin Klein, iniziato nel 2016 e finito due anni e otto mesi dopo a causa dell’evidente disallineamento con il management, infine la collaborazione «senza fine» iniziata con Miuccia Prada, annunciata nel febbraio 2020, assieme alla quale oggi Raf Simons disegna le linee uomo e donna di Prada, esemplificano bene il rapporto complesso che lo stilista ha sempre avuto con il settore, di cui è stato indiscusso protagonista ma anche, in un certo senso, ospite scomodo. A fronte delle tante occasioni avute, una fortuna che pochi designer della sua generazione possono vantare, Raf Simons sembra infatti essersi sempre scontrato con la difficoltà di mantenere la sua linea autoriale in un mondo della moda sempre più veloce, onnivoro e persistente nelle sue richieste.

Nella celebre intervista con Cathy Horyn su System Magazine dopo l’uscita da Dior, la stessa in cui dichiarava di volersi dedicare alla ceramica (cosa che poi non ha mai fatto), aveva espresso la sua disillusione di fronte alla piega che l’industria aveva preso e parlato della difficoltà di «incubare nuove idee» al ritmo di almeno sei collezioni l’anno. A guardare il suo lavoro da Prada, sembra oggi che in parte quel conflitto sia risolto e che all’interno di un universo, quello della signora, abbia trovato il posto che cercava. La decisione di chiudere il suo brand sarà il risultato di molti fattori, dalla sostenibilità economica del progetto alla realizzazione che i suoi interessi da autore di moda, semplicemente, non riescono a corroborare un marchio che tenga i tempi odierni in fatto di hype e presenza sul mercato. Se tutto è di nicchia, e se il mainstream in questo momento storico non è che una ricerca e glorificazione continua e a reti unificate di questa o quella cultura specifica, allora è difficilissimo, anche se sei Raf Simons, ritagliarsi il proprio spazio e trovare i canali giusti per parlare a chi è interessato alla voce (ai vestiti?) di un marchio.

Lui che ha collaborato con artisti, marchi sportivi e di design, da Asics a Fred Perry fino ad adidas e Kvadrat; lui che è presenza fissa in tutte le fiere di arte contemporanea e design da ben prima che diventassero un ennesimo red carpet; lui che concede poche, pochissime, interviste ed è un introverso ma anche, pare, molto meno serioso di quanto si pensi; lui che il suo stesso mito l’ha sempre trattato con una certa studiatissima freddezza, proprio lui, avrà forse pensato che era il momento di chiudere tutto perché stare nella moda da indipendente, per quanto privilegiato, non vale il prezzo del biglietto. Con buona pace dei Kraftwerk, dei Joy Division, del quarto sesso e dei gabber. Dal bomber alle camicie ai maglioni, non è difficile prevedere che nei prossimi mesi le sue “cose” impenneranno di valore nel second-hand di lusso o forse torneranno in mano ai collezionisti che per primi lo hanno apprezzato, e se è sempre rinfrancante vedere qualcuno che sa fermarsi quando non ha più niente da dire, perché di soliti stronzi ce ne sono anche troppi (certo, potrebbe sempre tornare, anche nel 2000 si prese una pausa di un anno, ma il contesto era tutt’altro), non può che farci pensare a cosa sia diventata la moda oggi se neanche Raf Simons si tiene stretto il suo marchio.

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